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REGGINA, IL PROCESSO DI PIAZZA ITALIA: CANNIZZARO TRACCIA LA ROTTA, GLI ALTRI CERCANO RIPARO

REGGINA, IL PROCESSO DI PIAZZA ITALIA: CANNIZZARO TRACCIA LA ROTTA, GLI ALTRI CERCANO RIPARO

Il 10 maggio la Curva Sud rompe gli indugi e mette la politica al muro: basta col fango della Serie D, basta col "business plan" dei fallimenti e basta col politichese. In una serata di passioni e verità brutali, la piazza ha pesato i candidati: tra chi difende l’indifendibile e chi s’inventa il romanticismo, vince chi si assume il rischio della parola.

Se Battaglia affonda nei ricordi, Lamberti si rifugia nella poesia e Pazzano resta nell'innocuità istituzionale, Cannizzaro alza l’asticella e si prende la scena indicando una direzione internazionale. Ma attenzione: da oggi le promesse pesano come macigni e la città non accetterà più né sconti, né scuse. Per nessuno.

Reggina, la piazza ha parlato. E la politica ha mostrato chi aveva qualcosa da dire e chi no

L'Editoriale di Luigi Palamara


Arrivano momenti in cui una città smette di parlare con i comunicati stampa, con le note imbellettate, con le promesse da campagna elettorale, e torna a parlare con la voce più antica che possiede: quella della piazza. Reggio Calabria, il 10 maggio 2026, ha parlato così. Con la Curva Sud, con gli striscioni, con i cori, con la rabbia composta di chi non chiede favori ma rispetto. E soprattutto con una frase semplice, quasi brutale nella sua evidenza: la Reggina non può stare in Serie D.

Non può starci per storia, per peso sociale, per identità, per memoria. Non può starci perché questa non è una squadretta di provincia capitata per caso nel cuore sentimentale di qualche tifoso nostalgico. La Reggina è stata Serie A, è stata trasferte, è stata orgoglio, è stata appartenenza. È stata, per generazioni di reggini emigrati, l’ultimo filo rimasto con casa. Una maglia, certo. Ma anche una patria in miniatura.

E quando una maglia così finisce per tre anni nel pantano dei dilettanti, non si può più chiedere alla gente di avere pazienza. La pazienza, a Reggio, è stata consumata. Non è finita in un pomeriggio, non è evaporata per una sconfitta o per un play-off andato male. È stata logorata da tre anni di promesse, comunicazioni sbagliate, mercati confusi, conferenze impopolari, obiettivi mancati, silenzi pesanti e un business plan diventato, agli occhi della tifoseria, il manifesto di un fallimento.

La piazza non ha fatto poesia. Ha fatto l’elenco. Dieci punti, uno dopo l’altro, come capi d’accusa morali prima ancora che sportivi. La denominazione iniziale, quel “Fenice Amaranto” percepito come corpo estraneo. La comunicazione giudicata dilettantistica. I mercati considerati scellerati. Gli allenatori prima lasciati, poi ripresi, poi di nuovo scaricati. I giocatori inadatti all’ambiente. I rinnovi mancati. L’attaccante da doppia cifra mai arrivato. Le figure dirigenziali ritenute insufficienti. Il ruolo di Ballarino, accusato di presunzione e incompetenza. Il business plan della Serie B in tre anni, mentre la realtà parla ancora la lingua della Serie D. I rapporti deteriorati con altre società. Le vertenze, i premi, le sanzioni, il patto di riservatezza, le voci di cessione smentite o mai chiarite. E infine la domanda più politica di tutte, anche se la Curva ha ripetuto di non volere politica: chi li ha scelti, oggi, che responsabilità si prende?

Perché questo è il punto. I tifosi hanno detto di non essere né di destra né di sinistra. Hanno fatto bene. Ma proprio nel momento in cui rifiutavano la politica come appartenenza, l’hanno costretta a fare il suo mestiere: rispondere. Non promettere, non benedire, non mettersi in posa. Rispondere.

Ed è qui che la serata ha separato le parole dai pesi specifici.

Mimmo Battaglia è arrivato con il carico più difficile sulle spalle: quello di chi, direttamente o indirettamente, rappresentava anche una continuità amministrativa. E si è visto. Si è visto nella tensione, nelle contestazioni, nel bisogno di difendere l’operato dell’amministrazione, nel tentativo di ricordare che in un momento complicato qualcuno fu trovato, che Ballarino e Bandecchi furono portati al tavolo, che la scelta non nacque nel vuoto. Argomenti anche legittimi, ma consegnati alla piazza nel modo più fragile possibile: come una difesa, non come una visione.

Battaglia è apparso in difficoltà perché la piazza non chiedeva il verbale di ciò che accadde tre anni fa. Chiedeva un’assunzione di responsabilità oggi. Non bastava dire: “Allora non c’erano imprenditori reggini”. Non bastava ricordare i rischi giudiziari di altre ipotesi. Non bastava spiegare che qualcuno, comunque, ci mise la faccia. Tutto vero, forse. Ma tutto insufficiente davanti a una tifoseria che non chiedeva l’archivio delle giustificazioni: chiedeva la mappa del futuro.

E quando il futuro diventa una frase generica - “dal 26 maggio, se sarò io, mi prenderò l’impegno” - la piazza sente il vuoto tra le parole. Non perché Battaglia non sia tifoso. Non perché non abbia titolo a parlare. Ma perché portava addosso il peso di una stagione amministrativa che non può essere liquidata con il solito scaricabarile degli assenti. Brunetti non c’era, altri non c’erano, è vero. Ma chi c’è deve rispondere anche per il clima che rappresenta. E Battaglia, in quella piazza, sembrava più impegnato a non affondare che a indicare una rotta.

Eduardo Lamberti Castronuovo, invece, ha scelto un’altra strada: la strada della suggestione, della memoria, del racconto identitario. La Reggina come cultura, la Reggina come legame con gli emigrati, la Reggina come patrimonio della città. Tutto giusto. Tutto perfino condivisibile. Ma anche tutto terribilmente leggero, se non lo si appoggia su gambe vere.

Perché dire che la Reggina è dei reggini è facile. Lo sanno anche i bambini. Più difficile è spiegare come si costruisce una società capace di uscire dalla Serie D, reggere economicamente, vincere campionati, programmare strutture, settore giovanile, staff, comunicazione, dirigenza. La proposta della public company, dell’azionariato diffuso, del “ci tassiamo tutti”, può sembrare nobile, persino romantica. Ma in quel contesto è suonata frivola. Una specie di sogno civico raccontato in una piazza che non chiedeva un seminario sulle forme societarie, ma una soluzione industriale.

La Reggina non si salva con il salvadanaio sentimentale. Non basta un euro del tifoso, non basta la retorica del “facciamola noi”, non basta evocare i reggini come categoria mistica. Il calcio moderno, anche in Serie D, è una macchina costosa, feroce, spietata. Servono capitali, competenze, relazioni, programmazione, uomini di calcio. Serve qualcuno che sappia mettere soldi e idee, non soltanto nostalgia e buone intenzioni. Lamberti ha accarezzato la piazza, ma non l’ha scossa. Ha parlato alla pancia buona della città, ma il problema della Reggina non si risolve con una carezza.

Saverio Pazzano, dal canto suo, ha cercato l’equilibrio. Ha detto che il documento della Curva era condivisibile. Ha parlato di futuro, trasparenza, ascolto, sport come comunità, Sant’Agata, settore giovanile, piano complessivo per lo sport cittadino. Anche qui: tutto corretto, tutto educato, tutto istituzionalmente presentabile. Ma proprio per questo, tutto un po’ inconsistente.

Pazzano è sembrato l’uomo del quadro generale mentre la piazza chiedeva il dettaglio decisivo. Ha portato la discussione sullo sport reggino nel suo insieme, ma la piazza era lì per la Reggina. Non per una relazione programmatica sul valore educativo dello sport. La Reggina non è “una parte” del cuore sportivo di Reggio: per molti, quella sera, era il cuore stesso. E quando una città chiede sangue, sudore e soluzione, rispondere con “ascolto”, “trasparenza” e “comunità” rischia di diventare una liturgia innocua.

Non sbagliata. Innocua.

Poi è arrivato Francesco Cannizzaro. E, piaccia o non piaccia, la differenza si è sentita.

Non perché abbia consegnato un contratto già firmato. Non perché abbia svelato nomi, capitali, cordate o trattative. Non l’ha fatto. Ma ha dato alla piazza una cosa che gli altri non erano riusciti a dare: una direzione. Ha capito che quella non era una riunione tecnica, né un convegno sullo sport, né una seduta di Consiglio comunale anticipata all’aperto. Era un processo popolare. E in un processo popolare non basta “condividere il documento”. Bisogna assumersi il rischio della parola.

Cannizzaro lo ha fatto. Ha riconosciuto il valore degli ultras senza paternalismo. Ha detto grazie a chi c’è sempre stato nei momenti belli e soprattutto in quelli bui. Ha evitato, almeno all’inizio, la trappola della passerella elettorale, spiegando persino di aver pensato di non partecipare per non strumentalizzare la Reggina. Ma poi ha fatto ciò che un candidato alla guida della città deve fare: ha trasformato la presenza in impegno.

Il passaggio decisivo è stato quando ha detto che il problema non dovrà risolverlo solo chi vincerà le elezioni, ma tutta la classe dirigente cittadina. Qui c’è stata politica vera, non politichese. Perché la Reggina, se è patrimonio collettivo, non può diventare il trofeo di un sindaco, il selfie di un consigliere, la medaglia di un parlamentare o il palco di un assessore. Cannizzaro ha colto questo punto e lo ha detto con nettezza: il merito, se arriverà una soluzione, dovrà essere della città.

Ma non si è fermato alla liturgia dell’unità. Ha aggiunto il pezzo che mancava: i rapporti nazionali ed europei, la necessità di bussare alle porte giuste, l’idea che Reggio abbia bisogno di un progetto all’altezza della sua storia, non di una colletta, non di un rattoppo, non di un’altra stagione improvvisata. Quando ha detto di avere le idee chiare su dove andare a bussare, ha fatto quello che in politica si fa raramente: si è esposto.

Certo, adesso dovrà dimostrarlo. Le parole, anche quelle dette bene, restano parole finché non diventano fatti. Ma in quella piazza la differenza era tra chi cercava riparo e chi si assumeva una traiettoria. Cannizzaro ha dato alla piazza una promessa pesante, verificabile, rischiosa. E ha aggiunto un dettaglio non secondario: se dovesse contribuire a risolvere il problema, non lo si vedrà a bordo campo, negli spogliatoi o in tribuna VIP a intestarsi la vittoria. È una frase che pesa perché colpisce un costume antico di questa terra: la corsa dei potenti a farsi fotografare accanto ai successi e a sparire davanti ai fallimenti.

Questa sera, più degli altri, Cannizzaro ha parlato la lingua che la piazza voleva ascoltare: rispetto, responsabilità, ambizione. Ha detto che la Reggina non può essere trattata come una piccola società da salvare con il cappello in mano. Ha ricordato che Reggio è una piazza da Serie A. E ha posto il tema vero: non basta cambiare proprietà, bisogna cambiare dimensione.

Il punto è tutto qui. La Reggina non ha bisogno dell’ennesimo salvatore improvvisato, dell’ennesimo imprenditore venuto a misurare la temperatura sentimentale della città, dell’ennesimo progetto raccontato con le fanfare e naufragato nella mediocrità. Ha bisogno di una proprietà seria, economicamente solida, calcisticamente competente, capace di rispettare la piazza e di non usare la maglia come vetrina personale.

Ballarino, persona perbene o no, è arrivato al capolinea del rapporto fiduciario con la parte più calda del tifo. La piazza non gli contesta soltanto di non aver vinto. Gli contesta di non aver capito. Di non aver capito la Reggina, Reggio, la fame di risalita, il peso simbolico di una maglia che non può essere amministrata come una pratica aziendale qualunque. Nel calcio si può perdere. Ma quando perdi credibilità, perdi molto di più di un campionato.

La Curva Sud ha mandato un messaggio chiaro: con questa società, lo stadio rischia di svuotarsi. Ed è un messaggio gravissimo, perché una squadra senza popolo non è più una squadra: è un logo, una ragione sociale, un calendario di partite. La Reggina, invece, vive solo se resta un corpo collettivo.

A Piazza Italia non è andata in scena una semplice protesta. È andata in scena una richiesta di dignità. I tifosi hanno chiesto trasparenza, responsabilità, verità sul prezzo della società, chiarezza sulle trattative, un progetto credibile. Hanno chiesto che la politica non metta le mani sulla Reggina per comandarla, ma le metta dove deve: sulle relazioni, sulle garanzie, sulla vigilanza, sulla capacità di creare le condizioni perché arrivi qualcuno di serio.

E allora il giudizio politico della serata è inevitabile.

Battaglia ha mostrato la difficoltà di chi deve difendere un passato che non convince più. Lamberti ha mostrato la frivolezza elegante di chi scambia una soluzione con un sentimento. Pazzano ha mostrato l’inconsistenza garbata di chi dice cose giuste senza imprimere forza. Cannizzaro, invece, ha mostrato la postura di chi sa che la Reggina non si accarezza: si prende sulle spalle.

Adesso, però, viene la parte più dura. Perché le piazze non vivono di applausi eterni. Oggi applaudono, domani chiedono conto. Cannizzaro ha alzato l’asticella e proprio per questo sarà il primo a dover dimostrare che quelle parole non erano benzina elettorale, ma l’inizio di un percorso. Se davvero sa dove bussare, bussi. Se davvero ha rapporti da mettere in campo, li metta. Se davvero vuole una nuova stagione, la apra.

La Reggina non ha più tempo per i teatrini. Non ha più tempo per le mezze frasi, per i patti di riservatezza usati come nebbia, per le conferenze d’autocelebrazione, per le promesse elastiche, per le proprietà stanche e per la politica che arriva solo quando c’è da mettersi davanti a una telecamera.

Il 10 maggio 2026 la città ha detto una cosa semplice: basta.

Basta Serie D. Basta umiliazioni. Basta improvvisazione. Basta parole senza gambe.

Adesso servono i fatti. E, tra tutti quelli che hanno parlato, Cannizzaro è quello che più di tutti ha scelto di legare il proprio nome a quei fatti. È un merito, ma anche una condanna. Perché da oggi non potrà più dire: non sapevo. Non potrà più dire: non toccava a me. Non potrà più dire: vedremo.

La piazza ha visto. La piazza ha ascoltato. La piazza ricorderà.

E la Reggina, che è molto più di una squadra, aspetta finalmente qualcuno capace non di usarla, ma di liberarla.

Luigi Palamara Giornalista e Artista Aspromontàno

@luigi.palamara Intervento di Francesco Cannizzaro candidato sindaco di Reggio Calabria Piazza Italia Reggio Calabria 10 maggio 2026 durante l'incontro pubblico con gli Ultras. #ultras #calcio #reggina #francescocannizzaro #reggiocalabria ♬ audio originale - Luigi Palamara
@luigi.palamara Reggio Calabria 10 maggio 2026 Piazza Italia. Gli Ultras della Reggina scendono in piazza. a breve l'editoriale #tiktoklive #livehighlights ♬ audio originale - Luigi Palamara
@luigi.palamara Grazie per l'apprezzamento e per tutti i Regali. Siete davvero importanti per me. #tiktoklive #livehighlights ♬ audio originale - Luigi Palamara
@luigi.palamara La sintesi della richiesta degli Ultras della Reggina. le dichiarazioni finali di Giovanni e di Emanuele. Reggio Calabria 10 maggio 2026 #reggina #reggiocalabria #calcio #ultras #curvasud ♬ audio originale - Luigi Palamara
@luigi.palamara La sintesi della richiesta degli Ultras della Reggina. le dichiarazioni finali di Giovanni e di Emanuele. Reggio Calabria 10 maggio 2026 HIGHLIGHTS #reggina #reggiocalabria #calcio #ultras #curvasud ♬ оригинальный звук - Игорь Федючек 🇧🇾 - user06023354326

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