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Il potere che cammina piano e sussurra ancora più piano

Il potere che cammina piano e sussurra ancora più piano
L'Editoriale di Luigi Palamara


Nei palazzi romani il potere non alza mai la voce. Cammina sui tappeti, scorre nei corridoi, si posa sui tavoli come polvere fine. È sempre stato così. Anche quando la storia correva verso il peggio, qui dentro si parlava sottovoce.

«È una modifica tecnica,» disse un uomo in giacca scura, fermo davanti a una finestra che dava sui tetti. «Tecnica quanto?» chiese l’altro, senza smettere di sfogliare il dossier. «Quanto basta per non far rumore.»

Le riforme arrivano così: una dopo l’altra, senza pause. Troppe per essere comprese, troppo ravvicinate per essere discusse. A un certo punto non sono più scelte, ma consuetudini. E l’abitudine, nei luoghi del comando, è la forma più educata dell’obbedienza.

«Non possiamo permetterci lentezze,» disse qualcuno durante una riunione informale. «Lentezze di chi?» domandò una voce più giovane. «Di chi controlla troppo

Si parla di efficienza, sempre. È una parola che non offende nessuno. Sembra neutra, necessaria, moderna. Ma ogni volta che il potere si concentra, lo fa invocando la semplicità. Come se la complessità fosse una colpa, e non il prezzo naturale della democrazia.

«Un capo eletto direttamente è più chiaro per tutti,» spiegò un consigliere. «E il Capo dello Stato?» «Resterà. Ma più… sobrio.»

Sobrio significa leggero. Significa che l’arbitro resta in campo, ma senza fischietto. I Costituenti non avevano bisogno di spiegazioni: sapevano cosa accade quando nessuno può più fermare il gioco.

Nei palazzi, intanto, si cambia spartito.

«Il direttore deve avere più libertà,» disse un funzionario, sorridendo. «E l’orchestra?» «Seguirà. Come ha sempre fatto.»

C’è poi la giustizia, che entra sempre nelle conversazioni come un fastidio inevitabile. Si nomina con cautela, come una stanza da riorganizzare.

«Separiamo le funzioni,» propose qualcuno, appoggiando la tazzina. «Sembra innocuo, detto così,» osservò un altro. «È proprio questo il vantaggio.»

Un sottosegretario, affacciato sul Tevere, parlava senza voltarsi.

«La polizia giudiziaria dipenderà da noi.» «E i magistrati?» «Giudicheranno ciò che resta da giudicare.»

Lo Stato cambia natura così: non con una frattura, ma con piccoli spostamenti di peso. Fili sottili che si riannodano, uno dopo l’altro, verso un’unica mano.

La Corte dei Conti è spesso citata con un sospiro.

«Controllano tutto,» disse qualcuno. «È il loro lavoro.» «Appunto.»

Anche l’informazione viene trattata con tatto.

«Non serve chiudere nulla,» rassicurò un dirigente. «Allora cosa facciamo?» «Li rendiamo responsabili.»

Responsabili significa prudenti. Prudenti significa stanchi. È una lezione antica, mai dimenticata.

Poi tocca alla magistratura, descritta come una macchina da aggiustare.

«Tre organi sono meglio di uno,» affermò una voce sicura. «E se non funzionano?» «Diremo che era necessario provarci.»

Ogni potere che teme il controllo chiama riforma la propria difesa.

La Costituzione del 1948 nasceva da una memoria precisa. Non da teorie, ma da esperienze vissute. Il fascismo non arrivò con un colpo solo: fu spiegato, giustificato, normalizzato. Per questo furono messi argini ovunque. Non per sfiducia nel popolo, ma per rispetto.

Oggi il Parlamento discute meno.

«Non c’è tempo,» si ripete. «E il dibattito?» «Lo recupereremo.»

Ma ciò che si rimanda troppo a lungo, spesso, non torna più.

Ora si vuole completare l’opera: meno controlli, più comando. Un esecutivo più forte, soprattutto nel suo vertice. È una strada già percorsa.

«La gente capirà?» chiese qualcuno, prima di alzarsi. «Capirà se non se ne accorge,» rispose un altro.

Eppure resta un dovere, semplice e faticoso: testimoniare. Parlare. Scrivere. Perché il silenzio, nei palazzi del potere, non è mai neutro. È sempre stato il suo alleato più fedele.

Il problema non è il cambiamento.
Il problema è quando il cambiamento somiglia troppo a ciò che avevamo giurato di non ripetere.


Luigi Palamara
Giornalista e Artista Aspromontàno
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