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La Fondazione Corrado Alvaro risorge contro la burocrazia dei sospetti

La Fondazione Corrado Alvaro risorta

Il Tar di Reggio Calabria annulla il commissariamento dell’ente intitolato allo scrittore di San Luca nel settantesimo anniversario della morte

La Fondazione Corrado Alvaro risorge contro la burocrazia dei sospetti

I giudici amministrativi accolgono il ricorso contro lo scioglimento della Prefettura: la cultura in Aspromonte torna libera. Il presidente Franco Arcidiaco: «Ha vinto lo Stato della giustizia». Ora la sfida è ripartire dai giovani e dalle idee, dimostrando che l'identità è il presidio più forte contro il silenzio.

L'Editoriale di Luigi Palamara 

In Aspromonte c’è una Calabria che non ha bisogno di nemici: le bastano i suoi zelanti custodi. Quelli che, in nome dell’ordine, finiscono talvolta per mettere sotto tutela perfino la cultura. E così la Fondazione Corrado Alvaro, nata per custodire la memoria di uno scrittore che della libertà fece mestiere e destino, si è ritrovata sciolta, commissariata, sospesa come un impiegato infedele in attesa di giudizio.

Il giudizio, però, è arrivato. E non dalla piazza, non dai salotti, non dai convegni, ma dal Tar di Reggio Calabria. Quarantasei pagine di sentenza per dire una cosa semplice: quel provvedimento non reggeva. La Fondazione Corrado Alvaro torna dunque in piedi, e con essa tornano in piedi Aldo Maria Morace e Tonino Perna, che avevano impugnato lo scioglimento deciso dalla Prefettura.

Si dirà: erano state segnalate criticità, difficoltà economiche, riduzione delle attività culturali. Tutto possibile. In Italia, e specialmente nel Mezzogiorno, gli enti culturali raramente navigano nell’oro e spesso campano di ostinazione più che di bilanci. Ma un conto è chiedere chiarezza, pretendere rigore, correggere storture; un altro è spegnere la luce e mandare un commissario a presidiare le ceneri.

Qui sta il punto politico e civile della vicenda. Perché la cultura non è una pratica amministrativa qualunque. Non è una stanza da sigillare, un faldone da archiviare, una voce di spesa da guardare con sospetto. La cultura, specie in luoghi come San Luca, è presidio più serio di molte retoriche antimafia. È memoria, identità, resistenza. È il contrario del silenzio.

Corrado Alvaro, che conosceva l’Aspromonte e l’anima ferita della sua terra, avrebbe forse sorriso amaramente davanti a questa storia. Nel settantesimo anniversario della sua morte, proprio mentre si celebrava il suo nome, la giustizia amministrativa restituiva vita alla Fondazione che lo porta. Una coincidenza quasi letteraria. Di quelle che sembrano inventate, ma che la realtà calabrese produce con generosa crudeltà.

Franco Arcidiaco, attuale presidente della Fondazione, ha parlato di «vittoria dello Stato della giustizia contro lo Stato dell’ingiustizia». Parole forti, forse persino troppo solenni. Che fanno onore all'attuale Presidente. Ma in questa vicenda una verità c’è: quando lo Stato interviene, deve farlo con mano ferma, non con mano pesante. Deve illuminare, non oscurare. Deve provare, non sospettare.

Ora la Fondazione ha una responsabilità doppia. Non basta aver vinto davanti al Tar. Bisogna dimostrare, con atti e non con proclami, che quella vittoria serve a Corrado Alvaro, a San Luca, alla Calabria. Servono libri, incontri, scuole, archivi, giovani, idee. Serve una Fondazione viva, non una bandiera da sventolare contro qualcuno.

Perché la sentenza cancella uno scioglimento, ma non assolve dall’obbligo di fare cultura. E la cultura, quando è vera, non chiede protezioni: chiede spazio, coraggio e libertà. Esattamente ciò che Corrado Alvaro avrebbe preteso.

Luigi Palamara Giornalista e Artista Aspromontàno 

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