La festa degli ultimi per il ritorno alla libertà di Gianni Alemanno
LEZIONE REBIBBIA. Il caso dell’ex sindaco di Roma accende i riflettori sulla realtà del sovraffollamento e sui diritti negati ai detenuti
I compagni di cella organizzano un buffet d’arrivederci per l'ex esponente politico: un gesto di solidarietà che diventa un atto d'accusa contro lo Stato, la burocrazia penitenziaria e la deriva vendicativa del sistema carcerario italiano.
L'Editoriale di Luigi Palamara
Una cosa che il carcere insegna meglio di qualunque università, di qualunque tribunale, di qualunque salotto televisivo: la misura dell’uomo. La misura vera, non quella che gli attribuiscono le sentenze, i titoli dei giornali, le campagne d’odio, le convenienze politiche. In carcere l’uomo resta nudo. Non ha più il rango, la scorta, il ruolo, la poltrona, la maschera. Ha una branda, pochi metri quadrati, un sacco di plastica, qualche libro, la nostalgia dei suoi cari e, se è fortunato, la solidarietà di chi condivide la stessa aria pesante.
A Rebibbia, nel reparto dove Gianni Alemanno attende di conoscere il giorno esatto della sua uscita, è accaduta una cosa semplice e perciò enorme: i detenuti gli hanno organizzato una festa d’arrivederci. Non una cerimonia ufficiale, non una passerella, non una di quelle liturgie ipocrite in cui l’istituzione si assolve da sola. Una festa vera, fatta da uomini che non hanno quasi nulla e che proprio per questo sanno dare molto.
Un buffet nella saletta di socialità, il “club calabrese” all’opera, la pizzeria interna che contribuisce, Fabio e Antonio che preparano, sistemano, coordinano. Una piccola repubblica degli esclusi, dove il pane, la pizza e una lettera valgono più di un comunicato ministeriale. E dove una parola, “a rivederci fuori”, suona come una promessa e come un atto d’accusa.
Perché il punto non è solo quando uscirà Alemanno. Il punto è che, per stabilire pochi giorni di pena in più o in meno, bisogna discutere ancora una volta di metri quadrati, di celle misurate con la fantasia burocratica, di diritti riconosciuti a qualcuno e negati ad altri. L’articolo 35-ter dell’Ordinamento penitenziario prevede uno sconto di pena quando la detenzione si svolge in condizioni inumane e degradanti. Tradotto dal burocratese: se lo Stato ti chiude in condizioni che non dovrebbe infliggere nemmeno al suo peggior nemico, deve almeno riconoscere di averti fatto subire una pena oltre la pena.
Ma lo Stato, quando vuole, sa diventare cieco con precisione chirurgica. Vede celle spaziose dove ci sono scatole di cemento. Vede normalità dove c’è sovraffollamento. Vede sicurezza dove c’è abbandono. E soprattutto vede alcuni detenuti più di altri. Alcuni li dimentica. Altri li sorveglia con zelo. Altri ancora li punisce due volte, perché hanno un nome che pesa, una faccia nota, un passato politico, un marchio mediatico.
La lettera letta dai compagni di detenzione ad Alemanno è, nella sua lingua diretta e popolare, un documento politico più serio di tanti discorsi parlamentari. Dice una cosa elementare: i diritti umani non hanno colore politico. Detta fuori dal carcere, questa frase rischia di sembrare uno slogan. Detta dentro il carcere, diventa una verità scolpita nel muro. Perché lì non importa da dove vieni, per chi hai votato, che cosa sei stato. Importa se hai ancora dignità. Importa se qualcuno ti ascolta. Importa se la legge vale anche quando la porta si chiude alle tue spalle.
Alemanno, secondo il racconto dei suoi compagni, ha fatto ciò che spesso la politica promette e quasi mai mantiene: ha dato voce a chi non ne ha. Ha parlato di suicidi, di morti, di grazia, di anziani, di malati, di celle invivibili, di richieste negate, di interviste impedite. Ha costretto il carcere, questo grande rimosso nazionale, a uscire per qualche minuto dal cono d’ombra in cui lo si tiene per comodità.
Perché il carcere italiano è questo: un luogo che tutti invocano quando hanno paura e che nessuno vuole guardare quando dovrebbe provare vergogna. È il deposito delle nostre vendette morali. Ci mettiamo dentro i colpevoli, i presunti colpevoli, gli sconfitti, i mostri fabbricati dalla cronaca, gli anziani dimenticati, i malati ingombranti, e poi giriamo la testa dall’altra parte. Purché non disturbino. Purché non parlino. Purché non ci obblighino a riconoscere che la civiltà di un Paese non si misura da come tratta i cittadini perbene, ma da come tratta quelli che ha già condannato.
E allora fa male leggere che Antonio Russo, a 88 anni, resti ancora in carcere nonostante la grazia concessa dal Presidente della Repubblica. Fa male pensare a Roberto Canulli, 78 anni, con le sue patologie. Fa male leggere la storia di Gabriele Bianchi, il “detenuto mediatico”, categoria non prevista dal codice ma praticata con zelo dalla realtà. Il detenuto mediatico è quello che non deve soltanto scontare la pena stabilita dai giudici. Deve scontare anche l’odio del pubblico, il sospetto permanente, il bisogno dell’apparato di mostrarsi inflessibile. Deve essere punito anche nei dettagli: il lavoro tolto, la cella cambiata, il diritto ristretto, la vita quotidiana resa più aspra. Non per giustizia. Per esempio.
E qui bisogna intendersi. Difendere i diritti di un detenuto non significa assolverlo. Non significa dimenticare le vittime. Non significa cancellare il reato. Questa è la grande truffa morale con cui si zittisce ogni discorso serio sul carcere. Chi chiede umanità viene accusato di complicità. Chi chiede legalità viene accusato di debolezza. Chi ricorda che un detenuto resta una persona viene trattato come un provocatore.
No. La questione è più semplice e più terribile. Lo Stato non può diventare illegale per punire chi ha violato la legge. Non può degradare in nome della giustizia. Non può predicare rieducazione e praticare abbandono. Non può trasformare la pena in un pozzo senza fondo dove finiscono anche la salute, la dignità, gli affetti, la speranza.
La festa d’arrivederci a Rebibbia, con i suoi applausi fragorosi, i suoi abbracci, le sue pacche sulle spalle, è allora molto più di un episodio umano. È una piccola scena italiana. Da una parte gli uomini rinchiusi, spesso colpevoli, spesso feriti, spesso dimenticati, ma ancora capaci di riconoscenza e di fraternità. Dall’altra una macchina amministrativa che misura, contesta, ricorre, rinvia, interpreta, nega. Una macchina che non ha volto, non ha tremore, non ha pietà. E proprio per questo fa paura.
Quando Alemanno uscirà, nel suo sacco di plastica non porterà soltanto libri ed effetti personali. Porterà nomi, storie, volti. Porterà la voce di chi resta dentro. Porterà la responsabilità di non trasformare questa esperienza in una parentesi privata, in un capitolo autobiografico, in una medaglia da mostrare agli amici. Se davvero il carcere gli ha insegnato qualcosa, quella lezione dovrà diventare battaglia pubblica.
Perché il carcere non è un affare dei detenuti. È un affare nostro. È lo specchio che teniamo coperto perché ci restituisce un’immagine insopportabile: quella di un Paese che parla di legalità e tollera l’illegalità dei propri istituti; che invoca sicurezza e produce disperazione; che chiede giustizia e spesso si accontenta della vendetta.
In quella saletta di Rebibbia, tra un buffet improvvisato e una lettera letta a nome di tutti, gli ultimi hanno dato una lezione ai primi. Hanno ricordato che la dignità non si concede: si riconosce. Che la pena non può divorare la persona. Che la politica, quando non è carriera, torna a essere ciò che dovrebbe: difesa di chi non ha forza, non ha microfono, non ha protezione.
“A rivederci fuori”, hanno scritto i compagni di viaggio detenuti.
Già. Ma fuori non dovrà uscire soltanto Gianni Alemanno. Dovrà uscire anche la verità sul carcere italiano. E questa, purtroppo, è ancora chiusa dentro.
Luigi Palamara Giornalista e Artista Aspromontàno
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