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Il mio cappello consumato, la mia libertà, la mia Reggio Calabria

Il mio cappello consumato, la mia libertà, la mia Reggio Calabria

L'Editoriale di Luigi Palamara


Sono seduto su una panchina di Piazza Italia, a Reggio Calabria, ed è da qui che comincio questa riflessione. Non da un salotto, non da una scrivania elegante, non da una tribuna preparata per dire cose comode. Da una panchina. Con il mio zainetto accanto, con la città davanti agli occhi, con i palazzi delle istituzioni sullo sfondo e con in testa un cappellino dei Carabinieri ormai consumato, vecchio, vissuto. Eppure mi piace da impazzire.

Mi piace perché è consumato. Mi piace perché è uno di quegli oggetti che non hanno più la bellezza perfetta delle cose nuove, ma hanno acquistato qualcosa di più importante: il carattere. Le cose consumate, quando restano con noi, raccontano una fedeltà. Raccontano il tempo. Raccontano la vita. E forse raccontano anche me.

Io non sono uno da superficie lucida. Non sono uno costruito. Non sono uno che cambia faccia a seconda della convenienza. Porto addosso i segni del tempo, delle fatiche, delle delusioni, delle battaglie. E non me ne vergogno. Anzi, li considero una prova di autenticità. Per questo quel cappello mi piace: perché è un po’ la metafora di quello che sono io. Non perfetto, non pettinato per piacere a tutti, ma vero.

Qualcuno, vedendomi seduto lì, potrebbe dire: guarda Luigi Palamara, sembra un pensionato. E io ci scherzo pure. Dico che faccio il pensionato. Ma la verità è un’altra: io in pensione, dentro, non ci so andare. Non ancora. Ho troppe cose da raccontare, troppe da osservare, troppe da dire. E finché avrò questa inquietudine addosso, finché avrò questa necessità di leggere la realtà e restituirvela, vuol dire che il mio lavoro non è finito.

La verità è che dietro ogni articolo, dietro ogni video, dietro ogni riflessione, c’è una fatica che pochi immaginano. Le ore al computer che volano, i testi da elaborare, i video da montare, le notizie da seguire, le interviste da fare, la scrittura che ti prende tutta la testa. E poi arriva la domenica e sei esausto. Non svuotato per finta, esausto davvero. Perché questo lavoro, se lo fai seriamente, non ti lascia in pace. Ti accompagna, ti consuma, ti tiene sveglio.

Ma io non mi sto lamentando. Sto dicendo semplicemente che la vita vera ha un peso. E io quel peso lo conosco. Lo conosco non da oggi, non da ieri, ma da anni. Anzi, da decenni.

Ci sono stati due anni della mia vita in cui non avevo un centesimo in tasca. E quando lo dico, lo dico senza enfasi, senza cercare compassione. Lo dico come si dice una verità che ti ha marchiato. Due anni di dolore vero, di amarezza, di rabbia, di delusione, di ingiustizie subite. Due anni passati tra Roma, Bologna e altri luoghi, a cercare di resistere, a cercare di capire, a cercare soprattutto di non perdere me stesso.

Ecco perché, quando oggi vedo qualcuno che mi invidia, resto quasi interdetto. Mi invidiate cosa? Le ferite? La fatica? Le notti storte? Gli anni in cui dovevo ricominciare da zero? Oppure mi invidiate il fatto che, nonostante tutto, non mi sono lasciato spegnere? Perché forse è proprio questo che dà fastidio: non che io abbia chissà cosa, ma che io sia ancora qui, ancora in piedi, ancora libero, ancora capace di dire quello che penso.

L’invidia è quasi sempre questo: il rancore di chi non accetta la libertà degli altri.

Io ho sempre pensato che prima di giudicare gli altri bisogna farsi una domanda: io chi sono? Io rispetto gli altri? Io sono corretto? Io sono onesto con me stesso? Io questo esame provo a farmelo. Non mi assolvo da solo, ma almeno ci provo. Invece vedo troppe persone che pontificano, che si ergono a maestri, che indicano il male ovunque tranne che dentro di sé. E lì sta il punto. Troppo spesso il cattivo accusa gli altri di essere cattivi. Troppo spesso il meschino parla di moralità. Troppo spesso il servo si traveste da uomo libero.

Io, invece, una cosa la rivendico: cerco di dare l’esempio, per quanto posso. Non sono Gesù Cristo, non sono il Verbo, non sono un santo e non pretendo di esserlo. Ma almeno provo a stare in piedi con dignità. Provo a rispettare gli altri. Provo a non vivere di ipocrisia.

E invece, ogni giorno, mi ritrovo davanti servi sciocchi, disturbatori, piccoli invidiosi, gente che non costruisce niente ma prova a intralciare. Io li chiamo così: servi sciocchi. Perché è questo che sono. Il servo sciocco è una figura antica: non ha una vera autonomia, non ha una vera libertà, non ha una vera grandezza. E allora che cosa fa? Disturba chi è libero. Lo punzecchia, lo provoca, lo ostacola. Non potendo elevarsi, prova ad abbassare l’altro.

Io non sono ricco. Non ho milioni. Non ho patrimoni. Faccio il giornalista, scrivo, dipingo. La mia ricchezza è questa. È nel lavoro, nell’espressione, nella libertà. Eppure c’è chi prova invidia persino di questo. E allora viene da chiedersi quanto sia malato, dentro, chi non riesce a sopportare nemmeno che un altro viva in modo coerente con se stesso.

Quando dico “fila”, non sto minacciando nessuno. Sto dicendo: allontanati. Togliti di mezzo. Non disturbare inutilmente. Non invadere il mio spazio con la tua meschinità. Eppure c’è pure chi riesce a trasformare questo in una tragedia, in una sceneggiata, in una minaccia di querela. Siamo alla caricatura della vita pubblica, alla comicità involontaria della mediocrità.

Per fortuna non esiste solo questo. Esiste anche la parte bella. Esistono le persone care, quelle sincere, quelle leali, quelle che ti stimano senza chiederti nulla in cambio. Esistono le parole buone, i complimenti veri, la vicinanza autentica. E io queste cose le vedo, le riconosco, le custodisco. So distinguere il fango dalla luce. So distinguere chi vive di astio da chi invece sa ancora essere umano.

Ed è proprio qui che cade un’altra mia riflessione: perché tanta cattiveria? Perché così tanto bisogno di offendere, di aggredire, di mettersi in mostra attraverso il veleno? Un complimento fatto bene illumina due persone: chi lo riceve e chi lo fa. La cattiveria, invece, non guarisce nessuno. Non alleggerisce il male che uno ha dentro. Lo moltiplica. Lo allarga. Lo rende abitudine.

Anche per questo io credo che il giornalismo debba essere credibile, non asettico. Non mi interessa il giornalismo senz’anima, quello che si nasconde dietro la neutralità per non prendere posizione su nulla. A me interessa raccontare. Raccontare il territorio, la città, le persone, il clima che si respira, le contraddizioni che vedo. E raccontare significa assumersi una responsabilità: dare agli altri elementi per capire, per scegliere, per farsi un’opinione.

Io questo provo a fare. Raccontare Reggio Calabria. Raccontare Roccaforte del Greco. Raccontare la mia terra. Raccontarne la bellezza e le miserie, senza sconti e senza adulazioni. Perché l’amore vero per una città non è la cartolina. È la verità. È la capacità di guardarla in faccia anche quando non ci piace.

Adesso, per esempio, la città vive il momento delle elezioni comunali. Le liste si fanno, le segreterie si inaugurano, i candidati si studiano, la competizione cresce. E io so già che dovrò raccontare tutto questo con attenzione, con precisione, con spirito critico. Ma io sono solo. Non ho una redazione. Non posso essere ovunque. E allora faccio una scelta dichiarata, onesta: mi concentrerò sui candidati che ritengo centrali nella competizione, su quelli che davvero possono giocarsi la partita. Non per cattiveria verso gli altri, ma per limite materiale. Anche questa è una forma di serietà: dire con chiarezza cosa si può fare e cosa no.

Io non voglio fare il passacarte, non voglio fare il notaio dei comunicati stampa. Voglio continuare a fare ciò che ho sempre cercato di fare: un giornalismo vivo, pensato, partecipato. Un giornalismo in cui la notizia c’è, ma c’è anche la mia lettura. Perché la lettura è parte del lavoro. Purché sia onesta, purché sia trasparente, purché non tradisca i fatti.

C’è poi un’altra cosa che la vita mi ha regalato e che non avevo previsto: la pittura. Scrivere era nel mio destino. Raccontare pure. Dipingere, invece, è stata una rivelazione. È stato come se da una ferita fosse uscita un’altra lingua. Ho dipinto più di mille quadri. E continuo a farlo. Nei miei dipinti ci sono i miei colori interiori, le mie paure, la mia memoria, la mia idea di bellezza.

Il dolore, se non ti distrugge, qualche volta scava e tira fuori una ricchezza che nemmeno sapevi di avere. È questo che è successo a me. Dalle situazioni peggiori o esci affossato, o esci più profondo. Io ho provato a uscire più profondo. Non migliore in senso retorico, ma più consapevole, più vero, più vicino a quello che sono.

Perciò, quando parlo di me, non lo faccio per mettermi al centro. Lo faccio per spiegarmi. Perché chi mi vede scrivere, fare interviste, editoriali, libri, dipinti, può anche chiedersi: ma questo chi è? Che vuole? E allora la risposta la do io: sono una persona normale. Con una vita semplice. Con una testardaggine forte. Con una fame di espressione. Con il bisogno di restare fedele a me stesso.

A chi mi segue, io chiedo una cosa semplice: abbiate opinioni, non insulti. Dite la vostra, non entrate sul personale. Criticatemi se volete, dissentite quanto volete, ma portate pensiero. Perché quello che conta davvero non è l’offesa: è l’opinione. È il contributo che ognuno può dare a una discussione pubblica seria.

Io continuerò a fare la mia parte. Continuerò a scrivere, a raccontare, a osservare, a dipingere, a stare in mezzo alla mia città e al mio tempo. Continuerò con il mio stile, con la mia libertà, con la mia voce. E continuerò anche con questo cappellino consumato, che forse a qualcuno sembrerà una sciocchezza, ma per me è il simbolo perfetto di una fedeltà: alle cose vissute, ai giorni attraversati, alle battaglie sostenute, alla persona che sono diventato.

Io sono questo.
Sono Luigi Palamara.
E da una panchina di Reggio Calabria continuo a guardare, pensare e raccontare.

Luigi Palamara Giornalista e Artista Aspromontàno

@luigi.palamara

Il mio cappello consumato, la mia libertà, la mia Reggio Calabria L'Editoriale di Luigi Palamara Sono seduto su una panchina di Piazza Italia, a Reggio Calabria, ed è da qui che comincio questa riflessione. Non da un salotto, non da una scrivania elegante, non da una tribuna preparata per dire cose comode. Da una panchina. Con il mio zainetto accanto, con la città davanti agli occhi, con i palazzi delle istituzioni sullo sfondo e con in testa un cappellino dei Carabinieri ormai consumato, vecchio, vissuto. Eppure mi piace da impazzire. Mi piace perché è consumato. Mi piace perché è uno di quegli oggetti che non hanno più la bellezza perfetta delle cose nuove, ma hanno acquistato qualcosa di più importante: il carattere. Le cose consumate, quando restano con noi, raccontano una fedeltà. Raccontano il tempo. Raccontano la vita. E forse raccontano anche me. Io non sono uno da superficie lucida. Non sono uno costruito. Non sono uno che cambia faccia a seconda della convenienza. Porto addosso i segni del tempo, delle fatiche, delle delusioni, delle battaglie. E non me ne vergogno. Anzi, li considero una prova di autenticità. Per questo quel cappello mi piace: perché è un po’ la metafora di quello che sono io. Non perfetto, non pettinato per piacere a tutti, ma vero. Qualcuno, vedendomi seduto lì, potrebbe dire: guarda Luigi Palamara, sembra un pensionato. E io ci scherzo pure. Dico che faccio il pensionato. Ma la verità è un’altra: io in pensione, dentro, non ci so andare. Non ancora. Ho troppe cose da raccontare, troppe da osservare, troppe da dire. E finché avrò questa inquietudine addosso, finché avrò questa necessità di leggere la realtà e restituirvela, vuol dire che il mio lavoro non è finito. La verità è che dietro ogni articolo, dietro ogni video, dietro ogni riflessione, c’è una fatica che pochi immaginano. Le ore al computer che volano, i testi da elaborare, i video da montare, le notizie da seguire, le interviste da fare, la scrittura che ti prende tutta la testa. E poi arriva la domenica e sei esausto. Non svuotato per finta, esausto davvero. Perché questo lavoro, se lo fai seriamente, non ti lascia in pace. Ti accompagna, ti consuma, ti tiene sveglio. Ma io non mi sto lamentando. Sto dicendo semplicemente che la vita vera ha un peso. E io quel peso lo conosco. Lo conosco non da oggi, non da ieri, ma da anni. Anzi, da decenni. Ci sono stati due anni della mia vita in cui non avevo un centesimo in tasca. E quando lo dico, lo dico senza enfasi, senza cercare compassione. Lo dico come si dice una verità che ti ha marchiato. Due anni di dolore vero, di amarezza, di rabbia, di delusione, di ingiustizie subite. Due anni passati tra Roma, Bologna e altri luoghi, a cercare di resistere, a cercare di capire, a cercare soprattutto di non perdere me stesso. Ecco perché, quando oggi vedo qualcuno che mi invidia, resto quasi interdetto. Mi invidiate cosa? Le ferite? La fatica? Le notti storte? Gli anni in cui dovevo ricominciare da zero? Oppure mi invidiate il fatto che, nonostante tutto, non mi sono lasciato spegnere? Perché forse è proprio questo che dà fastidio: non che io abbia chissà cosa, ma che io sia ancora qui, ancora in piedi, ancora libero, ancora capace di dire quello che penso. L’invidia è quasi sempre questo: il rancore di chi non accetta la libertà degli altri. Io ho sempre pensato che prima di giudicare gli altri bisogna farsi una domanda: io chi sono? Io rispetto gli altri? Io sono corretto? Io sono onesto con me stesso? Io questo esame provo a farmelo. Non mi assolvo da solo, ma almeno ci provo. Invece vedo troppe persone che pontificano, che si ergono a maestri, che indicano il male ovunque tranne che dentro di sé. E lì sta il punto. Troppo spesso il cattivo accusa gli altri di essere cattivi. Troppo spesso il meschino parla di moralità. Troppo spesso il servo si traveste da uomo libero. Io, invece, una cosa la rivendico: cerco di dare l’esempio, per quanto posso.

♬ audio originale - Luigi Palamara

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