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Roccaforte del Greco, Reggio Calabria quella democrazia che non dovrebbe mai chiedere permesso

Roccaforte del Greco, Reggio Calabria quella democrazia che non dovrebbe mai chiedere permesso

Dall’insediamento di Ercole Nucera in Aspromonte alla nuova stagione nel capoluogo: la trasparenza e il rispetto civile come uniche vie per uscire dal cinismo

Roccaforte del Greco e Reggio Calabria, la democrazia non chiede permesso: i cittadini vogliono luce, non cortili

Contro i divieti di ripresa nei Consigli comunali e la cultura del fango sui social, l’appello per una politica concreta e un giornalismo libero: «Smettiamola di partecipare alla nostra stessa demolizione».

L'Editoriale di Luigi Palamara 


Una cosa che nei piccoli paesi si capisce prima che nelle grandi città: la democrazia non è una parola da comizio, non è una coccarda da appuntare al petto quando conviene, non è neppure quel rito stanco che si consuma ogni cinque anni davanti a un’urna. La democrazia è molto più semplice, e proprio per questo molto più seria: è poter vedere, ascoltare, controllare. È poter entrare idealmente nella casa comunale e sapere cosa accade, chi parla, chi decide, chi tace.

A Roccaforte del Greco, paese dell’Aspromonte e della memoria, domenica 14 giugno 2026 ore 10,30, si festeggerà l’elezione del nuovo sindaco, Ercole Nucera. Sarà una festa sobria, di paese, come devono essere le feste vere: senza fanfare inutili, senza scenografie da propaganda, ma con la presenza dei cittadini. Di tutti i cittadini. Di chi ha votato Nucera, di chi ha votato Paolo Ferrara, di chi non ha votato affatto. Perché un paese, se vuole restare paese e non diventare tribù, deve saper riconoscere una cosa elementare: finite le elezioni, non resta il nemico. Restano i cittadini.

Eppure, dietro la festa, c’è una parola che pesa: democrazia. Si dirà: esagerazione. E invece no. Perché quando in un Consiglio comunale non si può registrare, non si può riprendere, non si può fare una diretta, qualcosa non torna. Qualcuno dirà che un regolamento lo consentiva. Può darsi. Ma non tutto ciò che è scritto in un regolamento è anche giusto. E soprattutto non tutto ciò che è formalmente possibile è politicamente sano.

Nel 2026 vietare a un cittadino, a un giornalista, a chiunque voglia documentare la vita pubblica di un Comune, di riprendere un Consiglio comunale è un gesto culturalmente vecchio. Vecchissimo. È un gesto che odora di paura, non di ordine. Perché chi amministra bene non teme una telecamera. Chi parla nell’interesse pubblico non teme una registrazione. Chi governa con trasparenza non ha bisogno del buio.

Il Comune non è il salotto privato del sindaco. Non è la stanza riservata di una maggioranza. Non è un luogo dove ci si canta e ci si suona la propria versione dei fatti, per poi affidare tutto a un verbale inevitabilmente sintetico, freddo, parziale. Il Comune è la casa dei cittadini. E nella casa dei cittadini la luce dovrebbe entrare dalle finestre, non dal buco della serratura.

Ora a Roccaforte del Greco si apre una fase nuova. E proprio perché è nuova, non può permettersi indulgenze. Se nel parco mezzi del Comune c’è davvero un mezzo non revisionato, e se quel mezzo è necessario per un servizio essenziale come la raccolta dei rifiuti, allora il fatto non è un dettaglio burocratico. È una questione politica, amministrativa e forse contabile. Perché ogni negligenza, quando produce costi aggiuntivi per la collettività, non resta mai una faccenda privata fra ex amministratori e carte dimenticate. Diventa un problema pubblico. E i problemi pubblici si chiariscono con documenti, responsabilità e, se necessario, segnalazioni agli organi competenti.

Non si tratta di vendetta. La vendetta è roba piccola, da cortile. Qui si tratta di memoria amministrativa. Chi ha governato per dieci anni ha lasciato tracce, atti, omissioni, scelte. Quelle carte vanno lette. Se tutto è stato fatto bene, tanto meglio. Se qualcosa è stato fatto male, qualcuno dovrà risponderne. La politica non è un mantello che copre tutto. E il tempo non è una lavanderia dove gli errori entrano sporchi ed escono puliti.

Ma attenzione: tutto questo non deve rovinare la festa. Domenica deve essere un giorno di gioia. Non la gioia infantile dei vincitori contro i vinti, ma la gioia adulta di una comunità che torna a riconoscersi. Roccaforte del Greco deve dare un segnale semplice: esiste. Esiste come paese, come comunità, come luogo dove la parola “partecipazione” non deve essere pronunciata soltanto nei programmi elettorali, ma praticata nei fatti.

E mentre Roccaforte ritrova il suo passo, Reggio Calabria vive un’altra stagione politica. La proclamazione dei consiglieri comunali chiuderà formalmente una fase e ne aprirà un’altra. Ci saranno numeri, ricorsi, aggiustamenti, equilibri. Saverio Pazzano entra in Consiglio al posto di Emiliano Imbalzano, salvo sviluppi legati ai ricorsi annunciati. La politica è anche questo: sette voti che cambiano un destino, una lista che resta fuori, un candidato che entra, un altro che resta con l’amarezza di centinaia di preferenze non bastate.

Ma la democrazia funziona così. Non premia le simpatie personali, non consola gli sconfitti, non incorona chi “meriterebbe” secondo il sentimento di qualcuno. Conta i voti. Freddamente. Brutalmente. Giustamente. Poi viene il resto: la dignità di chi vince, la compostezza di chi perde, la serietà di chi racconta.

Ed è proprio qui che il giornalismo deve difendere il proprio spazio. Un giornalista non è l’ufficio stampa della politica. Non è il domestico del vincitore né il becchino dello sconfitto. Scrive, osserva, giudica, sbaglia anche. E quando sbaglia, deve correggere. Ma se non sbaglia, non può essere intimidito dal fastidio di chi non sopporta un’opinione. La politica faccia la politica. Il giornalismo faccia il giornalismo. Confondere i ruoli è il primo passo verso una provincia morale più che geografica.

A Reggio Calabria, poi, c’è un vizio antico: godere delle cadute altrui più che pretendere risultati. È una forma di autolesionismo travestita da ironia. Si elegge un sindaco e, il giorno dopo, invece di misurarlo sui fatti, lo si espone al sarcasmo, alla battuta ossessiva, alla caricatura permanente. Una battuta può essere legittima. Lo sfottò può perfino essere salutare. Ma quando diventa metodo, quando diventa accanimento, quando diventa il solo linguaggio possibile, allora non è più satira: è povertà civile.

Francesco Cannizzaro, alla sua prima uscita, è intervenuto sulla vicenda della spiaggia della Sorgente. C’era un cantiere che occupava l’area in maniera eccessiva; si è trovata una soluzione, si è liberato uno spazio, si è consentito ai lavori di proseguire senza chiudere tutto ai cittadini. Ecco: questa è politica concreta. Non miracoli, non proclami, non rivoluzioni. Semplicemente presenza. Il politico che arriva, vede il problema, chiama i responsabili e prova a risolvere.

Poi si potrà discutere di tutto. Della funivia, della Via Marina, dei grandi progetti, delle visioni che sembrano sogni e dei sogni che sembrano esagerazioni. Ma una città senza visione è già morta. Meglio un progetto ambizioso da criticare che il nulla da applaudire. Meglio una città che immagina, anche rischiando il ridicolo, che una città rannicchiata nel suo cinismo.

Il punto è questo: Reggio Calabria deve decidere se vuole essere città metropolitana o cortile metropolitano. Perché una città metropolitana non si misura solo con le delibere, i palazzi, le strade, i cantieri. Si misura con il carattere dei suoi cittadini. Con la loro capacità di rispettare chi vince, controllare chi governa, criticare senza odiare, sorridere senza deridere, dissentire senza distruggere.

È troppo facile lamentarsi delle televisioni nazionali che arrivano solo quando c’è da ridere di noi. È troppo facile indignarsi a comando. La domanda vera è un’altra: perché accettiamo di essere raccontati solo quando facciamo comodo alla caricatura? Perché non pretendiamo attenzione quando ci sono problemi veri? Perché la Calabria viene ignorata quando soffre e convocata quando deve fare folclore?

E soprattutto: perché partecipiamo anche noi alla nostra diminuzione?

Chi butta la spazzatura per strada offende Reggio Calabria. Chi insulta gratuitamente offende Reggio Calabria. Chi trasforma ogni confronto in fango offende Reggio Calabria. Chi ride sempre e non costruisce mai offende Reggio Calabria. Non le pietre, non i marciapiedi, non i palazzi: offende le persone.

Il salto di qualità comincia da qui. Dal rispetto. Non dal rispetto servile verso il potere, che è cosa indegna. Ma dal rispetto civile verso le istituzioni, verso gli avversari, verso la città, verso se stessi. Si può criticare duramente un sindaco, un consigliere, un deputato, un giornalista. Si deve farlo, quando serve. Ma la critica è una lama: richiede mano ferma. L’insulto è solo un sasso lanciato da chi non sa costruire nulla.

Roccaforte del Greco domenica avrà la sua festa. Reggio Calabria avrà il suo nuovo Consiglio. Due luoghi diversi, due dimensioni diverse, ma una stessa domanda: vogliamo essere comunità o tifoseria? Vogliamo controllare il potere o soltanto sfogarci contro qualcuno? Vogliamo crescere o continuare a deriderci da soli, offrendo agli altri il comodo spettacolo della nostra divisione?

La democrazia non è una concessione. Non è il favore di un sindaco illuminato. Non è una gentilezza del regolamento comunale. La democrazia è un diritto che pretende luce. E dove entra la luce, prima o poi, la polvere si vede.

Luigi Palamara Giornalista e Artista Aspromontàno di Roccaforte del Greco detto L'Arciere 
Reggio Calabria, 9 giugno 2026

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