Bilancio all'unanimità a Reggio Calabria: Cannizzaro si prende Reggio e azzera gli alibi
Cassa vincolata, riscossione a zero e il caso Catalfamo: il sindaco incassa il voto bipartisan sul rendiconto 2025 ma avverte che, spenti i riflettori dell'aula, la responsabilità del governo della città è adesso tutta nelle mani della nuova maggioranza.
La cassa, la memoria e il garantismo
L'Editoriale di Luigi Palamara
In alcune sedute di Consiglio comunale si discute un bilancio. E in altre nelle quali, fingendo di discutere un bilancio, si regolano i conti con il passato, si distribuiscono responsabilità e si preparano gli alibi per il futuro.
L’intervento conclusivo del sindaco Francesco Cannizzaro appartiene alla seconda categoria.
Il rendiconto del Comune di Reggio Calabria è stato approvato all’unanimità. Il dato politico è forte, persino suggestivo: maggioranza e opposizione hanno alzato insieme la mano su un documento che fotografa il 2025 e che, quindi, appartiene in larga parte all’amministrazione precedente.
Il sindaco ha scelto di trasformare quel voto in una specie di patto collettivo. La sua tesi è semplice: da oggi si parte tutti dalla stessa griglia. Il bilancio lo abbiamo votato insieme; dunque, nei prossimi mesi, nessuno potrà comportarsi come se i problemi fossero stati scoperti soltanto dopo il cambio di amministrazione.
È una tesi politicamente efficace. Ma va maneggiata con cautela.
Approvare un rendiconto significa riconoscere la correttezza formale e contabile dei dati. Non significa adottare retroattivamente tutte le scelte che li hanno prodotti. Se una nuova maggioranza vota il consuntivo della vecchia, non diventa automaticamente responsabile del passato. E se l’opposizione lo vota, non rinuncia al diritto di criticare il futuro.
La griglia di partenza può essere comune. Le automobili, però, restano diverse. E soprattutto diverso è chi tiene il volante.
Un buon bilancio, ma con pochi soldi da usare.
Cannizzaro ha riconosciuto che, nel complesso, il rendiconto può essere considerato buono. Ha elogiato il lavoro del dirigente finanziario Franco Consiglio e ha ammesso che nel documento vi sono risultati positivi.
Il disavanzo è stato ridotto. Il Comune non ricorre più alle anticipazioni di tesoreria. La gestione appare più ordinata. La macchina finanziaria, pur tra difficoltà enormi, non è ferma.
Poi, però, il sindaco ha indicato il punto che ritiene decisivo: la cassa.
Il Comune dispone di circa 113 milioni di euro. La cifra, detta così, potrebbe tranquillizzare anche il più ansioso dei contribuenti. Ma quasi tutto quel denaro è vincolato. Le risorse realmente utilizzabili sarebbero soltanto 16 milioni, forse anche meno.
È il paradosso di molti enti pubblici italiani: ricchi sulla carta, prudenti per legge e poveri nell’azione.
Ci sono fondi per opere precise, trasferimenti da utilizzare esclusivamente per determinate finalità, somme accantonate per debiti e contenziosi. Il denaro esiste, ma non è libero. E un bilancio con molta cassa vincolata assomiglia a una cassaforte piena della quale il proprietario possiede soltanto una chiave su dieci.
Il sindaco ha insistito su questo punto perché la liquidità è ciò che rende un bilancio vivo, rapido e capace di trasformarsi in servizi. Senza disponibilità effettiva, il Comune può programmare, annunciare, deliberare. Ma per fare deve aspettare.
L’accusa sulla riscossione.
Qui il discorso del sindaco si è fatto più duro.
Alla precedente amministrazione Cannizzaro ha contestato di avere fatto “semplicemente zero” sulla riscossione. Non una critica sfumata, dunque, ma un atto d’accusa.
I crediti del Comune verso cittadini e utenti sono molto elevati. Tasse, tributi, multe, canoni e vecchie partite continuano a restare nei bilanci senza trasformarsi in denaro disponibile. Più aumenta la distanza tra ciò che il Comune accerta e ciò che realmente incassa, più aumentano gli accantonamenti e più si riduce la capacità di spesa.
La riscossione è il luogo in cui la politica incontra la propria parte meno popolare.
È facile promettere un’opera. È più difficile chiedere a chi non paga di pagare. È ancora più difficile farlo senza colpire chi è povero, senza perseguitare chi ha già saldato e senza premiare chi ha trasformato il rinvio in un’abitudine.
Cannizzaro ha chiesto collaborazione all’opposizione proprio su questo terreno. Una richiesta legittima, purché collaborazione non significhi silenzio.
La nuova amministrazione sarà giudicata sui risultati. Dovrà dimostrare che la riscossione può migliorare davvero, che i crediti recuperabili vengono recuperati e che quelli ormai inesigibili non continuano a gonfiare il bilancio come fantasmi contabili.
Il sindaco, con una certa onestà, ha riconosciuto di non sapere se riuscirà nell’impresa. È un’ammissione rara nella politica contemporanea, dove tutti promettono il successo e, quando arriva il fallimento, scoprono di avere ereditato il problema.
Dodici anni e molti cambi di giunta.
Cannizzaro ha ricordato che chi lo ha preceduto non ha governato per dieci mesi, ma per molti anni. Il tempo per intervenire, dunque, non sarebbe mancato.
Ha richiamato le interruzioni politiche, le crisi interne e i numerosi cambi di giunta, indicati provocatoriamente in trentasette nell’arco di un decennio. Tutto ciò, secondo il sindaco, avrebbe impedito una linea amministrativa continua.
È difficile dargli torto.
Una città non si governa cambiando continuamente uomini, deleghe, assessori e priorità. Ogni nuova giunta annuncia la svolta; ogni nuovo assessore ricomincia lo studio dei dossier; ogni crisi politica sospende ciò che era già lento.
Ma proprio perché il sindaco ha indicato questa malattia, ora dovrà evitarla. La stabilità che reclama agli altri diventa il primo obbligo della sua amministrazione.
Non potrà, tra qualche anno, spiegare le mancate realizzazioni con le stesse formule che oggi contesta. Non potrà dire che vi sono state tensioni politiche, rimpasti, equilibri da mantenere o deleghe da rivedere.
La storia concede molte attenuanti, ma raramente accetta la stessa scusa due volte.
Il voto unanime come responsabilità.
Il sindaco ha definito “bellissima” la responsabilità assunta con il voto unanime.
In parte ha ragione.
In una città spesso consumata dal conflitto, vedere maggioranza e opposizione convergere su un documento finanziario può rappresentare un segnale di maturità istituzionale. Gli imprenditori, i commercianti, gli operatori turistici e i cittadini chiedono soprattutto serenità, servizi e una prospettiva.
La città non vive delle schermaglie del Consiglio. Vive delle strade, dei rifiuti, dei trasporti, delle scuole, dell’acqua, delle tasse e del tempo necessario per ottenere una risposta da un ufficio.
Ma l’unanimità non deve diventare una coperta sotto cui nascondere le differenze.
La democrazia non funziona quando tutti litigano su tutto. Ma non funziona neppure quando tutti diventano indistinguibili. La maggioranza governa. L’opposizione controlla. Possono collaborare, ma non confondersi.
Il patto più utile non è quello che impedisce le critiche. È quello che obbliga le critiche a essere fondate e le risposte a essere documentate.
La città che chiede tranquillità.
Nella parte più politica del suo intervento, Cannizzaro ha parlato del potenziale di Reggio Calabria. Ha detto che cittadini, imprenditori, esercenti e operatori del turismo vogliono serenità, tranquillità, servizi essenziali e una città proiettata verso il futuro.
Sono parole sulle quali è difficile dissentire.
Reggio ha imparato a proprie spese quanto costi vivere in un clima permanente di emergenza. Ogni questione diventa uno scontro. Ogni ritardo assume il carattere di una catastrofe. Ogni inchiesta viene trasformata in sentenza politica. Ogni assoluzione arriva quando il danno pubblico è stato già consumato.
La tranquillità, però, non è il silenzio.
Non si costruisce chiedendo alla stampa di essere benevola, all’opposizione di essere paziente e ai cittadini di aspettare. Si costruisce con atti chiari, procedure comprensibili, responsabilità definite e risultati verificabili.
Una città è serena quando sa chi decide, perché decide e quanto costa quella decisione.
Il garantismo e il caso Catalfamo.
La parte più accesa dell’intervento ha riguardato il garantismo e l’assessore Mimma Catalfamo.
Il sindaco ha rimproverato a un consigliere di avere portato indirettamente in aula una vicenda giudiziaria. Secondo Cannizzaro, anche un riferimento formulato con eleganza può essere usato per far emergere un sospetto e per colpire politicamente una persona.
Il sindaco ha rivendicato la propria cultura garantista. Ha detto che chiedere dimissioni sulla base di una semplice indagine è sbagliato, anche quando a farlo è qualcuno della propria coalizione. Ha ricordato che molte persone coinvolte in procedimenti giudiziari sono poi state assolte.
Il principio è corretto.
Un’indagine non è una condanna. Un avviso di garanzia non è una sentenza. Una contestazione amministrativa non cancella una biografia. La responsabilità penale è personale e deve essere accertata nelle sedi competenti.
Ma il garantismo non può essere una divisa indossata soltanto quando viene indagato un amico.
Deve valere per l’assessore della propria giunta, per l’avversario politico, per il dirigente sgradito e persino per chi, in passato, ha utilizzato la giustizia come una clava.
Cannizzaro ha difeso Catalfamo con convinzione, sostenendo che la vicenda riguarderebbe una decisione amministrativa assunta all’interno di un organismo più ampio e con un voto collegiale. Ha parlato di un caso assurdo e ha invitato tutti a trattare queste materie con delicatezza.
È una richiesta ragionevole.
Ma la delicatezza non può significare rinuncia alle domande. Il garantismo tutela la persona dall’anticipazione della condanna. Non sottrae gli amministratori al dovere di spiegare.
Il dirigente e la continuità.
Il sindaco ha chiuso confermando la fiducia a Franco Consiglio alla guida del settore finanziario.
Non ha rivendicato la scelta come un merito personale. L’ha attribuita alla maggioranza e alla struttura politica che oggi governa la città, riconoscendo al dirigente il valore del lavoro svolto.
È una decisione che contiene un messaggio importante: la competenza amministrativa non dovrebbe cambiare colore a ogni elezione.
Un dirigente capace non appartiene alla maggioranza che lo ha nominato né a quella che lo conferma. Appartiene all’istituzione. È questa la differenza tra un Comune e un comitato elettorale.
La continuità tecnica può aiutare la nuova amministrazione a comprendere i problemi e a evitare che ogni legislatura ricominci da zero. Ma la continuità non deve diventare immobilismo. Confermare una struttura significa anche pretendere obiettivi, scadenze e risultati.
Il futuro comincia dopo il voto.
L’intervento del sindaco contiene tre promesse.
La prima è che l’amministrazione non userà il passato come scusa permanente.
La seconda è che proverà a recuperare le entrate e a trasformare la cassa contabile in capacità reale di spesa.
La terza è che difenderà un clima di responsabilità, garantismo e collaborazione istituzionale.
Sono promesse impegnative. Proprio per questo andranno ricordate.
Da oggi Cannizzaro non è più soltanto il politico che indica gli errori di chi ha governato prima. È il sindaco che deve correggerli.
La riscossione sarà sua. La stabilità politica sarà sua. La qualità dei servizi sarà sua. La gestione delle risorse vincolate sarà sua. Saranno sue le scelte sulle opere, sulle partecipate, sui debiti e sulla velocità amministrativa.
Il voto unanime gli consegna un vantaggio e gli toglie un alibi.
Il vantaggio è partire senza una guerra politica sul rendiconto.
L’alibi che viene meno è quello di poter dire che il Consiglio gli ha impedito di agire.
Il sindaco ha chiesto che, tra sei mesi o un anno, tutti ricordino la comune griglia di partenza. È giusto.
Ma sulla griglia si resta soltanto pochi secondi.
Poi si parte.
E da quel momento non conta più chi ha votato il bilancio. Conta chi sa governarlo.
Luigi Palamara Giornalista, Scrittore e Artista Aspromontàno
@luigi.palamara Bilancio all'unanimità a Reggio Calabria: Cannizzaro si prende Reggio e azzera gli alibi Cassa vincolata, riscossione a zero e il caso Catalfamo: il sindaco incassa il voto bipartisan sul rendiconto 2025 ma avverte che, spenti i riflettori dell'aula, la responsabilità del governo della città è adesso tutta nelle mani della nuova maggioranza. La cassa, la memoria e il garantismo L'Editoriale di Luigi Palamara  In alcune sedute di Consiglio comunale si discute un bilancio. E in altre nelle quali, fingendo di discutere un bilancio, si regolano i conti con il passato, si distribuiscono responsabilità e si preparano gli alibi per il futuro. L’intervento conclusivo del sindaco Francesco Cannizzaro appartiene alla seconda categoria. Il rendiconto del Comune di Reggio Calabria è stato approvato all’unanimità. Il dato politico è forte, persino suggestivo: maggioranza e opposizione hanno alzato insieme la mano su un documento che fotografa il 2025 e che, quindi, appartiene in larga parte all’amministrazione precedente. Il sindaco ha scelto di trasformare quel voto in una specie di patto collettivo. La sua tesi è semplice: da oggi si parte tutti dalla stessa griglia. Il bilancio lo abbiamo votato insieme; dunque, nei prossimi mesi, nessuno potrà comportarsi come se i problemi fossero stati scoperti soltanto dopo il cambio di amministrazione. È una tesi politicamente efficace. Ma va maneggiata con cautela. Approvare un rendiconto significa riconoscere la correttezza formale e contabile dei dati. Non significa adottare retroattivamente tutte le scelte che li hanno prodotti. Se una nuova maggioranza vota il consuntivo della vecchia, non diventa automaticamente responsabile del passato. E se l’opposizione lo vota, non rinuncia al diritto di criticare il futuro. La griglia di partenza può essere comune. Le automobili, però, restano diverse. E soprattutto diverso è chi tiene il volante. Un buon bilancio, ma con pochi soldi da usare. Cannizzaro ha riconosciuto che, nel complesso, il rendiconto può essere considerato buono. Ha elogiato il lavoro del dirigente finanziario Franco Consiglio e ha ammesso che nel documento vi sono risultati positivi. Il disavanzo è stato ridotto. Il Comune non ricorre più alle anticipazioni di tesoreria. La gestione appare più ordinata. La macchina finanziaria, pur tra difficoltà enormi, non è ferma. Poi, però, il sindaco ha indicato il punto che ritiene decisivo: la cassa. Il Comune dispone di circa 113 milioni di euro. La cifra, detta così, potrebbe tranquillizzare anche il più ansioso dei contribuenti. Ma quasi tutto quel denaro è vincolato. Le risorse realmente utilizzabili sarebbero soltanto 16 milioni, forse anche meno. È il paradosso di molti enti pubblici italiani: ricchi sulla carta, prudenti per legge e poveri nell’azione. Ci sono fondi per opere precise, trasferimenti da utilizzare esclusivamente per determinate finalità, somme accantonate per debiti e contenziosi. Il denaro esiste, ma non è libero. E un bilancio con molta cassa vincolata assomiglia a una cassaforte piena della quale il proprietario possiede soltanto una chiave su dieci. Il sindaco ha insistito su questo punto perché la liquidità è ciò che rende un bilancio vivo, rapido e capace di trasformarsi in servizi. Senza disponibilità effettiva, il Comune può programmare, annunciare, deliberare. Ma per fare deve aspettare. L’accusa sulla riscossione. Qui il discorso del sindaco si è fatto più duro. Alla precedente amministrazione Cannizzaro ha contestato di avere fatto “semplicemente zero” sulla riscossione. Non una critica sfumata, dunque, ma un atto d’accusa. Bilancio all'unanimità a Reggio Calabria: Cannizzaro si prende Reggio e azzera gli alibi https://www.cartastraccia.news/2026/08/bilancio-allunanimita-reggio-calabria.html
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