Il generale, la bussola e il Paese che non si lascia deportare negli slogan
L'effetto Vannacci e la tentazione della destra radicale
L'apparizione televisiva del generale tra metafore marinare, slogan netti e la sfida aperta a Giorgia Meloni: così il neonato movimento "Futuro Nazionale" rischia di diventare la mina vagante del centrodestra.
Il generale ormeggia a destra e indica la rotta dell'ortodossia identitaria, rimproverando al governo di non aver mantenuto le promesse su tasse e migranti. Ma tra il fascino televisivo della "sciabola" e la complessità dei numeri elettorali, resta un nodo irrisolto: la differenza strutturale che passa tra il brandire una bussola e il saper governare la realtà.
L'Editoriale di Luigi Palamara
Qualcosa di teatralmente italiano, quasi da commedia amara, risalta nell’apparizione televisiva del generale Roberto Vannacci davanti a Lilli Gruber e Lina Palmerini. Un uomo che entra in studio con l’aria di chi porta con sé una rotta, una bandiera, un vocabolario e una missione; e ne esce, dopo trentacinque minuti di fuoco incrociato, con la stessa certezza con cui era entrato: quella di essere lui il punto nave di una destra che, a suo dire, avrebbe smarrito la bussola.
La metafora marinara gli piace. La usa. La brandisce. La destra avrebbe perso la rotta, e lui, Vannacci, arriverebbe a riportarla sul giusto quadrante. Ma il problema, in politica, non è soltanto sapere dove si vuole andare. È sapere se esiste davvero il porto promesso, se la nave può arrivarci, se l’equipaggio è disposto a seguirti e, soprattutto, se la carta nautica non è stata disegnata con la matita dell’illusione.
Vannacci si definisce generale, politico, europarlamentare, uomo di destra autentica. Non estrema, precisa. Autentica. La differenza, dice, sta nel fatto che bisogna prima stabilire che cosa sia “estremo”. Domanda non banale, se non fosse che spesso chi rifiuta l’etichetta di estremo lo fa non per moderarsi, ma per rendere normale ciò che fino a ieri stava ai margini. È un vecchio trucco della politica: non spostare se stessi verso il centro, ma spostare il centro verso se stessi.
E così la destra autentica di Vannacci diventa una destra che rimprovera a Giorgia Meloni di non aver “messo a terra” le promesse. Il presidenzialismo non c’è. La riforma della giustizia non basta. L’immigrazione non è stata fermata. Il Green Deal è ancora lì. L’Europa resta un nemico comodo e insieme un palcoscenico redditizio. Meloni, secondo il generale, è ancora di destra autentica, ma dovrebbe dimostrarlo di più. È un giudizio formulato con apparente rispetto e con sostanziale sfida: cara Giorgia, sei dei nostri, ma non abbastanza; sei la premier, ma io sono il certificatore dell’ortodossia.
Poi arrivano le tasse. E qui il generale, che pure parla spesso come un tribuno, si fa quasi professore di educazione civica. Le tasse non sono un pizzo di Stato, dice, ma una forma di solidarietà sociale. Bene. Anzi, benissimo. Peccato che subito dopo il ragionamento imbocchi la scorciatoia più prevedibile: la società non è più coesa anche per colpa dell’immigrazione illimitata; gli immigrati assorbirebbero risorse; i clandestini non lavorano; non contribuiscono allo Stato sociale.
È il passaggio classico dal principio giusto al bersaglio comodo. Che l’evasione fiscale sia una piaga nazionale, che il lavoro nero sia spesso organizzato e sfruttato da italianissimi imprenditori, caporali, famiglie, aziende e sistemi produttivi, passa in secondo piano. Il clandestino diventa il simbolo di tutto ciò che non funziona. Il migrante irregolare è il volto su cui scaricare l’ansia di un Paese che non riesce a guardarsi allo specchio. Lina Palmerini lo incalza: chi li sfrutta? Chi li paga tre euro l’ora? Chi li assume in nero invece di denunciarli? Domande semplici, quasi brutali. Vannacci risponde tornando al principio: se non entrassero, il problema non ci sarebbe.
È una frase che funziona in televisione, ma governa poco. Anche perché la realtà ha la cattiva abitudine di non obbedire agli slogan. I migranti arrivano, transitano, restano, lavorano, scappano, vengono sfruttati, chiedono protezione, la ottengono o non la ottengono. Alcuni delinquono, molti no. Alcuni costano, molti producono. Alcuni sono irregolari perché entrati illegalmente, altri perché precipitati nell’irregolarità dopo permessi non rinnovati, burocrazie lente, lavori perduti, norme contraddittorie. Il mondo non è un casellario militare dove ogni uomo entra in una categoria e vi resta per sempre.
Eppure la parola chiave è “remigrazione”. Suona tecnica, quasi amministrativa. In realtà è una parola pesante, gravida di storia e di ambiguità. Vannacci la declina così: via quelli che non hanno diritto di stare qui; via quelli che non si assimilano; via chi non rispetta lingua, storia, cultura, tradizioni. E quando Gruber chiede come, concretamente, si faccia a rimandarli indietro, il generale risponde con la formula dei Paesi terzi sicuri. Se il Paese d’origine non accetta, si manda il migrante in un Paese terzo. Il punto, dice, è che non resti da noi.
Eccolo, il cuore politico della questione: non tanto risolvere il problema, quanto spostarlo altrove. Non tanto governare un fenomeno, quanto rimuoverlo dal campo visivo nazionale. Il migrante non è più un essere umano da identificare, giudicare, eventualmente espellere secondo diritto, ma un pacco geopolitico da trasferire dove non disturbi. La parola “deportazione” viene respinta, poi quasi accettata nella sua definizione tecnica: movimentazione coatta contro la volontà dell’interessato. Ma basta cambiare nome alle cose perché esse cambino natura? La politica contemporanea spesso crede di sì. La realtà, purtroppo o per fortuna, no.
Sull’immigrazione, Vannacci accusa il centrodestra di non fare abbastanza. Ma Palmerini gli ricorda un fatto politico essenziale: la battaglia europea sui Paesi terzi sicuri l’ha fatta Giorgia Meloni, non Vannacci. Il generale allora corregge il tiro: sì, primo passo avanti, ma insufficiente. La destra di governo diventa così, di volta in volta, colpevole di non aver fatto nulla o di aver fatto troppo poco; complice dell’Europa o vittima degli alleati; sovranista a parole e moderata nei fatti. È la posizione ideale per chi sta fuori dal governo ma vuole ereditare i voti di chi ci sta dentro: rimproverare senza amministrare, promettere senza firmare decreti, indicare linee rosse senza doverle trasformare in bilanci, trattati, sentenze, procedure, navi, aerei, centri, ricorsi e accordi internazionali.
Poi c’è il capitolo delle alleanze. Futuro Nazionale non è ancora nato, ma già pesa nei sondaggi. Non è ancora partito, ma già tratta come se lo fosse. Non è ancora collocato, ma già spaventa. Vannacci dice che le alleanze non sono all’ordine del giorno, che verranno a ridosso delle elezioni, che prima ci sono le sue linee rosse: immigrazione, sicurezza, Green Deal, identità. Marina Berlusconi, che non lo vuole nel perimetro di una destra presentabile, viene liquidata con una domanda: a che titolo parla? Ma qui il generale finge di non sapere ciò che tutti sanno. In certi partiti, in certe famiglie, in certe aziende editoriali e politiche, il titolo non sempre sta nello statuto. A volte sta nel cognome, nei soldi, nella storia, nelle televisioni, nelle eredità.
Il nodo vero è un altro: il voto a Vannacci è voto utile o voto alla sinistra? Meloni e Salvini, se il generale correrà fuori dalla coalizione, diranno probabilmente che votarlo significa favorire il campo largo. Vannacci rovescia l’accusa: il voto utile è utile solo a chi ha già la poltrona. È una battuta efficace, ma non cancella l’aritmetica. Se un nuovo partito prende voti soprattutto dalla Lega e da Fratelli d’Italia, il centrodestra si indebolisce. Se supera la soglia, condiziona. Se non la supera, disperde. Se corre solo, può consegnare collegi all’avversario. La politica è anche matematica, e la matematica non si commuove davanti alla preghiera del paracadutista.
E infatti il punto finale di Paolo Pagliaro è forse il più rivelatore. Futuro Nazionale, secondo i dati illustrati, varrebbe il 4,5%. Più tra gli uomini, più tra i giovani sotto i quarant’anni, meno tra le donne e gli over 64. Bacino potenziale dell’8%. Oltre un milione e trecentomila voti. Una parte sottratta alla Lega, una parte a Fratelli d’Italia, una parte agli ex astenuti. Tradotto: Vannacci non è folklore, non è solo un caso editoriale, non è soltanto il generale che infiamma i talk show. È un possibile fattore di scomposizione del centrodestra. Forse piccolo, forse decisivo. Dipende dalla legge elettorale, dalle soglie, dalle coalizioni, dal clima. Ma c’è.
La sua forza nasce proprio da ciò che infastidisce gli avversari: parla chiaro, o almeno sembra farlo. Dice “famiglia naturale”, “assimilazione”, “sovranità”, “clandestini”, “deportazione”, “linee rosse”. In un Paese dove molti politici parlano per subordinate e nebbie, lui parla per slogan netti. E lo slogan netto, in tempi confusi, ha il fascino della sciabola. Taglia. Non spiega, ma taglia. Non cura, ma incide. Non distingue, ma mobilita.
Il problema è che governare non è tagliare il mondo in due con una sciabola. Governare è scegliere dentro le zone grigie. Lo si vede sul ponte sullo Stretto. Gruber gli chiede se, davanti a un’inchiesta per corruzione e rivelazione di segreto d’ufficio, i lavori vadano bloccati. Vannacci risponde di no: l’infrastruttura è importante, si vada avanti; se qualcuno deve pagare, paghi. È una risposta che contiene una verità e un pericolo. La verità: un Paese non può fermarsi a ogni avviso di garanzia. Il pericolo: un Paese non può nemmeno costruire grandi opere come se la legalità fosse una seccatura da sistemare dopo, a ponte fatto. Le infrastrutture nella legalità non sono un lusso da anime belle: sono il fondamento di uno Stato serio.
E qui si apre il capitolo giustizia. Abuso d’ufficio abolito, traffico di influenze attenuato, Corte dei conti ridimensionata. Palmerini domanda: tutto questo non indebolisce le garanzie per i cittadini onesti? Vannacci risponde con una definizione formalistica: legalità è rispetto delle leggi; se il Parlamento cambia le leggi, quella è sovranità popolare. Vero, ma insufficiente. Anche le cattive leggi sono leggi. Anche una maggioranza può approvare norme discutibili. Anche la sovranità popolare ha bisogno di limiti, garanzie, controlli, Costituzione. Altrimenti la legalità diventa semplice obbedienza al vincitore del momento.
Qui il generale appare intrappolato in una contraddizione. Da un lato invoca pene più dure, criminali in galera, Stato forte. Dall’altro accetta senza particolare scandalo norme che riducono responsabilità e controlli sui colletti bianchi, perché le ha votate il Parlamento. Ma la legalità non è soltanto il manganello contro chi ruba in strada; è anche il faro acceso su chi firma appalti, gestisce denaro pubblico, traffica relazioni, abusa di potere. Uno Stato che urla con i deboli e sussurra con i forti non è uno Stato severo. È uno Stato selettivo.
Il passaggio più acceso, naturalmente, riguarda i diritti civili. Qui Vannacci torna nel territorio che lo ha reso famoso, venduto, discusso, contestato: la famiglia naturale, gli omosessuali, la comunità LGBT+. Dice che la famiglia è una sola, che l’orientamento omosessuale non è “normale” in senso statistico, che non c’è giudizio positivo o negativo, solo constatazione numerica. È la difesa lessicale di sempre: normale come maggioritario. Ma le parole non vivono nei dizionari come insetti sotto vetro. Vivono nella storia, nella carne, nelle ferite. Dire a una persona che non è normale non è mai una semplice tabella statistica. È un gesto culturale. Può essere mascherato da neutralità, ma produce gerarchia.
Quando Gruber gli chiede se una figlia gay avrebbe famiglia, Vannacci risponde che avrebbe una famiglia, ma non quella giuridicamente equiparabile alla famiglia naturale. Quando si parla di reversibilità, dice che è già prevista; quando si parla di genitorialità, risponde che la paternità non è un diritto, ma un privilegio. E qui emerge la sua idea profonda: i diritti sono accettabili finché non cambiano il perimetro simbolico della società. Puoi esistere, puoi essere curato, puoi camminare, puoi guidare, ma non pretendere che il tuo amore, la tua casa, il tuo progetto familiare siano chiamati nello stesso modo. È una cittadinanza con riserva semantica.
Il generale dice di non essere ossessionato dagli LGBT, ma ogni volta che il tema appare egli vi entra con la determinazione di chi difende un confine. E forse, nella sua visione, questo è il punto: i confini. Confine nazionale contro migranti. Confine culturale contro musulmani non assimilati. Confine familiare contro coppie omosessuali. Confine politico contro la destra giudicata troppo moderata. Confine morale contro le quote di genere. Confine identitario contro l’Europa. Tutto il suo discorso è una geografia di linee rosse.
Anche sulle donne il copione è noto: le donne valgono per quello che sono, non hanno bisogno di quote, l’elettorato è metà femminile e voterà liberamente. Sembra buonsenso meritocratico, ma spesso il merito invocato da chi non ha mai dovuto scavalcare certi muri diventa il paravento dei privilegi esistenti. Le quote non sono un premio alla debolezza femminile; sono una correzione temporanea di un sistema che per decenni ha selezionato, promosso, cooptato e protetto soprattutto uomini. Si può discutere su come applicarle. Ma liquidarle come posti riservati significa fingere che la gara sia sempre stata alla pari.
Poi c’è il Vannacci uomo di parola. Quello che diceva di non fare politica, ma presentare un libro. Quello che diceva che Il Mondo al Contrario non era un partito. Quello che diceva di credere nella parola data e nell’onore. Quello che poi lascia la Lega, fonda un suo percorso, rivendica i voti presi, accusa Salvini di aver usato lui più di quanto lui abbia usato Salvini. Qui il generale si difende con una formula antica: non sono cambiato io, sono cambiati loro. O meglio: io sono rimasto fedele ai miei valori, la Lega no.
Può darsi. Ma in politica la coerenza assoluta è spesso il nome nobile dell’opportunità ben raccontata. Vannacci ha accettato la candidatura, il traino, il simbolo, la macchina territoriale, la vicesegreteria. Poi ha scoperto che la Lega votava cose non sempre coincidenti con il suo mondo. Possibile che non lo sapesse prima? Possibile che un generale, abituato ai dossier, alle mappe, agli ordini, alle catene di comando, non avesse studiato la rotta del partito su cui saliva? Oppure la rotta andava bene finché portava a Bruxelles, e ha cominciato a non andare più bene quando poteva portare altrove?
Alla fine, il fenomeno Vannacci ci dice più del Paese che di Vannacci. Ci dice che c’è una parte d’Italia stanca delle mediazioni, arrabbiata con l’Europa, sospettosa verso i migranti, insofferente verso il linguaggio dei diritti, nostalgica di un ordine semplice, sedotta dall’idea che basti chiamare le cose con nomi duri per risolverle. Ci dice che il centrodestra di governo ha deluso una parte del suo elettorato proprio perché governando ha dovuto fare i conti con la realtà. Ci dice che la destra radicale non è un corpo estraneo, ma una tentazione permanente dentro la destra italiana: ogni volta che il governo rallenta, essa accelera; ogni volta che la premier media, essa denuncia; ogni volta che la complessità chiede pazienza, essa offre una frusta.
Ma un Paese non si governa con la frusta. Non si governa con il dizionario in mano per stabilire chi è normale e chi no. Non si governa trasformando gli immigrati in unità statistiche da trasferire. Non si governa fingendo che i diritti degli altri siano capricci e i propri siano natura. Non si governa dicendo che la legalità è soltanto ciò che la maggioranza decide oggi. Non si governa promettendo remigrazioni di massa, ponti senza ombre, tasse solidali ma colpe esterne, famiglie naturali, donne senza quote e partiti senza alleanze.
Il generale Vannacci può valere il 4,5%, forse di più. Può togliere voti a Salvini, graffiare Meloni, sedurre ex astenuti, irritare Forza Italia, diventare ago della bilancia o mina vagante. Può anche crescere, perché in politica la chiarezza apparente paga più della competenza silenziosa. Ma prima o poi, a chi chiede voti non basta più dire dove sono le linee rosse. Deve spiegare che cosa c’è oltre quelle linee. Deve dire chi paga, chi decide, chi controlla, chi risponde, chi resta, chi parte, chi ha diritti e chi no.
La bussola, da sola, non basta. Serve una mappa. E soprattutto serve sapere se la rotta indicata porta davvero a un porto o soltanto contro gli scogli.
Luigi Palamara Giornalista e Artista Aspromontàno
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