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L’ultimo vizio dei padri eterni. Lasciamo lo spazio ai giovani. Davvero.

L’ultimo vizio dei padri eterni

Quando l’egocentrismo si traveste da amore per la città e l’esperienza diventa il pretesto per umiliare i giovani invece di lasciarli camminare

L'Editoriale di Luigi Palamara 

C’è una forma particolarmente insopportabile di declino politico.
Non è il silenzio. Magari fosse quello.
È il contrario: è la logorrea dell’io. È il vecchio protagonista che non riesce ad accettare di non essere più il centro del quadro e allora occupa tutto: il discorso, la memoria, le idee, perfino il futuro degli altri.

Succede così. Si annuncia un intervento sulla città, sui giovani, sulle opportunità, sui problemi da affrontare. E invece ci si ritrova davanti al solito spettacolo: un uomo che usa la città come quinta teatrale del proprio ego. Un monologo in cui ogni argomento viene risucchiato dalla stessa voragine narcisistica: io l’avevo detto, io l’avevo capito, io l’avevo fatto, io da 50 anni, io la Cultura, io i teatri, io la spiaggia, io il lavoro, io il porto, io il marketing, io tutto.

Sempre lui. Solo lui. Immancabilmente lui.

E gli altri?
I giovani, per esempio?
Comparse. Uditorio. Pubblico da istruire. Gente a cui si può concedere una carezza e, nello stesso movimento, una sberla morale: “bravi, però queste cose le avevo già dette io”. Ecco il punto. Ecco la malattia. Non l’esperienza, ma la presunzione assoluta. Non l’autorevolezza, ma la pretesa di essere l’unica fonte legittima di intelligenza pubblica.

Tocca tutti i punti dell’intervento, certo. Ma li tocca come li toccherebbe un proprietario che passa in rassegna i terreni del suo latifondo. La partecipazione? Bene, ma lui la invocava già prima degli altri. La consulta dei giovani? Idea accettabile, purché resti chiaro chi ci era arrivato per primo. La cultura in città? Subito il catalogo delle proprie glorie: teatri, bancarelle, mercati, canili. Il lavoro? Rivendicato come fatto personale, quasi biografico. Il marketing territoriale? Anche lì, la scoperta dell’acqua calda viene presentata come un’antica intuizione rimasta incompresa. Il disagio giovanile, gli spazi di aggregazione che non esistono, i teatri che mancano, la spiaggia perduta, le cucce sparite, la povertà dei luoghi d’incontro? Tutto vero, tutto reale, ma piegato ancora una volta all’unica esigenza che sembra interessare davvero l’oratore: ricordare a tutti che lui lo andava dicendo da anni.

Perfino sul decoro urbano, sul piano del colore, sulla bruttezza amministrata male, sulla mobilità inesistente, sulla stazione delle corriere invisibile, sui collegamenti cittadini e metropolitani disordinati, sull’assenza di una visione est-ovest, la musica non cambia. E infine il grande romanzo di L'Ecce città di mare, del porto turistico, del diportismo, della flotta peschereccia, dell’idea seducente di fare della città un approdo per ricchezza, lavoro, artigianato, nautica, impresa. Anche qui: non una proposta consegnata alla discussione pubblica, ma una proposta rimessa in scena come prova postuma della propria superiorità.

Questo è il punto politico decisivo.
Non siamo davanti a un uomo che offre una riflessione.
Siamo davanti a un uomo che reclama una rendita morale.

È la vecchia patologia della politica locale italiana: il notabile che non sa invecchiare, il padre eterno che non sa tramontare, il protagonista di ieri che pretende di restare giudice di oggi e custode di domani. Uno che non si limita a dire: “ho esperienza”. No. Vuole dire molto di più: vuole dire che senza di lui nessuno capisce niente. Che i giovani possono perfino parlare, sì, ma solo dopo aver riconosciuto che lui era arrivato prima. Che ogni idea buona, per essere davvero legittima, deve transitare sotto il suo sguardo e uscire col timbro della sua approvazione.

È un modo miserabile di stare nello spazio pubblico.
Perché chi ama davvero una città non le ricorda ogni cinque minuti quanto gli deve. Chi ama davvero una generazione nuova non la tratta come una scolaresca tardiva. Chi ha davvero costruito qualcosa non passa il tempo a battere cassa simbolica, a esigere gratitudine, a domandare riconoscimento perpetuo.

La verità è che certi uomini, arrivati vicino agli ottant’anni, non diventano maestri. Diventano ostaggi di sé stessi. Restano prigionieri del proprio personaggio. Non riescono a immaginare una città che cammini senza di loro, un dibattito che non li citi, un’idea che non porti la loro firma, un giovane che non debba ringraziarli. E allora scambiano la loro permanenza per valore, la loro longevità pubblica per verità storica, la loro ostinazione per lucidità.

Ma la durata non è un merito.
A volte è solo un ingombro.

Per questo l’aspetto più irritante dell’intervento non è neppure il tono paternalistico. È qualcosa di peggio: è il disprezzo implicito verso la possibilità che i giovani possano pensare da soli. Che possano arrivare da soli ai temi della partecipazione, della cultura, del lavoro, della mobilità, del mare, dell’identità urbana, del marketing territoriale, degli spazi pubblici, del disagio sociale. No: anche quando parlano loro, in fondo, devono sempre parlare dentro la sua ombra. Devono sempre essere letti come una conferma tardiva del suo genio precursore.

Ed è qui che il discorso diventa non solo fastidioso, ma politicamente tossico.
Perché una città soffoca anche così: quando una vecchia classe dirigente non sa ritirarsi, non sa lasciare spazio, non sa riconoscere che il proprio tempo è finito. Continua a presidiare microfoni, salotti, televisioni, piazze, dibattiti, con la stessa faccia severa di chi pretende ancora di spiegare tutto a tutti. E intanto il risultato è sotto gli occhi: giovani che se ne vanno, luoghi che si spengono, opportunità che evaporano, strutture che invecchiano, idee che restano parole, parole che diventano alibi.

Dopo 50 anni di prediche, una domanda è inevitabile:
se davvero avevi capito tutto prima, perché la città è ancora così?

Perché se uno parla da mezzo secolo e i problemi restano intatti, le possibilità evaporano, i giovani emigrano, gli spazi si svuotano, il mare resta promessa e non economia, il centro resta vetrina e non sistema, la mobilità resta disordine, allora le ipotesi sono due: o nessuno ti ha ascoltato, e allora il tuo peso politico era molto meno di quello che racconti; oppure ti hanno ascoltato abbastanza, e allora una parte della responsabilità è anche tua.

In entrambi i casi, la morale non cambia:
non puoi presentarti ancora come il salvatore inascoltato.

I giovani non hanno bisogno di questuanti di riconoscenza.
Non hanno bisogno di padri nobili che distribuiscono patenti.
Non hanno bisogno di un patriarca municipale che li benedice dall’alto dopo avergli spiegato che lui c’era già, capiva già, sapeva già.

Hanno bisogno del contrario.
Hanno bisogno che certi uomini, finalmente, si tolgano di mezzo.

Che smettano di occupare la scena.
Che smettano di sequestrare il dibattito.
Che smettano di confondere la città con la propria autobiografia.
Che smettano di trattare il futuro come una dependance del loro passato.

Perché una comunità non rinasce finché resta in ostaggio dei suoi reduci più vanitosi.
E una città non diventa adulta finché continua a chiedere permesso ai suoi vecchi sacerdoti del “ve l’avevo detto”.

La verità, brutale ma necessaria, è una sola:

non siete più la coscienza critica di questa città.
Siete la sua abitudine peggiore.

E non c’è nulla di più indecente, in politica, di chi dopo aver avuto una vita intera per incidere, pretende ancora di salire in cattedra a dare lezioni a quelli che dovrebbero soltanto liberarsene.

Luigi Palamara Giornalista e Artista Aspromontàno 

Riferimenti a fatti, luoghi e persone realmente esistiti è puramente casuale. La città di riferimento è L'Ecce Homo.

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