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Reggio Calabria. Il rione Marconi chiede legalità

 Blitz antidroga nel rione Marconi a Reggio Calabria: due ordinanze cautelari smantellano una centrale dello spaccio protetta da telecamere, dove venivano impiegati anche minori.

La periferia prigioniera e la sfida oltre gli arresti: se la legalità non è solo una parata di sirene

Il procuratore Borrelli avverte: «Non basta arrestare, serve una bonifica civile». Tra minacce ai residenti onesti, alloggi occupati e il silenzio complice dei clienti, la rinascita del quartiere passa ora dalle risposte del Comune e dello Stato.

Il rione Marconi chiede legalità

L'Editoriale di Luigi Palamara


Una parola che torna spesso, quando si parla di certe periferie: bonifica. È una parola dura, quasi da dopoguerra. Ma a volte serve, perché racconta meglio di altre la condizione di pezzi di città dove lo Stato arriva con le sirene, con le ordinanze, con le manette, e poi deve restare anche quando le sirene si spengono.

A Reggio Calabria, in via Marconi, la Procura ha eseguito due ordinanze cautelari. Una riguarda la piazza di spaccio, l’altra i fornitori. Due facce della stessa moneta: chi vende e chi alimenta il mercato. Ma il punto, come ha spiegato il procuratore Giuseppe Borrelli, non è soltanto giudiziario. È civile. È urbano. È umano.

Perché una piazza di spaccio non è solo un luogo dove si compra droga. È un pezzo di territorio sottratto alla vita normale. È una strada dove chi abita deve misurare i passi, abbassare la voce, evitare proteste. È una porta di casa che si apre con prudenza. È il cittadino perbene che diventa ospite, e talvolta prigioniero, nel quartiere in cui vive.

Secondo quanto emerso, la centrale dello spaccio era in via Marconi, nel rione Marconi, zona sud della città. Gli stupefacenti, ha detto il procuratore, avevano origine calabrese. La vendita sarebbe avvenuta in un locale attrezzato persino con videocamere e sistemi di sicurezza. Un paradosso quasi perfetto: gli strumenti pensati per proteggere chi delinque sarebbero diventati utili agli investigatori, che hanno potuto acquisire le registrazioni e rafforzare il quadro probatorio.

Poi ci sarà il vaglio dei giudici, come è giusto che sia. Le accuse dovranno passare dal Tribunale del Riesame e poi dal giudizio. In uno Stato di diritto non basta dire: bisogna provare. Ma intanto il quadro descritto dalla Procura è grave.

Tra gli indagati vi sarebbero soggetti già conosciuti, con precedenti specifici. Ancora più grave, secondo l’impostazione accusatoria, è la contestazione di aggravanti legate all’associazione per delinquere finalizzata allo spaccio: l’utilizzo di minori, perfino infraquattordicenni, e l’impiego di armi. Quando un bambino entra nel circuito della droga, non siamo più soltanto davanti a un reato. Siamo davanti a una sconfitta collettiva.

Il rione Marconi non è nuovo alle cronache. Da anni viene indicato come una zona difficile, troppe volte attraversata da operazioni delle forze dell’ordine. Qualcuno l’ha definita “terra di nessuno”. Espressione brutale, forse ingenerosa verso chi lì vive onestamente, lavora, cresce figli, sopporta. Ma proprio per questo fa male: perché in quelle parole c’è il senso di abbandono che molti cittadini avvertono.

E infatti il procuratore ha toccato un punto essenziale: non basta arrestare. Bisogna ricostruire condizioni di legalità. Una frase semplice, ma impegnativa. Legalità significa ordine pubblico, certo. Ma significa anche case assegnate a chi ne ha diritto, alloggi occupati abusivamente liberati, fragilità sociali verificate una per una, amministrazioni presenti, Prefettura coinvolta, Comune responsabile, servizi sociali capaci di distinguere tra bisogno vero e abuso mascherato da bisogno.

Perché anche qui serve coraggio. Ci sono persone anziane, malate, fragili, famiglie in difficoltà. Vanno tutelate. Ma se qualcuno ha redditi adeguati e occupa abusivamente un immobile destinato ad altri, quella non è fragilità: è prepotenza. E la prepotenza, nelle periferie, diventa presto sistema.

I cittadini, ha detto Borrelli, hanno protestato. Qualcuno ha provato a dire basta davanti a quella che dalle immagini appariva come una vera e propria calca di clienti. Una ressa davanti alla droga. E chi protestava sarebbe stato zittito con minacce, con intimidazioni, con i soliti metodi. I soliti, appunto. Quelli che in certi quartieri non hanno bisogno di presentazioni.

Si è parlato anche di centinaia di clienti al giorno. Il procuratore ha precisato di non aver dato numeri. Ma il dato politico e sociale resta: quella piazza era conosciuta, frequentata, riconoscibile. Una centrale dello spaccio non nasce nel silenzio assoluto. Cresce dove il controllo criminale incontra la domanda, dove la paura dei residenti incontra l’abitudine di chi passa, compra e va via.

Ecco allora il punto più scomodo: la droga non è soltanto il problema degli spacciatori. È anche il mercato dei clienti. Chi compra alimenta quel potere, quella calca, quella paura sotto le finestre degli altri. Ogni dose acquistata in una piazza di spaccio è un piccolo voto dato al degrado.

Alla domanda sull’eventuale legame con la criminalità organizzata, Borrelli ha risposto che non è contestata l’associazione mafiosa. È una precisazione importante. Non tutto ciò che è criminale è automaticamente mafia. Ma non per questo è meno devastante per la vita quotidiana. Ci sono forme di dominio del territorio che, anche senza una contestazione mafiosa, riescono a produrre paura, silenzio, rassegnazione.

La magistratura fa la sua parte. Le forze dell’ordine fanno la loro. Ma una città non si salva soltanto con le ordinanze cautelari. Si salva quando dopo l’operazione arrivano le ruspe dove servono, gli assistenti sociali dove servono, gli uffici comunali dove servono, la scuola dove serve, il lavoro dove manca, la luce dove c’è buio.

Il procuratore lo ha detto chiaramente: lui è a Reggio da meno tempo rispetto ai dieci anni in cui di quel quartiere si discute. Ed è una frase che pesa. Perché significa che il problema viene da lontano e non può essere archiviato con una conferenza stampa.

Rione Marconi oggi è il nome di un’operazione. Ma dovrebbe diventare il nome di un impegno. Restituire quel rione ai cittadini perbene, a chi lavora, a chi manda i figli a scuola, a chi vuole soltanto vivere senza chiedere permesso agli spacciatori.

La legalità, in fondo, è una cosa molto semplice: poter uscire di casa senza paura. E in certe zone della città questa semplicità è ancora una conquista.

Luigi Palamara Giornalista e Artista Aspromontano

@luigi.palamara

 Blitz antidroga nel rione Marconi a Reggio Calabria: due ordinanze cautelari smantellano una centrale dello spaccio protetta da telecamere, dove venivano impiegati anche minori. La periferia prigioniera e la sfida oltre gli arresti: se la legalità non è solo una parata di sirene Il procuratore Borrelli avverte: «Non basta arrestare, serve una bonifica civile». Tra minacce ai residenti onesti, alloggi occupati e il silenzio complice dei clienti, la rinascita del quartiere passa ora dalle risposte del Comune e dello Stato. Il rione Marconi chiede legalità L'Editoriale di Luigi Palamara Una parola che torna spesso, quando si parla di certe periferie: bonifica. È una parola dura, quasi da dopoguerra. Ma a volte serve, perché racconta meglio di altre la condizione di pezzi di città dove lo Stato arriva con le sirene, con le ordinanze, con le manette, e poi deve restare anche quando le sirene si spengono. A Reggio Calabria, in via Marconi, la Procura ha eseguito due ordinanze cautelari. Una riguarda la piazza di spaccio, l’altra i fornitori. Due facce della stessa moneta: chi vende e chi alimenta il mercato. Ma il punto, come ha spiegato il procuratore Giuseppe Borrelli, non è soltanto giudiziario. È civile. È urbano. È umano. Perché una piazza di spaccio non è solo un luogo dove si compra droga. È un pezzo di territorio sottratto alla vita normale. È una strada dove chi abita deve misurare i passi, abbassare la voce, evitare proteste. È una porta di casa che si apre con prudenza. È il cittadino perbene che diventa ospite, e talvolta prigioniero, nel quartiere in cui vive. Secondo quanto emerso, la centrale dello spaccio era in via Marconi, nel rione Marconi, zona sud della città. Gli stupefacenti, ha detto il procuratore, avevano origine calabrese. La vendita sarebbe avvenuta in un locale attrezzato persino con videocamere e sistemi di sicurezza. Un paradosso quasi perfetto: gli strumenti pensati per proteggere chi delinque sarebbero diventati utili agli investigatori, che hanno potuto acquisire le registrazioni e rafforzare il quadro probatorio. Poi ci sarà il vaglio dei giudici, come è giusto che sia. Le accuse dovranno passare dal Tribunale del Riesame e poi dal giudizio. In uno Stato di diritto non basta dire: bisogna provare. Ma intanto il quadro descritto dalla Procura è grave. Tra gli indagati vi sarebbero soggetti già conosciuti, con precedenti specifici. Ancora più grave, secondo l’impostazione accusatoria, è la contestazione di aggravanti legate all’associazione per delinquere finalizzata allo spaccio: l’utilizzo di minori, perfino infraquattordicenni, e l’impiego di armi. Quando un bambino entra nel circuito della droga, non siamo più soltanto davanti a un reato. Siamo davanti a una sconfitta collettiva. Il rione Marconi non è nuovo alle cronache. Da anni viene indicato come una zona difficile, troppe volte attraversata da operazioni delle forze dell’ordine. Qualcuno l’ha definita “terra di nessuno”. Espressione brutale, forse ingenerosa verso chi lì vive onestamente, lavora, cresce figli, sopporta. Ma proprio per questo fa male: perché in quelle parole c’è il senso di abbandono che molti cittadini avvertono. E infatti il procuratore ha toccato un punto essenziale: non basta arrestare. Bisogna ricostruire condizioni di legalità. Una frase semplice, ma impegnativa. Legalità significa ordine pubblico, certo. Ma significa anche case assegnate a chi ne ha diritto, alloggi occupati abusivamente liberati, fragilità sociali verificate una per una, amministrazioni presenti, Prefettura coinvolta, Comune responsabile, servizi sociali capaci di distinguere tra bisogno vero e abuso mascherato da bisogno. Perché anche qui serve coraggio. Ci sono persone anziane, malate, fragili, famiglie in difficoltà. Vanno tutelate. Ma se qualcuno ha redditi adeguati e occupa abusivamente un immobile destinato ad altri, quella non è fragilità: è prepotenza. E la prepotenza, nelle periferie, diventa presto sistema. I cittadini, ha det

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