Il coraggio di fermarsi, il prezzo del rispetto
Editoriale di Luigi Palamara
«Allora, consigliere, andiamo avanti?»
La domanda rimbalza nella sala consiliare come una moneta lanciata sul tavolo. Nessuno la raccoglie subito. Le sedie scricchiolano, qualcuno tossisce. Fuori, dalla finestra aperta, entra il rumore della piazza: voci basse, passi lenti, la città che aspetta senza illusioni.
Fare un passo indietro non è codardia. È igiene morale. In un Paese — e in una politica di quartiere — che scambia l’avanzare con il vincere, fermarsi diventa un atto rivoluzionario. E, talvolta, l’unico modo per restare in piedi.
«Se ci fermiamo adesso, perdiamo consenso», sussurra uno dei più giovani, con la fretta di chi ha tutto da guadagnare e poco da perdere.
Un altro, più anziano, lo guarda senza alzare la voce: «Il consenso passa. Le scelte restano».
Ci hanno educati al progresso come a una marcia obbligata: avanti comunque, avanti sempre, avanti anche quando la strada finisce nel burrone. Ma la vita — e la vita pubblica ancor di più — non è una linea retta. È una strada di paese, piena di curve, dove chi corre troppo finisce fuori. Non c’è vergogna nel ripensamento. La vergogna è l’ostinazione cieca.
«Una volta deciso, non si torna indietro», insiste qualcuno.
«Una volta sbagliato, sì», risponde secco il sindaco, guardando le mani, non la platea.
Il paradosso è tutto qui: non fare un passo in avanti può significare valere. Valere di più. Perché il valore non si misura in delibere approvate o in inaugurazioni fotografate, ma nella direzione scelta. E spesso la direzione giusta non coincide con quella più applaudita, soprattutto nelle assemblee rumorose e nelle piazze affamate di promesse.
Prima viene il noi. Non lo slogan stampato sui manifesti, non l’utile immediato, non il tornaconto personale. Viene ciò che siamo, prima di ciò che otteniamo.
«E la gente?» chiede una voce dal fondo.
«La gente capisce più di quanto crediamo», risponde qualcuno che ha vissuto abbastanza da saperlo.
Il resto — cariche, consensi, promesse — passa come una fiera di fine estate e non lascia traccia. Il noi, se è autentico, sì. Resta nei silenzi condivisi, nelle decisioni prese senza applausi, nelle rinunce che nessuno rivendica.
Essere fuori dagli schemi non è un vezzo da anticonformisti da salotto. È un dovere civile, soprattutto nei piccoli palazzi del potere cittadino, dove le trappole sono familiari e per questo più pericolose. Saperle riconoscere, uscirne senza rumore, non è furbizia: è intelligenza. È la differenza sottile ma decisiva tra chi aggira le regole e chi le conosce abbastanza da non farsi ingabbiare.
E poi c’è il rispetto.
«Lo perdiamo, così», mormora qualcuno.
«No», risponde l’uomo seduto accanto alla finestra, «così lo guadagniamo».
Il rispetto non si compra e non si mendica. Si paga. Sempre. Si guadagna con il dolore che non si ostenta, con le rinunce che nessuno applaude, con quelle sofferenze silenziose che temprano più di qualsiasi successo esibito. Non nasce certo attorno a una tavola imbandita o tra brindisi e divertimenti organizzati. Quelle, al massimo, creano compagnia. Il rispetto crea statura.
Sentirsi realizzati, riconoscersi allo specchio senza dover abbassare lo sguardo, trovare una pace interiore che non ha bisogno di testimoni: questo è il premio più alto. Ed è un premio intimo, personale, che non si divide con nessuno. Il rispetto, invece, vive solo se incontra gli altri. È condivisione, è riconoscimento reciproco, è un patto non scritto che si rinnova ogni giorno.
Alla fine, la seduta si chiude senza clamore. Nessun applauso. Solo un uomo che, uscendo, dice piano:
«Forse abbiamo perso qualcosa».
Un altro gli risponde, quasi sorridendo:
«No. Forse ci siamo salvati».
Da chi governa — anche solo una strada, un quartiere, una città di provincia — non ci aspettiamo l’eroismo. Ci aspettiamo coerenza. La schiena dritta. Il coraggio sobrio di fare un passo indietro quando serve e di non farne uno avanti quando sarebbe una resa.
Perché, alla fine, questo siamo.
E questo — sì — basta.
Luigi Palamara
Giornalista e artista aspromontano
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