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PASSAPAROLA. IMPEGNARSI VERSO LA SOFFERENZA ALTRUI

PASSAPAROLA. “IMPEGNARSI VERSO LA SOFFERENZA ALTRUI”

Il verbo impegnarsi sottolinea il passaggio da una semplice comprensione emotiva a un agire concreto per alleviare le sofferenze degli altri.


Ed è chiaro, come abbiamo già tentato di meditare in qualche passaparola dei giorni scorsi, che questo impegno si basa su concetti fondamentali come l’empatia e la compassione, cercando di cogliere un delicato equilibrio tra la presenza emotiva e la giusta tutela del nostro benessere personale.

Una virtù, quella dell’impegnarsi, che normalmente inizia proprio con l’empatia, virtù umana che richiama il nostro “soffrire dentro” (dal greco empátheia), senza però lasciarci necessariamente travolgere da essa.

Per questo, all’empatia si deve aggiungere la virtù cristiana della compassione, dal latino cum patior, che sottolinea l’esperienza del “patire insieme”: un sentimento che ha la sua radice nell’amore e che ci spinge a “farci uno” con chi soffre, con il desiderio di alleviarne le sofferenze.

Credo sia interessante e utile sottolineare alcuni passaggi che mi sembrano importanti affinché il nostro impegno sia fruttuoso:

  • avere un’attenzione totale per chi è nella sofferenza, senza giudicare, offrendo una presenza sincera e non invadente;
  • non limitarci al solo sentimento interiore, ma cercare di intervenire concretamente con qualche gesto operativo;
  • saper rispettare i confini e i limiti degli altri con una presenza attenta e silenziosa, senza lasciarsi sopraffare dalle emozioni di chi sta soffrendo, così da mantenere con sapienza il nostro equilibrio.

Impegnarci concretamente verso la sofferenza degli altri è espressione non solo di una grande umanità, ma anche di una motivazione profondamente cristiana, e può lentamente infondere coraggio e ottimismo.

Quel poco di esperienza che ho avuto la grazia di vivere mi ha convinto dell’importanza di non separare l’empatia dalla compassione, ma di cercare di integrarle, così da poter essere vicini a chi sta soffrendo sia con il cuore sia con le mani, in una continua “incarnazione” del divino nell’umano, come in uno sposalizio mistico tra il dolore e l’amore, tra il grido di Gesù sulla croce: “Dio mio... perché mi hai abbandonato?” e le parole pronunciate poco dopo: “Nelle tue mani, Signore, raccomando il mio spirito”.

Certo, senza una fede profonda non è semplice... Però questo è l’unico cammino serio per aiutare chi sta soffrendo.

Per questo pregare gli uni per gli altri è fondamentale.

D’altronde, il nostro impegno non può che essere da cristiani!

Coraggio... avanti!

Don Nino Carta
25.3.2026

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