CartaStraccia.News

“Carta Straccia”, nel nome la provocazione, nel contenuto la sostanza. Leggetelo. Non per abitudine, ma per scelta.

Editors Choice

7/recent/post-list

Ponte sullo Stretto, tre indagati per corruzione: nei guai anche l'ex presidente aggiunto della Corte dei conti

Ponte sullo Stretto: quando il gigante di cemento inciampa nelle stanze del potere

L'inchiesta della Procura di Roma e della Direzione nazionale antimafia sul progetto dell'opera

Ponte sullo Stretto, tre indagati per corruzione: nei guai anche l'ex presidente aggiunto della Corte dei conti

Secondo i magistrati, il magistrato contabile avrebbe rivelato informazioni riservate sul controllo di legittimità del progetto in cambio della promessa di un futuro incarico pubblico. Decisive le intercettazioni del ROS.

Sul progetto per la realizzazione del Ponte sullo Stretto di Messina, la Procura di Roma indaga tre persone con l’accusa di corruzione e rivelazione di segreto d’ufficio. Si tratta di un ex presidente aggiunto della Corte dei conti, di un avvocato e di un imprenditore.

L'Editoriale di Luigi Palamara 


Ci sono opere pubbliche che nascono nei cantieri. E ce ne sono altre che, prima ancora di vedere un pilone, nascono nei corridoi, nei telefoni, nelle promesse sussurrate, nelle carriere immaginate per il dopo.

Il Ponte sullo Stretto di Messina appartiene da decenni a questa seconda categoria: più che un’opera, un destino nazionale continuamente annunciato, rinviato, riesumato, benedetto, maledetto. Un ponte che ancora non unisce Calabria e Sicilia, ma che da sempre divide l’Italia. Tra chi lo considera il simbolo del futuro e chi lo vede come il monumento anticipato a tutte le nostre ambiguità.

Ora su quel progetto si allunga l’ombra di un’inchiesta della Procura di Roma, coordinata con la Direzione nazionale antimafia. Tre persone risultano indagate per corruzione e rivelazione di segreto d’ufficio: un ex presidente aggiunto della Corte dei conti, un avvocato e un imprenditore.

Già basterebbe questo per farci fermare. Perché quando in una vicenda che riguarda un’opera strategica entra di mezzo un magistrato contabile, cioè uno di coloro che dovrebbero garantire il controllo sulla legalità e sulla correttezza dell’azione pubblica, non siamo più davanti al solito teatrino italiano. Siamo davanti a qualcosa di più profondo e più grave: la possibile corrosione del controllore.

Secondo i magistrati romani, l’ex presidente aggiunto della Corte dei conti, indicato negli atti con le iniziali T. M., avrebbe rivelato informazioni riservate sul controllo di legittimità del progetto del Ponte sullo Stretto. Non gratis, sostengono gli inquirenti. In cambio vi sarebbe stata la promessa di un futuro incarico pubblico, all’Antitrust o in altre importanti società, una volta raggiunta la pensione.

E qui l’Italia si mostra per quello che spesso è: un Paese in cui il potere non va mai davvero in pensione. Cambia stanza. Cambia poltrona. Cambia biglietto da visita. Ma resta lì, sospeso tra il servizio pubblico e il favore privato, tra il dovere istituzionale e la prospettiva di una ricompensa.

Il 29 ottobre dell’anno scorso la Corte dei conti aveva appena bloccato l’iter del Ponte sullo Stretto di Messina. È in quel momento che i carabinieri del ROS intercettano una conversazione tra G. S., all’epoca consigliere d’amministrazione della società Stretto di Messina S.p.A., e V. V., dell’associazione Accademia Calabria.

«No, chissà che hanno fatto», dice uno dei due. Poi la frase che, secondo gli investigatori, apre uno spiraglio importante: «Solo T. te lo potrà dire».

Quel “T.”, secondo la ricostruzione del ROS, sarebbe proprio T. M., fino allo scorso febbraio presidente aggiunto della Corte dei conti, poi andato in pensione. Per la Procura di Roma, quella conversazione non sarebbe una chiacchiera qualsiasi, ma una delle intercettazioni chiave per ricostruire il presunto accordo corruttivo.

Da una parte, dunque, S. e l’avvocato calabrese V. Dall’altra, M., il magistrato contabile che, secondo l’accusa, avrebbe messo a disposizione la propria funzione per influire sull’andamento del controllo di legittimità del progetto.

Attenzione: siamo ancora nella fase delle indagini. Gli indagati hanno diritto alla presunzione di innocenza, e sarà la magistratura a stabilire se le accuse reggeranno o meno. Ma il quadro che emerge dalle ipotesi investigative è politicamente e moralmente enorme.

Perché non riguarda soltanto tre persone. Riguarda il rapporto tra cittadini e Stato. Riguarda la fiducia. Riguarda quella domanda semplice che ogni italiano, davanti a una grande opera, ormai si pone quasi con rassegnazione: ma chi controlla davvero chi controlla?

Il Ponte sullo Stretto è un’opera troppo grande per permettersi anche solo il sospetto di piccole manovre. Troppo costosa, troppo simbolica, troppo carica di promesse. Non può diventare l’ennesima occasione per verificare che in Italia le grandi idee camminano spesso sulle gambe corte delle relazioni personali.

La frase intercettata attribuita a M. è di quelle che pesano: «Io li aiuto adesso pure in questa fase, poi ti racconto a voce».

In un Paese normale, una frase del genere farebbe tremare i vetri. In Italia rischia di diventare l’ennesimo rumore di fondo, uno dei tanti capitoli nel lungo romanzo nazionale delle opacità.

E invece no. Bisogna fermarsi proprio lì: su quell’“io li aiuto”. Chi aiuta chi? Con quale titolo? Con quale interesse? Con quale confine tra funzione pubblica e disponibilità privata?

La Corte dei conti non è un salotto. Non è un ufficio di passaggio. Non è una stanza dove si scambiano cortesie. È una delle istituzioni chiamate a vigilare sulla legalità della spesa pubblica e sulla correttezza degli atti. Se anche solo l’ipotesi accusatoria fosse confermata, ci troveremmo davanti a una ferita gravissima: non il semplice abuso di una posizione, ma il tradimento del principio stesso del controllo.

Il Ponte sullo Stretto potrà anche essere utile, necessario, visionario. Oppure potrà essere considerato discutibile, costoso, sbagliato. Questo è il terreno della politica, dei tecnici, degli economisti, dei cittadini. Ma una cosa dovrebbe essere indiscutibile: un’opera pubblica non può essere accompagnata dall’odore del sospetto.

Perché il sospetto, nelle democrazie fragili, fa più danni del cemento scadente. Entra nelle case, nelle conversazioni, nei bar. Fa dire alla gente: “Tanto decidono sempre loro”. E quando un popolo comincia a pensare che tutto sia già deciso altrove, la democrazia non muore con un colpo di Stato. Muore per stanchezza.

Questa inchiesta, dunque, non riguarda soltanto il Ponte. Riguarda il modo in cui l’Italia costruisce il proprio futuro. Se lo costruisce con atti limpidi, carte trasparenti, controlli veri, responsabilità chiare. Oppure se continua a edificare grandi promesse sopra il terreno molle delle convenienze.

La promessa di un incarico pubblico dopo la pensione, se provata, sarebbe il dettaglio più italiano di tutti. Non una valigetta piena di banconote. Non una scena da film criminale. Qualcosa di più elegante, più rispettabile, più pericoloso: una prospettiva. Una sistemazione. Un posto.

È così che spesso il malaffare si presenta in giacca e cravatta. Non bussa dicendo: “Sono corruzione”. Entra dicendo: “Ragioniamo del futuro”.

E allora il punto non è essere favorevoli o contrari al Ponte sullo Stretto. Il punto è pretendere che qualsiasi decisione venga presa alla luce del sole. Perché il Mezzogiorno non ha bisogno di opere circondate da ombre. Ha bisogno di strade, scuole, porti, ferrovie, lavoro, legalità. E se deve avere anche il Ponte, lo abbia senza sospetti, senza scorciatoie, senza telefoni che raccontano ciò che le carte non dovrebbero nascondere.

La giustizia farà il suo corso. Gli indagati potranno difendersi. Le accuse dovranno essere provate.

Ma la politica, intanto, non può fare finta di nulla. Non può limitarsi al solito comunicato. Non può rifugiarsi dietro la formula comoda: “Abbiamo fiducia nella magistratura”. La fiducia nella magistratura è doverosa. Ma qui serve anche un’altra fiducia: quella dei cittadini nelle istituzioni.

E quella, quando si rompe, non si ricostruisce con una conferenza stampa.

Il Ponte sullo Stretto, prima ancora di unire due sponde, deve superare un abisso più difficile: quello tra il Paese legale e il Paese reale. Tra le promesse solenni e le pratiche opache. Tra la parola “sviluppo” e il sospetto che dietro lo sviluppo ci sia sempre qualcuno pronto ad apparecchiare il proprio futuro.

Se davvero vogliamo costruire un ponte, cominciamo da quello più urgente: il ponte tra potere e decenza.

Tutto il resto, cemento compreso, viene dopo.

Luigi Palamara Giornalista e Artista Aspromontàno 

Posta un commento

0 Commenti