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​«Non lascerò morire Roccaforte del Greco »: il discorso di verità del sindaco Ercole Nucera

Ercole Nucera, il sindaco che non vuole celebrare il funerale di Roccaforte del Greco 

La sfida del borgo dell'Aspromonte contro lo spopolamento e l'indifferenza dello Stato

«Non lascerò morire Roccaforte»: il discorso di verità del sindaco Ercole Nucera

Nel primo Consiglio comunale il neo eletto rifiuta la retorica della vittoria e propone un patto a minoranza ed emigrati: un piano basato su energia, cultura e servizi per salvare il paese dal "delitto perfetto" della burocrazia.

L'Editoriale di Luigi Palamara 

Esiste un’Italia che compare nei discorsi soltanto quando brucia, frana o muore. È l’Italia dei paesi appesi alle montagne, delle strade che diventano sentieri per incuria, delle scuole chiuse per mancanza di bambini, delle case con le finestre e le porte chiuse e delle piazze che hanno perduto perfino il rumore delle discussioni. Un’Italia che lo Stato guarda spesso con la fredda contabilità di chi si domanda quanto costi mantenerla in vita, anziché chiedersi quale vergogna sarebbe lasciarla morire.

Roccaforte del Greco è uno di questi luoghi. Un paese nobile e stanco, splendido e ferito, rannicchiato nel cuore dell’Aspromonte come un vecchio che non domanda carità, ma rispetto. E il 3 giugno 2026, nel primo Consiglio comunale della nuova amministrazione, Ercole Nucera, appena eletto sindaco, non ha pronunciato il discorso oleografico del vincitore. Non ha esibito la fascia tricolore come un trofeo. Non ha recitato la solita litania di promesse confezionate per l’occasione.

Ha fatto qualcosa di assai più difficile: ha guardato in faccia il paese e gli ha detto la verità.

La verità è che Roccaforte non ha bisogno di essere amministrata come si amministra una pratica. Ha bisogno di essere salvata. Non con la retorica, ma con l’intelligenza; non con la vanità del potere, ma con la pazienza e la durezza del lavoro; non contrapponendo vincitori e vinti, ma riunendo ciò che lo spopolamento, l’abbandono e forse anche troppi anni di immobilismo hanno separato.

Il primo gesto politico di Nucera è stato, non a caso, un gesto di rispetto. Ha salutato le autorità, i consiglieri, i cittadini presenti. Ma soprattutto ha rivolto il pensiero anche a chi non lo ha votato. Trentacinque cittadini hanno scelto un’altra lista, ha ricordato. E non li ha trattati da sconfitti, né da disturbatori del nuovo corso. Li ha indicati come parte della comunità, come persone le cui critiche possono correggere l’azione di chi governa.

Sembra una banalità. Non lo è affatto.

Nei piccoli Comuni la politica può facilmente trasformarsi in una contabilità meschina di parentele, risentimenti, appartenenze, saluti concessi o negati.
Si vince un’elezione e si pensa di avere conquistato non un incarico, ma il paese intero. Nucera ha invece dichiarato che la minoranza deve essere rispettata, ascoltata, considerata una risorsa. Ha affermato che non esistono cittadini utili soltanto quando votano dalla parte giusta. Ed è qui che si intravede già un tratto della sua idea di sindaco: non il capo di una fazione, ma il rappresentante di tutti.

Ha parlato di democrazia ripristinata. Parola grande, perfino rischiosa, perché la democrazia non consiste soltanto nel deporre una scheda nell’urna ogni cinque anni. Essa comincia davvero quando il municipio torna a essere una casa trasparente, quando chi amministra non teme il dissenso, quando il cittadino smette di sentirsi ospite nel proprio paese. Se, come Nucera ha lasciato intendere, Roccaforte arriva da una lunga stagione di chiusura e di distanza, allora il nuovo sindaco si assume un compito che precede persino i lavori pubblici: restituire fiducia alla vita civile.

Ma Nucera non si è rifugiato nella nobiltà astratta dei princìpi. Ha parlato delle ferite concrete. Degli abitanti diminuiti. Del paese progressivamente impoverito. Dei diritti diventati più fragili. Delle scuole chiuse. Delle strade peggiorate. Del senso di solitudine che si prova quando un luogo non è più considerato un organismo vivo, ma un problema residuo da tollerare finché sarà possibile.

E ha pronunciato la frase più amara del suo intervento: esiste, nelle istituzioni, l’idea che i piccoli borghi debbano essere “aiutati a morire”.

È una frase terribile. Ma chi conosce il destino di tanta parte della Calabria interna sa che non è un’esagerazione. Un paese non viene soppresso con un decreto. Lo si lascia morire in modo assai più educato e ipocrita: prima si tolgono i servizi, poi si lascia deteriorare la strada, poi si considera antieconomica ogni presenza pubblica, poi si osserva che gli abitanti se ne vanno, e alla fine si conclude che non vale più la pena investire in un luogo ormai vuoto. È il delitto perfetto della burocrazia: si uccide una comunità e si attribuisce la colpa al cadavere.

Ercole Nucera ha detto che contro questa filosofia bisogna lottare. Non adattarsi, non elemosinare una proroga alla fine, non accettare la condizione di paese terminale. Lottare.

Qui comincia la vera sfida della sua amministrazione. Perché le parole, quando sono così impegnative, non concedono alibi. Un sindaco che promette ordinaria amministrazione può essere giudicato con ordinaria indulgenza. Un sindaco che dichiara guerra all’abbandono sarà giudicato sui risultati, sulla capacità di strappare risposte a chi ha dimenticato Roccaforte, sulla testardaggine con cui difenderà ogni servizio e ogni occasione di sviluppo.

La strada per arrivare al paese è uno dei primi simboli di questa battaglia. Una strada dissestata non è soltanto una scomodità. È un messaggio. Dice al visitatore che arrivare lì è un’impresa; dice al giovane che andarsene è più semplice che tornare; dice a un’impresa che insediarsi sarebbe una follia; dice a un anziano che perfino raggiungere una cura può diventare una prova. Una strada malridotta, nei piccoli centri, è una frontiera al contrario: invece di proteggere chi vi abita, lo separa dal mondo.

E poi vi è il problema della guardia medica, cioè del diritto più elementare: potersi ammalare senza sentirsi abbandonati. Certo, mantenere un presidio per pochi abitanti può sembrare costoso a chi ragiona soltanto per colonne di bilancio. Ma un Comune non è una società che chiude una filiale quando cala la clientela. Le persone non sono numeri e gli anziani di un borgo montano non valgono meno perché sono rimasti in pochi. Nucera lo ha detto con nettezza: la responsabilità nei confronti di quella comunità resta intera, anche quando la comunità è piccola.

Ma il passaggio forse più intelligente del suo discorso è stato quello in cui ha riconosciuto che non bastano la strada, il ponte o l’ambulatorio. Servono, naturalmente. Sono indispensabili. Ma un paese può avere persino strade decenti e continuare a morire, se non ha più relazioni, incontri, voci, ragioni per stare insieme.

Nucera ha parlato di socialità. Una parola che a qualcuno potrà sembrare modesta, quasi estranea alla solennità di un primo Consiglio comunale. Invece è una parola decisiva. Perché Roccaforte, prima ancora di rischiare di perdere definitivamente gli abitanti, rischia di perdere la comunità. Egli ha osservato che perfino d’estate, quando i paesi del Sud dovrebbero riempirsi di ritorni, di bambini, di tavolate e di memorie, si vede poca gente; e quei pochi spesso non dialogano più fra loro. Non c’è comunicazione sociale. Non c’è avvicinamento.

Ha ragione. Le pietre non fanno da sole un paese. Le case restaurate, le piazze pulite, le strade asfaltate sono scenografie vuote, se nessuno ha più desiderio di abitarle insieme. Il sindaco ha compreso che la rinascita non può essere soltanto edilizia o amministrativa: deve essere civile, affettiva, culturale. Bisogna ridare ai cittadini il gusto di partecipare, di incontrarsi, di riconoscersi parte dello stesso destino.

Per questo Nucera ha rivendicato la costruzione della sua lista non come una sommatoria di portatori di voti, ma come un progetto fondato sulle competenze e sulle disponibilità. In un tempo in cui troppo spesso le candidature vengono misurate con il bilancino delle famiglie, dei pacchetti elettorali e delle convenienze immediate, sostenere che una squadra è stata pensata per ciò che può costruire, e non soltanto per ciò che può raccogliere alle urne, è una dichiarazione impegnativa.

Egli ha indicato tre parole fondamentali: scuola, cultura, solidarietà. Non sono ornamenti da aggiungere a un programma dopo aver parlato di bilanci e lavori pubblici. Sono, soprattutto in un paese agonizzante, le condizioni stesse della sopravvivenza. Senza scuola un paese perde il futuro. Senza cultura perde la coscienza di sé. Senza solidarietà perde perfino il diritto di chiamarsi comunità.

In quest’ottica assume un significato preciso anche il riferimento a chi  che si è avvicinato a questa esperienza, così come il richiamo a tutti i cittadini di Roccaforte che hanno maturato competenze altrove. E tanti professionisti si stanno avvicinando alla nuova amministrazione comunale per dare il loro contributo. Nucera non vuole limitarsi ad amministrare i pochi rimasti; vuole richiamare a raccolta i tanti che il paese ha formato e poi perduto. Professionisti, emigrati, studiosi, lavoratori, uomini e donne che altrove hanno costruito una vita, ma che potrebbero restituire alla loro terra idee, relazioni, competenze, occasioni.

È un’intuizione essenziale. I paesi come Roccaforte non possono salvarsi rinchiudendosi nel recinto malinconico di chi è rimasto. Devono diventare capaci di parlare con chi è partito. L’emigrazione non deve essere considerata soltanto una ferita: può diventare una rete, un patrimonio di energie, un ponte tra il borgo e il mondo. Naturalmente, ciò sarà possibile solo se il paese saprà offrire serietà, apertura, progetti credibili. Nessuno torna per partecipare alla gestione di un rimpianto. Si torna dove si intravede una speranza.

Ed ecco il significato politico della frase forse più personale di Nucera: “Io sono uno come voi, anche se mi hanno eletto sindaco. Non c’è gerarchia”.

Certo, il sindaco una responsabilità superiore ce l’ha, e sarebbe infantile negarlo. Deve decidere, guidare, rispondere degli errori e degli insuccessi. Ma il senso di quella frase è un altro: Nucera non intende indossare la fascia tricolore come una distanza. Non vuole collocarsi al di sopra del paese, ma dentro il paese. Vuole che la vittoria elettorale non generi una nuova frattura, ma diventi un’occasione di ricomposizione. Ha ribadito che il compito dell’amministrazione è aiutare sia chi l’ha votata sia chi ha scelto un’altra strada.

In questa promessa di sobrietà, però, non c’è debolezza. Al contrario, Nucera ha mostrato orgoglio e carattere quando ha affermato di non essere abituato a togliersi il cappello davanti al politico, di non voler andare a domandare favori in ginocchio. È una dichiarazione che pesa, in una terra dove troppi piccoli Comuni sono stati educati a mendicare attenzione invece di rivendicare diritti.

La dignità non consiste nel fare a meno delle istituzioni superiori. Roccaforte avrà bisogno della Regione, degli enti competenti, dei finanziamenti, della collaborazione di chi possiede strumenti che il Comune non ha. Ma una cosa è presentarsi con un progetto, con la schiena dritta e con la consapevolezza del valore del proprio territorio; altra cosa è vivere aspettando la benevolenza del potente di turno. Nucera ha promesso la prima strada. Ora dovrà percorrerla.

Ed è proprio qui che la sua vita politica può rappresentare il valore aggiunto della nuova amministrazione. In un paese ridotto allo stremo non basta la buona volontà, che pure è indispensabile. Serve conoscere i meccanismi, saper leggere le occasioni, individuare gli interlocutori, aprire porte che per troppo tempo sono rimaste chiuse, comprendere quali progetti possano trasformarsi in finanziamenti e quali finanziamenti in opere reali. Serve l’esperienza di chi la politica non la scopre il giorno dopo l’elezione.

La politica ha molti difetti, e Nucera lo sa meglio di chiunque. Può diventare arroganza, clientela, professione fine a se stessa. Ma può anche essere conoscenza delle istituzioni, capacità di mediazione, forza di rappresentanza, memoria delle battaglie già sostenute. Per Roccaforte, il patrimonio politico del nuovo sindaco potrà essere proprio quel quid che fa la differenza: la capacità di trasformare il grido di un paese agonizzante in una richiesta che qualcuno, finalmente, sia costretto ad ascoltare.

Non a caso Nucera non si è fermato alla denuncia. Ha parlato di risorse energetiche, delle cascate, della possibilità di produrre o ottenere energia a costi bassi, così da favorire la nascita di attività commerciali e aziende. È questo il nodo: un borgo non si ripopola con le commemorazioni della propria bellezza. Si ripopola se offre lavoro, convenienza, servizi, una ragione concreta per investire e restare.

Le cascate, il territorio, la natura non devono essere soltanto fotografie da pubblicare nelle giornate d’estate o ricordi da consegnare ai visitatori. Devono diventare risorse governate con intelligenza. Se davvero Roccaforte potesse costruire intorno all’energia un modello di sviluppo, piccolo ma serio, rispettoso della montagna e utile agli abitanti, sarebbe una rivoluzione silenziosa. Sarebbe il passaggio da paese considerato improduttivo e destinato alla fine a comunità capace di offrire una possibilità.

Nucera sa che questo progetto non si realizza con uno schiocco di dita. Ha detto che il programma va aggiornato, approfondito, sostenuto da professionalità qualificate e da un confronto con i livelli regionali competenti. Anche questa è una nota di serietà. Non ha presentato una fantasia come una certezza; ha indicato un percorso. Ha detto: proviamo, studiamo, coinvolgiamo chi sa, verifichiamo se ciò che appare difficile possa diventare possibile.

E in un paese abituato da troppo tempo al declino, persino tornare a pensare in grande è una forma di amministrazione.

Poi vi è stata l’immagine più semplice e, forse, più bella dell’intero discorso: quella di una donna, Mimma Favasuli, che era andata a vivere in Francia e che, tornata a Roccaforte in età matura, ha ristrutturato la sua casa e l’ha riempita di fiori.

Un amministratore mediocre avrebbe ignorato quel gesto, considerandolo una vicenda privata. Nucera vi ha riconosciuto un simbolo. Perché in un paese che si spegne, una casa restaurata non è soltanto una casa: è una luce riaccesa. Un balcone fiorito non è soltanto decoro: è una protesta civile contro l’abbandono. Tornare a vivere là dove tutti pensano che non valga più la pena vivere significa pronunciare, con i fatti, la parola più necessaria: fiducia.

Da questo episodio nasce lo slogan che Nucera vuole trasformare in programma: rientrare, tornare e restare.

Tre verbi, tre sfide. Rientrare significa ricucire il legame con chi è emigrato. Tornare significa scegliere di nuovo il paese, non soltanto per una festa o per le vacanze, ma come luogo della propria vita. Restare significa trovare servizi, dignità, lavoro, relazioni umane sufficienti a non essere costretti a ripartire.

Naturalmente, nessuno torna soltanto per nostalgia. La nostalgia riempie una sera d’agosto, non sostiene una famiglia per dodici mesi. Per questo il sindaco ha riconosciuto che occorre creare servizi. Occorre fare in modo che chi desidera rientrare non debba compiere un atto eroico o irrazionale, sacrificando salute, scuola dei figli, mobilità, lavoro e sicurezza. Amare il proprio paese non può significare essere condannati a una vita più difficile di quella degli altri.

È questo il progetto implicito nel discorso di Nucera: trasformare Roccaforte da luogo da ricordare a luogo in cui sia nuovamente possibile vivere.

Alla fine del suo intervento, il neo sindaco ha affermato che, da quel momento, non avrebbe fatto distinzioni tra maggioranza e minoranza e che tutte le risorse avrebbero dovuto essere messe a disposizione della comunità. Anche questa promessa dovrà essere verificata nei fatti. Ma è una buona promessa, ed è soprattutto la promessa giusta per un paese troppo piccolo e troppo fragile per permettersi guerre di cortile.

Roccaforte non può consumare le sue ultime energie dividendosi in fazioni. Non può permettersi amministratori impegnati a coltivare rancori mentre chiude un’altra casa, parte un’altra famiglia, si spegne un’altra possibilità. La politica locale, qui più che altrove, ha il dovere di deporre le armi inutili e di scegliere una sola parte: quella del paese.

Ercole Nucera ha ringraziato chi si è messo in gioco per rianimare una comunità che egli stesso ha definito, con dolorosa franchezza, “sostanzialmente morta”. È un’espressione crudele, ma forse necessaria. Perché non si cura un malato fingendo che stia benissimo. Bisogna avere il coraggio di riconoscere la gravità delle sue condizioni; poi, però, bisogna rimboccarsi le maniche e impedire che la diagnosi diventi una sentenza.

Questo sarà il compito di Nucera. Non sarà semplice. Dovrà misurarsi con bilanci poveri, interlocutori distratti, regole lente, emergenze immediate, ambizioni difficili da realizzare. Dovrà dimostrare che l’apertura alla minoranza non era soltanto una frase inaugurale, che il richiamo alle competenze non era una cortesia verso gli amici, che il progetto energetico non era una suggestione destinata a dissolversi, che il ritorno degli emigrati non resterà una bella immagine affidata ai fiori di una casa restaurata.

Dovrà trasformare le parole in ostinazione quotidiana.

Ma il primo discorso di un sindaco serve anche a capire da quale punto intenda partire. Ed Ercole Nucera è partito dal punto giusto: non dall’autocompiacimento della vittoria, ma dalla coscienza della ferita; non dall’umiliazione di chi non lo ha votato, ma dalla richiesta di collaborazione; non dall’illusione che basti amministrare il poco che resta, ma dalla volontà di costruire ciò che ancora non c’è.

Roccaforte del Greco ha oggi bisogno di un sindaco che sappia essere insieme realista e visionario. Realista nel vedere le scuole chiuse, le strade dissestate, i servizi insufficienti, la solitudine dei cittadini, lo spettro dello spopolamento. Visionario nel credere che un paese possa ancora essere richiamato alla vita attraverso il lavoro, l’energia, la cultura, la solidarietà, il ritorno di chi è partito e la dignità di chi non se n’è mai andato.

Nucera, con il peso e il patrimonio della sua esperienza politica, può avere gli strumenti per tentare questa impresa. Può diventare il sindaco capace di far sentire la voce di un borgo che troppi consideravano ormai afono. Può usare le relazioni, la conoscenza delle istituzioni e il mestiere della politica non per esercitare potere sul paese, ma per restituire potere al paese.

Sarebbe questa la sua vittoria più grande. Non avere conquistato il Comune, ma averlo riportato a essere il motore di una comunità. Non occupare una poltrona, ma rimettere in movimento un destino. Non essere ricordato come il sindaco di un paese che stava morendo, ma come l’uomo che, quando tutti sembravano rassegnati al funerale, si ostinò a chiamare i medici, i figli lontani, gli amici, le istituzioni, e a gridare che il malato respirava ancora.

Il 3 giugno 2026, Ercole Nucera non ha offerto a Roccaforte del Greco una facile consolazione. Le ha offerto una battaglia.

Ora il paese dovrà decidere se combatterla con lui. E lui dovrà dimostrare di esserne degno.


Luigi Palamara Giornalista e Artista Aspromontàno di Roccaforte del Greco 


P.S. Durante i lavori del primo Consiglio Comunale sono stati nominati il Vicesindaco Antonino Gullì e l'Assessore Rocco Iaria che insieme al Sindaco Ercole Nucera formano la Giunta.

E' stata eletta Presidente del Consiglio Valentina Attinà

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1 Commenti

  1. Ho letto il suo discorso. A parole non c'è una piega. Nei fatti, un balcone fiorito non dà, lo stipendio per andare avanti. Inoltre, le faccio presente che, sa meglio di me. Tutto viene considerato in base alla popolazione, la vastità del territorio. Accorpando i paesi, il territorio è più vasto, anche la popolazione.Oggigiorno ( sa meglio di me) le risorse vanno distribuite considerando tutti gli aspetti. Non si perdono posti nell' amministrazione, TRANNE di un sindaco in meno.puo sempre lavorare come vicesindaco. Compito molto impegnativo e importante. NELLE varie riunioni, deve illustrare tutte le criticità del luogo che rappresenta. Già,sia al Nord, che al SUD sono state fatte questi accorpamenti. Corigliano calabro con Rossano Calabro. Ci sono altre zone che presto saranno accorpati. Vi consiglio di parlare con altri sindaci calabresi locali. Perché, sarà lo STATO ITALIANO che lo farà. Dopo indietro non si può tornare. Buon lavoro.


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