PASSAPAROLA. IMPEGNARSI PER L’UNITÀ
È quasi normale che l’unità, dono di Dio per chi cerca di vivere in profondità l’esperienza della comunione, qualche volta possa spezzarsi a causa delle nostre fragilità umane.
Quando questo accade, nascono in noi malumori, tristezza e perfino qualche malessere, non soltanto a livello spirituale, ma anche fisico.
La vita di unità, infatti, è troppo bella e profonda, proprio perché è la stessa vita di Dio in noi. Per questo non è soltanto sinonimo di gioia, di serenità nei rapporti, di freschezza nell’amare per primi e di grande apertura del cuore, capace di accogliere tutti con la ricchezza delle loro differenze, ma è anche tenerezza e presenza carezzevole verso chi è nel bisogno, perché malato o perché sta attraversando un momento difficile.
Per questo, «impegnarsi per l’unità» deve rappresentare il punto più alto del nostro cammino di fede. Essere immersi in essa, infatti, è come vivere in un sogno: il sogno di Dio-Trinità, che tutti siano uno!
È chiaro che proprio in questo sogno divino, qualche volta, si inseriscono le nostre fragilità: qualche risentimento, l’invidia, l’attaccamento a cose o persone, la voglia di primeggiare e così via. E allora, all’improvviso, ecco il buio, la tristezza, un malessere generale…
Sì, perdendo l’unità perdiamo Dio: non c’è più Gesù tra noi e, senza di Lui, non può esserci lo Spirito Santo; senza lo Spirito Santo, non c’è più l’Unità, il dono di Dio per eccellenza.
Ecco, allora: non aspettiamo nemmeno un minuto. Ricomporre l’unità non è soltanto la cosa più importante, ma direi l’unica veramente importante.
Ricordo la frase di un amico in Brasile:
«Nino, se non ricomponiamo l’unità tra noi, diventa inutile perfino andare a pranzo: non ha senso».
Ecco, allora, l’invito del passaparola di oggi: impegniamoci totalmente per l’Unità, perché non c’è al mondo cosa più grande e più importante di essa.
Chiediamoci, dunque, ogni tanto, in casa, in ufficio, in parrocchia e nei gruppi:
«Siamo veramente uniti?».
Altrimenti è chiaro che gli altri «non crederanno», come ha sottolineato Gesù:
«Che tutti siano uno, perché il mondo creda…».
Ecco perché ogni sforzo pastorale e apostolico diventa inutile se non siamo uno.
Trovo stupendo il proposito delle prime compagne di Chiara Lubich, quando nacque il Movimento dei Focolari, nel lontano 1943, a Trento:
«O unità o morte!».
Oggi, come quelle ragazze di Trento di tanti anni fa, ricordiamocelo ogni tanto:
«O unità o morte!».
E tutto si trasforma… e il sogno, intorno a noi, diventa realtà.
Don Nino Carta
10 luglio 2026
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