CartaStraccia.News

“Carta Straccia”, nel nome la provocazione, nel contenuto la sostanza. Leggetelo. Non per abitudine, ma per scelta.

Editors Choice

7/recent/post-list

Il tempo del male, il tempo della verità

Il tempo del male, il tempo della verità

Il nuovo romanzo di Santo Gioffrè, «Il tempo del male», squarcia il silenzio su quarant’anni di storie e ferite italiane attraverso lo sguardo di un medico di fronte ai propri fantasmi

La Calabria senza sconti e la sanità malata: se la letteratura diventa un esercizio di verità

Lontano dai cliché da cartolina, il libro edito da Castelvecchi scava nel dolore di una terra e di una generazione. Come dice il procuratore Musolino, un racconto necessario che ci costringe a guardare lo specchio della realtà per ritrovare il senso della cura.

L'Editoriale di Luigi Palamara


Nella vita degli uomini e dei popoli, arriva un momento in cui il male smette di essere un incidente e diventa paesaggio. Non più eccezione, non più ferita occasionale, ma clima, abitudine, aria respirata ogni giorno. È questo, forse, il nodo più duro de Il tempo del male, il nuovo libro di Santo Gioffrè: non la cronaca di una disgrazia, ma la lunga educazione di un uomo alla scoperta che il dolore, se non viene affrontato, non passa. Si nasconde. Si accuccia. Aspetta.

Il protagonista è un medico, un uomo che dovrebbe curare gli altri e che invece porta dentro di sé una malattia più antica, più ostinata, più segreta. Ha quarant’anni di vita professionale sulle spalle, ha attraversato luoghi, stagioni, incarichi, illusioni e ritorni. Ma in fondo non ha mai lasciato davvero quel punto iniziale: l’assassinio di un amico sulle scale dell’Università di Messina. Un fatto grave, brutale, di quelli che non chiedono permesso prima di entrare nella memoria. Lui aveva creduto di averlo sopito, forse perfino dimenticato. Ma la vita, quando vuole essere crudele, non inventa nulla: ci rimette davanti agli stessi passi, agli stessi fantasmi, agli stessi conti non pagati.

Così, quando l’uomo si avvicina alla pensione, quando dovrebbe cominciare il tempo del riposo, torna invece il tempo andato. Torna il tempo del male. E non torna come ricordo, ma come domanda. Che senso ha vivere? Che senso ha restare in piedi dentro una terra che sembra essersi perduta? Che senso ha curare, quando anche il sistema della cura appare malato? Che senso ha credere nella giustizia, quando la violenza, in certe società immobili, sembra l’unica lingua ancora ascoltata?

Questo libro, breve nelle pagine ma non nel peso, non si concede il lusso della leggerezza. Non cerca ornamenti. Non gira attorno alla storia. Va dritto. In 127 pagine, Santo Gioffrè costruisce un racconto che non vuole consolare, e forse proprio per questo riesce a dire qualcosa di vero. Non c’è il piacere evasivo della lettura comoda, non c’è la Calabria da cartolina, non c’è il Sud addomesticato per i salotti buoni. C’è una terra ferita. C’è l’Italia che preferisce non guardarsi allo specchio. C’è la sanità, con le sue miserie e le sue grandezze, con chi cura e con chi usa la cura come strumento di potere. C’è la mafia, non come parola da convegno, ma come esperienza vissuta, come amicizia spezzata, come paura che entra nelle case e nelle ossa.

La copertina, con il vulcano in eruzione, dice molto. Lo Stromboli, luogo di passaggio e di rivelazione, dove il protagonista trascorre un anno decisivo della sua vita e vede cose che non si dimenticano. Il vulcano è la metafora più onesta di questo libro: sotto la crosta apparentemente immobile, qualcosa brucia. Sotto la superficie della vita ordinaria, qualcosa preme. E quando esplode, non chiede il permesso ai prudenti.

Il Procuratore Stefano Musolino, coglie un punto essenziale: questo non è soltanto un romanzo sul male, ma un libro sulla verità. O almeno su quella parte di verità che la letteratura riesce a strappare al silenzio. Non importa, dice in sostanza Musolino, se dalla lettura la Calabria esca bene o male. Domanda oziosa, quasi turistica. La vera questione è un’altra: quanta verità ne esce? E qui ne esce parecchia.

Ne esce la verità di una Calabria raccontata dall’interno, non osservata da lontano con il binocolo del pregiudizio. Ne esce la storia di chi ha vissuto faide non come capitoli di cronaca nera, ma come fatti accaduti a persone conosciute, vicine, reali. Ne esce l’esperienza di chi ha avuto amici uccisi per mafia, di chi ha visto il disastro della sanità, di chi sa quanto sia difficile curare e farsi curare quando il sistema dimentica il malato e ricorda soltanto gli interessi, le appartenenze, le strutture di potere.

In questa prospettiva, Il tempo del male diventa qualcosa di più di una vicenda individuale. Gesualdo, il protagonista, non è soltanto un uomo con il suo dolore. È un testimone. Attraverso di lui passano quarant’anni di vita italiana, di migrazioni interne, di partenze verso il Nord e di ritorni al Sud, di professioni vissute come missione e come condanna. Passa la storia di una generazione che ha creduto di potersi salvare andando altrove, salvo scoprire che il luogo da cui proveniamo, quando è davvero nostro, ce lo portiamo dentro come una cicatrice.

E poi c’è il tema più scomodo: la violenza. In una società ferma, isolata, ripiegata su se stessa, la violenza può apparire a un certo punto come una soluzione. Terribile, sbagliata, ma comprensibile nella sua tentazione. Il libro, però, non si ferma a questa seduzione cupa. Mostra che la violenza promette una via d’uscita e invece costruisce un’altra prigione. Sembra rompere la bolla, ma ne crea una più stretta. Sembra restituire senso, ma lo divora.

Da qui nasce la forza morale del racconto: un uomo che si è perso deve decidere come uscire dal proprio isolamento, dal proprio rancore, dal proprio male. Non attraverso una redenzione facile, non con una frase edificante, non con la retorica del “bene che vince sempre”. La vita non funziona così, e i libri seri non fingono il contrario. La salvezza, quando arriva, è ambigua, faticosa, imperfetta. La si scopre leggendo.

E proprio la lettura è l’altro grande tema che emerge dalle parole di Musolino. Leggere non è un passatempo per anime delicate. È un esercizio di realtà. Chi non legge ciò che gli altri raccontano rischia di restare prigioniero del proprio piccolo orizzonte, di non capire ciò che lo circonda, di scambiare il rumore per pensiero e la propaganda per esperienza. I Greci, ricordava Musolino, avevano il teatro: un luogo in cui la comunità guardava se stessa, metteva in scena le proprie paure, le proprie colpe, i propri dèi e i propri abissi. Noi, che i Greci li abbiamo avuti in casa, spesso ce ne siamo dimenticati. Siamo greci smemorati, figli di una civiltà immensa e di una distrazione altrettanto immensa.

Per questo libri come quello di Gioffrè servono. Non perché ci tranquillizzano, ma perché ci disturbano. Non perché ci dicono che andrà tutto bene, ma perché ci costringono a domandarci perché tante cose siano andate male. Non perché assolvono la Calabria o l’Italia, ma perché impediscono loro di nascondersi dietro le solite frasi: “è sempre stato così”, “non cambierà mai”, “meglio non parlarne”.

Invece bisogna parlarne. Bisogna raccontare il medico che cura e non guarisce da se stesso. Bisogna raccontare l’amico assassinato, la sanità tradita, la mafia vissuta da vicino, la terra perduta, il ritorno del passato, il vulcano che esplode, Stromboli che osserva, l’Etna che brucia. Bisogna raccontare anche l’editore, Castelvecchi, con cui Gioffrè ha costruito negli anni un rapporto di fiducia e di amicizia, perché anche la fedeltà editoriale, oggi, in un mercato spesso distratto, è una forma di resistenza.

E bisogna seguire questo libro nel suo viaggio, in Calabria e nel resto d’Italia, perché il suo tema non riguarda soltanto una regione. Riguarda tutti. Ogni Paese ha il proprio tempo del male. Ogni comunità ha i propri morti non elaborati, i propri sistemi corrotti, le proprie verità rimosse. Ogni uomo, prima o poi, deve fare i conti con ciò che credeva di aver dimenticato.

Alla fine, forse, Il tempo del male non è soltanto il titolo di un romanzo. È una diagnosi. Ma dentro ogni diagnosi seria c’è già il primo gesto della cura: chiamare le cose con il loro nome.

Il male esiste. La verità pure. E la letteratura, quando non ha paura, serve esattamente a questo: a metterle una di fronte all’altra e a vedere chi abbassa per prima lo sguardo.

Luigi Palamara Giornalista e Artista Aspromontàno

@luigi.palamara

Intervista a Santo Gioffrè Il tempo del male, il tempo della verità Il nuovo romanzo di Santo Gioffrè, «Il tempo del male», squarcia il silenzio su quarant’anni di storie e ferite italiane attraverso lo sguardo di un medico di fronte ai propri fantasmi La Calabria senza sconti e la sanità malata: se la letteratura diventa un esercizio di verità Lontano dai cliché da cartolina, il libro edito da Castelvecchi scava nel dolore di una terra e di una generazione. Come dice il procuratore Musolino, un racconto necessario che ci costringe a guardare lo specchio della realtà per ritrovare il senso della cura. L'Editoriale di Luigi Palamara Nella vita degli uomini e dei popoli, arriva un momento in cui il male smette di essere un incidente e diventa paesaggio. Non più eccezione, non più ferita occasionale, ma clima, abitudine, aria respirata ogni giorno. È questo, forse, il nodo più duro de Il tempo del male, il nuovo libro di Santo Gioffrè: non la cronaca di una disgrazia, ma la lunga educazione di un uomo alla scoperta che il dolore, se non viene affrontato, non passa. Si nasconde. Si accuccia. Aspetta. Il protagonista è un medico, un uomo che dovrebbe curare gli altri e che invece porta dentro di sé una malattia più antica, più ostinata, più segreta. Ha quarant’anni di vita professionale sulle spalle, ha attraversato luoghi, stagioni, incarichi, illusioni e ritorni. Ma in fondo non ha mai lasciato davvero quel punto iniziale: l’assassinio di un amico sulle scale dell’Università di Messina. Un fatto grave, brutale, di quelli che non chiedono permesso prima di entrare nella memoria. Lui aveva creduto di averlo sopito, forse perfino dimenticato. Ma la vita, quando vuole essere crudele, non inventa nulla: ci rimette davanti agli stessi passi, agli stessi fantasmi, agli stessi conti non pagati. Così, quando l’uomo si avvicina alla pensione, quando dovrebbe cominciare il tempo del riposo, torna invece il tempo andato. Torna il tempo del male. E non torna come ricordo, ma come domanda. Che senso ha vivere? Che senso ha restare in piedi dentro una terra che sembra essersi perduta? Che senso ha curare, quando anche il sistema della cura appare malato? Che senso ha credere nella giustizia, quando la violenza, in certe società immobili, sembra l’unica lingua ancora ascoltata? Questo libro, breve nelle pagine ma non nel peso, non si concede il lusso della leggerezza. Non cerca ornamenti. Non gira attorno alla storia. Va dritto. In 127 pagine, Santo Gioffrè costruisce un racconto che non vuole consolare, e forse proprio per questo riesce a dire qualcosa di vero. Non c’è il piacere evasivo della lettura comoda, non c’è la Calabria da cartolina, non c’è il Sud addomesticato per i salotti buoni. C’è una terra ferita. C’è l’Italia che preferisce non guardarsi allo specchio. C’è la sanità, con le sue miserie e le sue grandezze, con chi cura e con chi usa la cura come strumento di potere. C’è la mafia, non come parola da convegno, ma come esperienza vissuta, come amicizia spezzata, come paura che entra nelle case e nelle ossa. La copertina, con il vulcano in eruzione, dice molto. Lo Stromboli, luogo di passaggio e di rivelazione, dove il protagonista trascorre un anno decisivo della sua vita e vede cose che non si dimenticano. Il vulcano è la metafora più onesta di questo libro: sotto la crosta apparentemente immobile, qualcosa brucia. Sotto la superficie della vita ordinaria, qualcosa preme. E quando esplode, non chiede il permesso ai prudenti. Il Procuratore Stefano Musolino, coglie un punto essenziale: questo non è soltanto un romanzo sul male, ma un libro sulla verità. O almeno su quella parte di verità che la letteratura riesce a strappare al silenzio. Non importa, dice in sostanza Musolino, se dalla lettura la Calabria esca bene o male. Domanda oziosa, quasi turistica. La vera questione è un’altra: quanta verità ne esce? E qui ne esce parecchia. Editoriale completo su: CartaStraccia.News

♬ audio originale - Luigi Palamara
@luigi.palamara

Intervista al Procuratore Stefano Musolino. Il tempo del male, il tempo della verità Il nuovo romanzo di Santo Gioffrè, «Il tempo del male», squarcia il silenzio su quarant’anni di storie e ferite italiane attraverso lo sguardo di un medico di fronte ai propri fantasmi La Calabria senza sconti e la sanità malata: se la letteratura diventa un esercizio di verità Lontano dai cliché da cartolina, il libro edito da Castelvecchi scava nel dolore di una terra e di una generazione. Come dice il procuratore Musolino, un racconto necessario che ci costringe a guardare lo specchio della realtà per ritrovare il senso della cura. L'Editoriale di Luigi Palamara Nella vita degli uomini e dei popoli, arriva un momento in cui il male smette di essere un incidente e diventa paesaggio. Non più eccezione, non più ferita occasionale, ma clima, abitudine, aria respirata ogni giorno. È questo, forse, il nodo più duro de Il tempo del male, il nuovo libro di Santo Gioffrè: non la cronaca di una disgrazia, ma la lunga educazione di un uomo alla scoperta che il dolore, se non viene affrontato, non passa. Si nasconde. Si accuccia. Aspetta. Il protagonista è un medico, un uomo che dovrebbe curare gli altri e che invece porta dentro di sé una malattia più antica, più ostinata, più segreta. Ha quarant’anni di vita professionale sulle spalle, ha attraversato luoghi, stagioni, incarichi, illusioni e ritorni. Ma in fondo non ha mai lasciato davvero quel punto iniziale: l’assassinio di un amico sulle scale dell’Università di Messina. Un fatto grave, brutale, di quelli che non chiedono permesso prima di entrare nella memoria. Lui aveva creduto di averlo sopito, forse perfino dimenticato. Ma la vita, quando vuole essere crudele, non inventa nulla: ci rimette davanti agli stessi passi, agli stessi fantasmi, agli stessi conti non pagati. Così, quando l’uomo si avvicina alla pensione, quando dovrebbe cominciare il tempo del riposo, torna invece il tempo andato. Torna il tempo del male. E non torna come ricordo, ma come domanda. Che senso ha vivere? Che senso ha restare in piedi dentro una terra che sembra essersi perduta? Che senso ha curare, quando anche il sistema della cura appare malato? Che senso ha credere nella giustizia, quando la violenza, in certe società immobili, sembra l’unica lingua ancora ascoltata? Questo libro, breve nelle pagine ma non nel peso, non si concede il lusso della leggerezza. Non cerca ornamenti. Non gira attorno alla storia. Va dritto. In 127 pagine, Santo Gioffrè costruisce un racconto che non vuole consolare, e forse proprio per questo riesce a dire qualcosa di vero. Non c’è il piacere evasivo della lettura comoda, non c’è la Calabria da cartolina, non c’è il Sud addomesticato per i salotti buoni. C’è una terra ferita. C’è l’Italia che preferisce non guardarsi allo specchio. C’è la sanità, con le sue miserie e le sue grandezze, con chi cura e con chi usa la cura come strumento di potere. C’è la mafia, non come parola da convegno, ma come esperienza vissuta, come amicizia spezzata, come paura che entra nelle case e nelle ossa. La copertina, con il vulcano in eruzione, dice molto. Lo Stromboli, luogo di passaggio e di rivelazione, dove il protagonista trascorre un anno decisivo della sua vita e vede cose che non si dimenticano. Il vulcano è la metafora più onesta di questo libro: sotto la crosta apparentemente immobile, qualcosa brucia. Sotto la superficie della vita ordinaria, qualcosa preme. E quando esplode, non chiede il permesso ai prudenti. Il Procuratore Stefano Musolino, coglie un punto essenziale: questo non è soltanto un romanzo sul male, ma un libro sulla verità. O almeno su quella parte di verità che la letteratura riesce a strappare al silenzio. Non importa, dice in sostanza Musolino, se dalla lettura la Calabria esca bene o male. Domanda oziosa, quasi turistica. La vera questione è un’altra: quanta verità ne esce? E qui ne esce parecchia. Editoriale completo su: CartaStraccia.News

♬ audio originale - Luigi Palamara

Posta un commento

0 Commenti