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L’ora di Roma e il tempo dell’Aspromonte: nella bottega di Rocco la primavera non aspetta il cellulare.

L’ora di Roma e il tempo dell’Aspromonte: nella bottega di Rocco la primavera non aspetta il cellulare.
L'Editoriale di Luigi Palamara 

Il vento dell’Aspromonte arrivava dal mare e saliva tra i castagni come un respiro antico. La sera cadeva lenta sul paese, e dalla piazza si vedevano le ultime luci della costa tremare lontano, come se qualcuno le muovesse con la mano.

Nella bottega di compare Rocco l’orologio appeso al muro faceva il suo mestiere con una pazienza che sembrava infinita. Tac… tac… tac…

Sotto, su una sedia impagliata, sedeva mastro Filippo. Aveva il cappello calcato sugli occhi e un bastone tra le ginocchia.

«Compare Rocco,» disse piano, «stanotte dicono che bisogna spostare l’ora.»

Rocco smise di pulire il bicchiere e lo guardò.

«Quale ora?»

«L’ora… l’ora del mondo.»

Rocco sorrise con quel sorriso lento che hanno gli uomini che hanno visto molte stagioni passare.

«L’ora del mondo la sposta il sole, Filippo. Non Roma.»

Fuori, davanti alla porta, passò un ragazzo con il telefono acceso in mano. La luce azzurra gli illuminava il viso.

«Io non tocco niente,» disse entrando. «Fa tutto il cellulare. Si aggiorna da solo.»

Mastro Filippo scosse la testa.

«E allora a che servono gli uomini, se pure l’ora si aggiusta da sola?»

Il ragazzo rise.

«Per dormire un’ora in meno, compare.»

Rocco posò il bicchiere sul banco.

«Dormiremo meno, ma avremo più luce. Così dicono.»

Filippo guardò verso la porta aperta. Il cielo era già scuro sopra le montagne.

«La luce,» disse piano, «arriva quando decide lei.»

Per un momento rimasero in silenzio. Si sentiva soltanto l’orologio.

Tac… tac…

Il ragazzo guardò l’ora sul telefono.

«Stanotte tra le due e le tre salta avanti. Così comincia la primavera.»

«La primavera,» mormorò Filippo. «Quella è arrivata già.»

«Quando?»

Il vecchio indicò fuori, verso i monti dell’Aspromonte che nel buio sembravano più grandi.

«Quando gli alberi se ne accorgono.»

Rocco annuì lentamente.

«Il 20 marzo, dicono. Alle due e quarantasei del pomeriggio.»

Il ragazzo fischiò piano.

«Addirittura l’ora precisa.»

Filippo sorrise.

«L’ora precisa la sanno gli uomini. Gli alberi no.»

Un cane abbaiò nella strada.

Il ragazzo infilò il telefono in tasca.

«E poi a ottobre torniamo indietro.»

«Indietro dove?» chiese Filippo.

Il ragazzo ci pensò un momento e non seppe rispondere.

Fu Rocco a parlare.

«Alle lancette.»

Filippo si alzò con fatica, prese il bastone e guardò ancora l’orologio sul muro.

«Le lancette si muovono,» disse. «Il tempo no.»

Poi uscì nella sera dell’Aspromonte, dove la notte stava arrivando tranquilla, come arrivava da secoli, senza chiedere a nessuno se fosse l’ora giusta.
L’ora legale ritorna. Puntuale come una tassa e innocente come un rito domestico. Nella notte tra il 28 e il 29 marzo 2026, alle due, le lancette salteranno avanti di un’ora. Un piccolo gesto, quasi banale: spostare il tempo. Come se il tempo fosse un mobile in salotto.

Dormiremo un’ora in meno. Ma ci diranno — con quel tono pedagogico che ormai accompagna ogni decisione — che guadagneremo luce. Più sole, più primavera, più giornate lunghe. È la matematica della modernità: perdere qualcosa subito per sentirsi dire che, in fondo, abbiamo guadagnato.

Una volta si faceva con la sveglia sul comodino. Oggi non ce ne accorgeremo neppure. I telefoni penseranno per noi. Le lancette non si toccheranno più, il tempo si aggiornerà da solo, silenziosamente, come tutte le cose che cambiano senza chiedere il permesso.

Eppure questo piccolo salto di un’ora racconta molto del nostro rapporto con il tempo. L’uomo moderno non si limita più a misurarlo: pretende di correggerlo. Lo piega alle sue abitudini, alla sua economia, alle sue bollette elettriche. Decide che il sole deve sorgere un po’ prima, o almeno sembrare tale.

Il paradosso è che il sole non sa nulla di queste decisioni. Continuerà a sorgere quando vuole lui. Il 20 marzo, alle 14:46, arriverà l’equinozio di primavera, indifferente ai nostri calendari amministrativi. La stagione cambierà comunque, con o senza decreto.

Noi invece continueremo a giocare con l’orologio.

Fino alla notte tra il 24 e il 25 ottobre, quando torneremo all’ora solare. Riporteremo indietro le lancette e avremo l’illusione opposta: quella di aver recuperato un’ora perduta.

In realtà non recuperiamo nulla.
Il tempo non si lascia spostare.
Siamo solo noi che continuiamo, ostinatamente, a rincorrerlo.

Luigi Palamara Giornalista e Artista Aspromontàno 
@luigi.palamara

L’ora di Roma e il tempo dell’Aspromonte: nella bottega di Rocco, la primavera non aspetta il cellulare. Il vento dell’Aspromonte arrivava dal mare, diffondendosi tra i castagni come un respiro antico. La sera calava lentamente sul paese e, dalla piazza, si vedevano le ultime luci della costa tremare lontano, come se qualcuno le muovesse con la mano. Nella bottega di compare Rocco, l’orologio appeso al muro lavorava con pazienza infinita. Tac… tac… tac… Sotto, su una sedia impagliata, c’era mastro Filippo. Con un cappello calato sugli occhi e un bastone tra le ginocchia, osservava. «Compare Rocco,» disse piano, «stanotte dicono che bisogna spostare l’ora.» Rocco smise di pulire il bicchiere e lo guardò. «Quale ora?» «L’ora… l’ora del mondo.» Rocco sorrise con quel sorriso lento degli uomini che hanno visto passare molte stagioni. «L’ora del mondo la sposta il sole, Filippo. Non Roma.» Fuori, davanti alla porta, passò un ragazzo con il telefono acceso in mano, e la luce azzurra gli illuminava il viso. «Io non tocco niente,» disse entrando. «Fa tutto il cellulare. Si aggiorna da solo.» Mastro Filippo scosse la testa. «E allora a che servono gli uomini, se anche l’ora si aggiusta da sola?» Il ragazzo rise. «Per dormire un’ora in meno, compare.» Rocco posò il bicchiere sul banco. «Dormiremo meno, ma avremo più luce. Così dicono.» Filippo guardò verso la porta aperta. Il cielo era già scuro sopra le montagne. «La luce,» disse piano, «arriva quando decide lei.» Rimasero in silenzio, ascoltando solo l’orologio. Tac… tac… Il ragazzo guardò l’ora sul telefono. «Stanotte tra le due e le tre salta avanti. Così inizia la primavera.» «La primavera,» mormorò Filippo. «Quella è già arrivata.» «Quando?» Il vecchio indicò fuori, verso i monti dell’Aspromonte, più grandi nel buio. «Quando gli alberi se ne accorgono.» Rocco annuì lentamente. «Il 20 marzo, dicono. Alle due e quarantasei del pomeriggio.» Il ragazzo fischiò piano. «Addirittura l’ora precisa.» Filippo sorrise. «L’ora precisa la sanno gli uomini. Gli alberi no.» Un cane abbaiò nella strada. Il ragazzo infilò il telefono in tasca. «E poi a ottobre torniamo indietro.» «Indietro dove?» chiese Filippo. Il ragazzo ci pensò un momento e non seppe rispondere. Fu Rocco a parlare. «Alle lancette.» Filippo si alzò con fatica, prese il bastone e guardò ancora l’orologio. «Le lancette si muovono,» disse. «Il tempo no.» Poi uscì nella sera dell’Aspromonte, dove la notte arrivava tranquilla, come avveniva da secoli, senza chiedere a nessuno se fosse l’ora giusta. L’ora legale ritorna. Puntuale come una tassa e innocente come un rito domestico. Nella notte tra il 28 e il 29 marzo 2026, alle due, le lancette salteranno avanti di un’ora. Un gesto quasi banale: spostare il tempo. Come se il tempo fosse un mobile in salotto. Dormiremo un’ora in meno. Ma ci diranno che guadagneremo luce — più sole, più primavera, più giornate lunghe. È la matematica della modernità: perdere qualcosa subito per sentirsi dire che, in fondo, abbiamo guadagnato. Una volta si faceva con la sveglia sul comodino. Oggi non ce ne accorgeremo neppure. I telefoni penseranno per noi. Le lancette non si toccheranno più, il tempo si aggiornerà da solo, silenziosamente. Eppure questo piccolo salto di un’ora racconta molto del nostro rapporto con il tempo. L’uomo moderno non si limita più a misurarlo: pretende di correggerlo. Lo piega alle sue abitudini, alla sua economia. Il paradosso è che il sole non sa nulla di queste decisioni. Continuerà a sorgere quando vuole lui. Il 20 marzo, alle 14:46, arriverà l’equinozio di primavera, indifferente ai nostri calendari amministrativi. La stagione cambierà comunque, con o senza decreto. Noi a giocare con l’orologio, fino alla notte tra il 24 e il 25 ottobre, quando torneremo all’ora solare. Riporteremo indietro le lancette e avremo l’illusione opposta: quella di aver recuperato un’ora perduta. In realtà non recuperiamo nulla. Il tempo non si lascia spostare. Siamo solo noi che continuiamo, ostinatamente, a rincorrerlo.

♬ audio originale - Luigi Palamara

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