Le lacrime del numero 3
L'Editoriale di Luigi Palamara
Paolo Maldini piange.
Basterebbe questa immagine per raccontare il funerale di Franco Baresi. Il resto - le corone, le bandiere, gli applausi, le sciarpe rossonere - appartiene al cerimoniale con cui gli uomini cercano di rendere sopportabile la morte.
Ma quelle lacrime no. Quelle non obbediscono ad alcun cerimoniale.
È morto il capitano del Milan. Il leggendario numero 6. Un uomo che in campo sembrava incapace di sbagliare e che aveva trasformato la difesa in una forma d’intelligenza. Non aveva bisogno di urlare, Baresi. Comandava con un passo avanti, un’occhiata, un anticipo. Mentre gli altri correvano dietro al pallone, lui sapeva già dove sarebbe arrivato.
Accanto a lui crebbe un ragazzo con il numero 3 sulle spalle. Si chiamava Paolo Maldini e aveva un cognome già pesante come una responsabilità. Con il tempo si guadagnò qualcosa che nessun padre può lasciare in eredità: un posto nella storia del calcio mondiale.
Lo abbiamo visto alzare coppe, affrontare campioni, attraversare vittorie e sconfitte con la compostezza di chi sembra non perdere mai il controllo. Per questo vederlo piangere ci ha riportati tutti con i piedi per terra.
Ci ha ricordato che gli eroi invecchiano. Che i capitani muoiono. E che persino le statue, quando nessuno le guarda, possono versare lacrime.
Il calcio è soltanto un gioco, dicono. Ed è vero. Ma è il gioco più bello del mondo proprio perché, a volte, smette di essere soltanto un gioco. Crea rivalità, passioni, rancori, perfino cattiverie. Divide famiglie, città e generazioni. Ci convince che una maglia sia una patria e che una domenica possa decidere la felicità di una settimana.
Poi arriva un funerale e rimette ogni cosa al suo posto.
Dietro i numeri rimangono gli uomini. Dietro i trofei, gli amici. Dietro la gloria, il tempo trascorso insieme.
Le lacrime di Maldini non erano soltanto per il grande Baresi, per il capitano, per il numero 6 consegnato alla leggenda. Erano per Franco. Per il compagno che lo aveva visto diventare uomo. Per il maestro accanto al quale un ragazzo aveva imparato a essere Paolo Maldini.
Quelle lacrime entreranno nell’almanacco invisibile del calcio. Quello che non registra gol, presenze o trofei, ma i momenti nei quali questo sport rivela la propria verità.
Una verità semplice e spietata: alla fine non restano le vittorie.
Restano gli affetti.
E qualche lacrima che nessuno, nemmeno un campione, riesce o vuole trattenere.
Luigi Palamara Giornalista e Artista Aspromontàno
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