IL LUSSO DI NON CHIEDERE SCUSA
Trent’anni di fango e studio contro il coro dei professionisti dell'indignazione a gettone: perché il mio silenzio è l’unica risposta che vi meritate.
Il pensiero libero non va in cerca di consensi e non si accomoda nei salotti del politicamente corretto. Tra chi vive di livore digitale e chi ha consumato la vita sul campo, c'è un abisso che nessuna tastiera può colmare: ecco perché rivendico il diritto di sbagliare da solo, lasciando a voi la miseria del chiacchiericcio.
La fatica di pensare con la propria testa
L'Editoriale di Luigi Palamara
Non devo dare conto a nessuno. E non per superbia, come diranno subito i piccoli contabili dell’indignazione altrui. Non per arroganza. Non per posa. Ma perché il pensiero, quando è davvero pensiero, non chiede permesso alla folla prima di nascere.
Scrivo ciò che penso. E ciò che penso non viene da un salotto, da una tastiera usata come manganello, da una comoda poltrona dalla quale distribuire sentenze sul lavoro degli altri. Viene da trent’anni di campo. Trent’anni di sacrificio, studio, applicazione, fatica. Viene da giorni consumati fino all’osso, da energie spese senza risparmio, da notti in cui il corpo presenta il conto e la mente pure. Qualche volta quel conto si paga al Pronto Soccorso, per sfinimento fisico e psichico. E allora sì, permettetemi almeno questo: so di che cosa parlo.
Non ho mai preteso di piacere a tutti. Sarebbe ridicolo. Piace a tutti solo chi non dice nulla, chi non prende posizione, chi si accomoda nel tiepido brodo dell’opportunismo. Io no. Io dico quello che penso. Posso sbagliare, certo. Ma sbaglio con la mia testa, non con quella presa in prestito dal coro del momento.
Quello che annoia, e annoia profondamente, non è la critica. La critica, quando è seria, è persino utile. Quello che annoia è il chiacchiericcio velenoso, il commento meschino, la cattiveria travestita da opinione, l’indignazione a gettone di chi non cerca verità ma solo un bersaglio. Gente che spreca tempo a parlare di me, e pretende pure che io sprechi il mio a rispondere.
No, grazie.
C’è una forma di presunzione, oggi molto diffusa, che consiste nel credere che ogni opinione diversa dalla propria sia una provocazione, un’offesa, una colpa da processare. Invece no. Si chiama pluralità. Si chiama libertà. Si chiama mondo reale. E nel mondo reale accade anche questo: qualcuno può pensarla diversamente da voi senza dover chiedere assoluzione.
Perciò prendete atto. Non vi risponderò più. Non perché non abbia argomenti, ma perché ne ho di migliori da usare altrove. Il tempo è una cosa seria. La vita è una cosa seria. Il lavoro è una cosa seria. E io non intendo gettarli nel pozzo senza fondo delle vostre malignità.
Ognuno, passando su questa terra, lascia qualcosa. C’è chi lascia opere, chi lascia esempi, chi lascia affetto, chi lascia competenza. E poi c’è chi lascia soltanto livore. Le vostre cattiverie non sminuiranno ciò che sono, ciò che ho costruito, ciò che so fare. Non hanno questo potere. Non lo avranno mai.
Senza falsa modestia: i miei genitori hanno fatto sacrifici perché io studiassi. Mi hanno insegnato che nulla si improvvisa, che la competenza costa, che la dignità si difende anche rimanendo in piedi quando sarebbe più comodo tacere.
Fatelo anche voi. Studiate. Faticate. Costruite. Poi, magari, parleremo.
Luigi Palamara Giornalista e Artista Aspromontàno
@luigi.palamara IL LUSSO DI NON CHIEDERE SCUSA Trent’anni di fango e studio contro il coro dei professionisti dell'indignazione a gettone: perché il mio silenzio è l’unica risposta che vi meritate. Il pensiero libero non va in cerca di consensi e non si accomoda nei salotti del politicamente corretto. Tra chi vive di livore digitale e chi ha consumato la vita sul campo, c'è un abisso che nessuna tastiera può colmare: ecco perché rivendico il diritto di sbagliare da solo, lasciando a voi la miseria del chiacchiericcio. La fatica di pensare con la propria testa L'Editoriale di Luigi Palamara Non devo dare conto a nessuno. E non per superbia, come diranno subito i piccoli contabili dell’indignazione altrui. Non per arroganza. Non per posa. Ma perché il pensiero, quando è davvero pensiero, non chiede permesso alla folla prima di nascere. Scrivo ciò che penso. E ciò che penso non viene da un salotto, da una tastiera usata come manganello, da una comoda poltrona dalla quale distribuire sentenze sul lavoro degli altri. Viene da trent’anni di campo. Trent’anni di sacrificio, studio, applicazione, fatica. Viene da giorni consumati fino all’osso, da energie spese senza risparmio, da notti in cui il corpo presenta il conto e la mente pure. Qualche volta quel conto si paga al Pronto Soccorso, per sfinimento fisico e psichico. E allora sì, permettetemi almeno questo: so di che cosa parlo. Non ho mai preteso di piacere a tutti. Sarebbe ridicolo. Piace a tutti solo chi non dice nulla, chi non prende posizione, chi si accomoda nel tiepido brodo dell’opportunismo. Io no. Io dico quello che penso. Posso sbagliare, certo. Ma sbaglio con la mia testa, non con quella presa in prestito dal coro del momento. Quello che annoia, e annoia profondamente, non è la critica. La critica, quando è seria, è persino utile. Quello che annoia è il chiacchiericcio velenoso, il commento meschino, la cattiveria travestita da opinione, l’indignazione a gettone di chi non cerca verità ma solo un bersaglio. Gente che spreca tempo a parlare di me, e pretende pure che io sprechi il mio a rispondere. No, grazie. C’è una forma di presunzione, oggi molto diffusa, che consiste nel credere che ogni opinione diversa dalla propria sia una provocazione, un’offesa, una colpa da processare. Invece no. Si chiama pluralità. Si chiama libertà. Si chiama mondo reale. E nel mondo reale accade anche questo: qualcuno può pensarla diversamente da voi senza dover chiedere assoluzione. Perciò prendete atto. Non vi risponderò più. Non perché non abbia argomenti, ma perché ne ho di migliori da usare altrove. Il tempo è una cosa seria. La vita è una cosa seria. Il lavoro è una cosa seria. E io non intendo gettarli nel pozzo senza fondo delle vostre malignità. Ognuno, passando su questa terra, lascia qualcosa. C’è chi lascia opere, chi lascia esempi, chi lascia affetto, chi lascia competenza. E poi c’è chi lascia soltanto livore. Le vostre cattiverie non sminuiranno ciò che sono, ciò che ho costruito, ciò che so fare. Non hanno questo potere. Non lo avranno mai. Senza falsa modestia: i miei genitori hanno fatto sacrifici perché io studiassi. Mi hanno insegnato che nulla si improvvisa, che la competenza costa, che la dignità si difende anche rimanendo in piedi quando sarebbe più comodo tacere. Fatelo anche voi. Studiate. Faticate. Costruite. Poi, magari, parleremo. Luigi Palamara Giornalista e Artista Aspromontàno
♬ audio originale - Luigi Palamara
0 Commenti
LASCIA IL TUO COMMENTO. La tua opinione è importante.