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“Carta Straccia”, nel nome la provocazione, nel contenuto la sostanza. Leggetelo. Non per abitudine, ma per scelta.

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Trump. L’uomo che voleva farsi Dio

Trump. L’uomo che voleva farsi Dio
L'Editoriale di Luigi Palamara 
Ci sono epoche che decadono lentamente, quasi con pudore. E ce ne sono altre che precipitano nel ridicolo con una tale ostentazione da trasformare la vergogna in spettacolo. Il nostro tempo appartiene a questa seconda specie. Non conosce più il limite, non conosce più il silenzio, non conosce più la misura. Si esibisce. Si traveste. Si incorona da sé. E infine si inginocchia davanti alla propria caricatura.

L’immagine di Donald Trump trasfigurato dall’intelligenza artificiale in una specie di Cristo imperiale, col palmo levato su un infermo, avvolto da una luce posticcia, circondato da soldati, infermieri, fedeli adoranti, aquile, bandiere e ferraglia patriottica, non è soltanto una provocazione di pessimo gusto. Sarebbe già abbastanza. No: è qualcosa di più grave, di più triste, di più velenoso. È la bestemmia di un potere che ha perso ogni contatto con il senso del limite e con la semplice, elementare decenza.

Non basta più a quest’uomo occupare la scena. Non basta più dominare il linguaggio pubblico con l’insulto, la menzogna, l’arroganza elevata a metodo. Adesso vuole anche l’aureola. Dopo aver distribuito invettive contro il Papa, accusandolo di debolezza, di fare danno alla Chiesa, di vivere nel prestigio del Vaticano quasi per concessione della sua vittoria elettorale, eccolo compiere il passo ulteriore: non contestare il simbolo, ma appropriarsene; non criticare l’autorità spirituale, ma sostituirsi ad essa; non fare politica, ma allestire la propria apoteosi.

È il gesto tipico dei tiranni dell’anima prima ancora che dei tiranni del potere: non si accontentano dell’obbedienza, vogliono la venerazione. Non basta che la folla li segua: pretendono che si inginocchi. Non basta essere temuti: vogliono essere adorati. Ed è in questa pretesa di santità, in questa insaziabile fame d’incenso, che ogni potere rivela la sua intima miseria. Perché soltanto gli uomini piccoli hanno bisogno di fingersi immensi. Soltanto gli uomini vuoti hanno bisogno di travestirsi da destino. Soltanto gli uomini radicalmente mediocri aspirano alla divinità come si aspira a un trucco di scena.

Qui non siamo più nella politica. Siamo nella liturgia del narcisismo. Siamo nel sacrilegio trasformato in propaganda. Siamo nella pornografia del sacro. Il malato non è più un uomo da soccorrere, ma un oggetto scenico. La fede non è più un mistero, ma un accessorio visivo. La preghiera non è più un atto dell’anima, ma una coreografia. Tutto viene piegato, profanato, svuotato e rimontato perché serva al culto della persona. Tutto deve concorrere alla stessa menzogna: che quest’uomo non sia un presidente, ma un unto; non un leader, ma un salvatore; non un ambizioso, ma un eletto.

E invece no. Non c’è nulla di divino in questa immagine. C’è soltanto l’odore acre della vanità. C’è la volgarità del potere quando si specchia nella propria deformità e se ne compiace. C’è il trucco grossolano di chi, non avendo statura morale, cerca altezza scenografica; di chi, non possedendo grandezza, si fabbrica monumentalità; di chi, non suscitando rispetto, mendica stupefazione.

Che un uomo simile si presti a questa messinscena, stupisce poco. Donald Trump ha fatto del proprio ego una dottrina e della propria sproporzione un sistema di governo. Da anni scambia la forza con la brutalità, l’autorevolezza con il volume della voce, il carisma con l’ossessione di sé. In lui tutto è ipertrofia: il gesto, l’insulto, la posa, la pretesa. Non persuade: invade. Non convince: schiaccia. Non rappresenta: occupa. È l’uomo che entra in ogni stanza come se fosse sua, in ogni coscienza come se fosse vuota, in ogni simbolo come se fosse disponibile all’uso privato.

La vera tragedia, però, non è lui. La tragedia siamo noi. È il mondo che rende possibile questa oscenità senza ribellarsi. È la folla che non prova disgusto, ma entusiasmo. È l’elettorato che scambia il delirio per energia, la sfacciataggine per coraggio, la megalomania per leadership. È l’assuefazione collettiva che ormai accoglie perfino il sacrilegio con l’alzata di spalle, come fosse soltanto un’altra trovata mediatica, un’altra “provocazione”, un altro episodio della grande buffoneria contemporanea.

No. Non è una buffoneria. O meglio: è una buffoneria, ma di quelle che preparano le tragedie. Perché quando il potere comincia a rivestirsi di simboli religiosi, quando pretende di guarire, benedire, illuminare, redimere, allora non siamo più nel campo del ridicolo innocuo. Siamo nella zona oscura in cui il potere vuole diventare assoluto. Prima si fa immagine. Poi si fa fede. Poi si fa legge morale. E alla fine pretende che dissentire non sia più un diritto, ma un peccato.

L’ironia, certo, affiora. Nera, feroce, quasi disperata. Viene da pensare che manchi soltanto una didascalia evangelica firmata dall’ufficio propaganda, o magari qualche apostolo in giacca blu e cravatta rossa, inginocchiato ai piedi del nuovo taumaturgo di Mar-a-Lago. Viene da sorridere, ma col disgusto di chi sorride davanti a una decomposizione. Perché qui il kitsch non è un incidente estetico: è il linguaggio ufficiale di una civiltà che ha smarrito il pudore e ha sostituito la grandezza con la scenografia.

Ed è questo che fa male. Non l’ennesima esibizione di un uomo senza misura. Ma il vuoto che la rende possibile. La miseria spirituale di un’epoca che non riconosce più la differenza tra il sacro e il suo travestimento. Tra la fede e l’idolatria. Tra l’autorità e il culto della personalità. Tra la forza e la possessione isterica della scena.

Un presidente che si fa raffigurare come Gesù non dimostra potenza. Dimostra una fame sconfinata e infantile di consacrazione. Vuole essere assolto in anticipo da ogni colpa, elevato sopra ogni critica, sottratto alla misura comune degli uomini. Vuole smettere di essere giudicato e cominciare a essere venerato. È il sogno eterno dei mediocri diventati potenti: non amministrare il mondo, ma sostituirsi a Dio.

E allora bisogna dirlo senza diplomazia, senza prudenza, senza la vigliaccheria delle formule di comodo: questa immagine è ignobile. Ignobile nella sua volgarità, ignobile nella sua intenzione, ignobile nella sua sostanza. È un insulto alla religione, al dolore, alla dignità della politica e persino all’intelligenza di chi guarda. È il monumento non alla forza, ma alla degenerazione del potere quando smette di riconoscere qualsiasi confine, umano, morale, simbolico.

La cosa più amara è che tutto questo non avviene nelle rovine di una dittatura esotica, ma nel cuore di una democrazia che si crede maestra del mondo. Una democrazia che esportava costituzioni e oggi produce idoli digitali. Una democrazia che parlava di libertà e oggi applaude l’uomo provvidenziale in versione algoritmica. Una democrazia che non sa più distinguere il capo dal vitello d’oro.

Ecco il punto. Non siamo davanti a un leader. Siamo davanti a un idolo. E gli idoli, prima o poi, chiedono sempre sacrifici.

Luigi Palamara Giornalista e Artista Aspromontàno 

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