I contabili del male altrui
di Luigi Palamara
Li vedi sempre lì, appostati sul ciglio della vita degli altri come corvi sui fili della luce (S.A. e O.S). Non costruiscono, non consolano, non capiscono. Guardano. E giudicano. Con quella faccia di finta rispettabilità che spesso è la maschera più economica del vizio.
Si presentano come persone perbene, ma basterebbe grattare un poco la vernice per trovare sotto non la coscienza, bensì il rancore. Hanno attraversato l’esistenza lasciandosi dietro violenza, miserie morali, traffici oscuri, prepotenze, affari sporchi o semplicemente vite spese male. Eppure eccoli ancora lì, invecchiati nel corpo e non nell’anima, perché l’anima, quando marcisce, non matura: puzza.
Uno ha conosciuto la strada bassa del danno agli altri, quella in cui la rovina diventa commercio e la morte passa di mano in mano come merce. L’altro si è creduto imprenditore, ma appartiene a quella razza di uomini che confondono l’astuzia con l’intelligenza, il denaro con il valore, la fortuna con il merito. Poi il destino, che qualche volta ha una memoria migliore dei tribunali, ha presentato il conto.
E tuttavia non è bastato.
Non è bastato il dolore entrato nelle loro case. La morte. Non sono bastate le perdite, le cadute, le umiliazioni, le crepe aperte dalla vita nelle loro stesse mura. Nulla li ha educati. Nulla li ha resi più umani. Hanno visto il male passare dalla porta principale, sedersi alla loro tavola, mangiare il loro pane, e ancora non hanno imparato il silenzio.
Anzi, ridono.
Ridono del dolore degli altri con la stupidità feroce di chi non ha mai capito che la sofferenza non è uno spettacolo. Ridono perché dentro non hanno altro: non memoria, non pietà, non vergogna. Solo quella piccola gioia miserabile che provano i falliti morali quando credono di vedere qualcun altro cadere più in basso di loro.
Ma c’è una giustizia che non sempre porta la toga e non sempre arriva in orario. A volte si chiama conseguenza. A volte si chiama solitudine. A volte si chiama vecchiaia, quando restano soltanto lo specchio, i ricordi e la faccia vera che nessuna menzogna riesce più a truccare.
Il karma, direbbe qualcuno. Io direi più semplicemente: il conto.
Perché chi semina veleno non può pretendere vendemmia. Chi vive di cattiveria finisce per abitare il proprio stesso fiele. Chi gode del male altrui si condanna a una povertà ben più grave di quella del portafoglio: la povertà dell’anima.
E allora eccoli, questi giudici da marciapiede, questi moralisti senza morale, questi vecchi rancorosi che hanno perso perfino l’occasione di diventare saggi. Parlano, sputano sentenze, ridacchiano, si credono ancora temibili.
In realtà fanno quasi pena.
Quasi.
Perché la compassione è una cosa seria, e non va sprecata con chi ha avuto una vita intera per imparare a essere uomo, e ha preferito restare un povero mentecatto da quattro soldi.
Luigi Palamara Giornalista e Artista Aspromontàno di Roccaforte del Greco detto L'Arciere
@luigi.palamara I contabili del male altrui. di Luigi Palamara Li vedi sempre lì, appostati sul ciglio della vita degli altri come corvi sui fili della luce. Non costruiscono, non consolano, non capiscono. Guardano. E giudicano. Con quella faccia di finta rispettabilità che spesso è la maschera più economica del vizio. Si presentano come persone perbene, ma basterebbe grattare un poco la vernice per trovare sotto non la coscienza, bensì il rancore. Hanno attraversato l’esistenza lasciandosi dietro violenza, miserie morali, traffici oscuri, prepotenze, affari sporchi o semplicemente vite spese male. Eppure eccoli ancora lì, invecchiati nel corpo e non nell’anima, perché l’anima, quando marcisce, non matura: puzza. Uno ha conosciuto la strada bassa del danno agli altri, quella in cui la rovina diventa commercio e la morte passa di mano in mano come merce. L’altro si è creduto imprenditore, ma appartiene a quella razza di uomini che confondono l’astuzia con l’intelligenza, il denaro con il valore, la fortuna con il merito. Poi il destino, che qualche volta ha una memoria migliore dei tribunali, ha presentato il conto. E tuttavia non è bastato. Non è bastato il dolore entrato nelle loro case. Non sono bastate le perdite, le cadute, le umiliazioni, le crepe aperte dalla vita nelle loro stesse mura. Nulla li ha educati. Nulla li ha resi più umani. Hanno visto il male passare dalla porta principale, sedersi alla loro tavola, mangiare il loro pane, e ancora non hanno imparato il silenzio. Anzi, ridono. Ridono del dolore degli altri con la stupidità feroce di chi non ha mai capito che la sofferenza non è uno spettacolo. Ridono perché dentro non hanno altro: non memoria, non pietà, non vergogna. Solo quella piccola gioia miserabile che provano i falliti morali quando credono di vedere qualcun altro cadere più in basso di loro. Ma c’è una giustizia che non sempre porta la toga e non sempre arriva in orario. A volte si chiama conseguenza. A volte si chiama solitudine. A volte si chiama vecchiaia, quando restano soltanto lo specchio, i ricordi e la faccia vera che nessuna menzogna riesce più a truccare. Il karma, direbbe qualcuno. Io direi più semplicemente: il conto. Perché chi semina veleno non può pretendere vendemmia. Chi vive di cattiveria finisce per abitare il proprio stesso fiele. Chi gode del male altrui si condanna a una povertà ben più grave di quella del portafoglio: la povertà dell’anima. E allora eccoli, questi giudici da marciapiede, questi moralisti senza morale, questi vecchi rancorosi che hanno perso perfino l’occasione di diventare saggi. Parlano, sputano sentenze, ridacchiano, si credono ancora temibili. In realtà fanno quasi pena. Quasi. Perché la compassione è una cosa seria, e non va sprecata con chi ha avuto una vita intera per imparare a essere uomo, e ha preferito restare un povero mentecatto da quattro soldi. Luigi Palamara Giornalista e Artista Aspromontàno di Roccaforte del Greco detto L'Arciere
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