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Il prete, il colletto e la libertà

Il prete, il colletto e la libertà
L'Editoriale di Luigi Palamara 

Alberto Ravagnani ha trentadue anni e ha fatto una cosa che in Italia provoca sempre lo stesso cortocircuito: ha scelto.
Ha scelto di lasciare il ministero sacerdotale. Non la fede, non il bene, non la sua idea di vocazione. Il ministero. Che non è una sfumatura: è il cuore dell’istituzione.

La notizia, com’era prevedibile, ha acceso il solito teatro. Da una parte gli indignati, pronti a gridare al tradimento. Dall’altra i tifosi della modernità, pronti a celebrarlo come un’icona liberata. Entrambi sbagliano bersaglio. Perché Ravagnani non è né un eroe né un fuggitivo. È un uomo che ha detto “basta” a un ruolo che non sente più come sua forma definitiva.

Colpisce, nel suo racconto, non ciò che dice ma ciò che non dice. Non accusa. Non denuncia. Non si erge a vittima. Dice solo una cosa che, detta da un prete, suona quasi rivoluzionaria: “Sono molto consapevole di quello che sto facendo”. In un Paese che ama le scelte impulsive e le abiure teatrali, la consapevolezza è sospetta.

Ravagnani è stato chiamato “prete social”, “prete influencer”, come se la sua colpa fosse aver abitato il tempo in cui vive. Durante il lockdown ha parlato a migliaia di persone con un linguaggio comprensibile, diretto, umano. Ha fatto quello che la Chiesa dice di voler fare da decenni: stare dove sono le persone. Il problema, forse, è che le persone poi restano. E crescono. E cambiano. Anche i preti.

Quando dice che continuerà la sua missione senza colletto, senza messa, ma con lo stesso cuore — “forse più libero e più vero” — tocca un nervo scoperto. Perché pone una domanda che nessuna istituzione ama sentirsi fare: la vocazione coincide sempre con la funzione?
E se, a un certo punto, non coincidono più, chi ha il diritto di giudicare?

C’è poi il passaggio più bello e più scomodo: quello su Fraternità. Ravagnani non si porta via i ragazzi, non li trascina in una scissione emotiva. Li affida. Si fida. Accetta la distanza come spazio di libertà. È un gesto maturo, quasi controcorrente in un’epoca che confonde la guida con il possesso.

Non sappiamo cosa farà Alberto Ravagnani. Lui stesso dice di non saperlo. Ma questa incertezza, che tanti leggono come debolezza, è forse la parte più onesta della storia. Perché la fede, quando è autentica, non è un contratto a tempo indeterminato: è un cammino che può cambiare forma senza perdere direzione.

La Chiesa sopravviverà anche a questa scelta. Lo ha sempre fatto.
La domanda vera è un’altra: saprà ascoltarla senza difendersi?

Perché ogni volta che qualcuno se ne va senza urlare, senza sputare, senza rinnegare, costringe tutti — credenti e non — a guardarsi allo specchio.
E quello specchio, spesso, è più scomodo di qualsiasi scandalo.

Luigi Palamara Giornalista e Artista Aspromontàno 

La risposta di Padre Renato Spallone:

https://www.cartastraccia.news/2026/02/quando-la-fedelta-parla-piano-la.html

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