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“Carta Straccia”, nel nome la provocazione, nel contenuto la sostanza. Leggetelo. Non per abitudine, ma per scelta.

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Parliamoci. Ma sul serio

Parliamoci. Ma sul serio

Vorrei, per una volta, parlarvi senza nascondermi dietro un articolo.

Gli articoli informano, spiegano, giudicano. Talvolta provocano. Ma restano pur sempre parole consegnate a uno schermo, mentre dall’altra parte ci sono persone che leggono, approvano, si indignano e poi scompaiono nel grande silenzio della rete.

Ecco, io quel silenzio vorrei romperlo.

Dovremmo tornare a parlarci. A incontrarci. A guardarci negli occhi e a dirci le cose senza filtri, senza emoticon, senza quella vigliaccheria digitale che permette a chiunque di insultare senza assumersi il peso della propria voce.

Abbiamo perso l’abitudine all’incontro. È più comodo premere un tasto che stringere una mano. È più facile scrivere una cattiveria che sostenere uno sguardo. Ci siamo convinti di essere connessi, ma spesso siamo soltanto soli davanti a un telefono.

Per questo vorrei costruire una vera comunità. Non una somma di profili, non una platea di spettatori, non un esercito di “mi piace”. Una comunità viva, capace di esistere anche fuori dai social e da Internet.

Ci provo dal 1996, dai primi vagiti della rete, quando Internet sembrava ancora una promessa e non il grande mercato delle vanità che sarebbe diventato. Ho tentato molte volte di trasformare il pubblico in partecipazione, i contatti in rapporti, le parole in presenza.

Non sempre ci sono riuscito.

Ma non ho mai mollato.

Non l’ho fatto neppure nei momenti più duri, quando sarebbe stato più semplice ritirarsi, tacere, lasciare che fossero gli altri a raccontare chi ero. Ho conosciuto il dolore, l’ingiustizia e la calunnia. Non li ringrazio, perché soltanto gli ipocriti ringraziano il male. Ma riconosco che mi hanno costretto a reagire.

Hanno tirato fuori ciò che avevo dentro: l’artista, lo scrittore, il giornalista che non accetta di limitarsi a registrare i fatti, ma pretende di interrogarli.

Sono diventato ciò che sono anche per opposizione. Contro chi mi voleva più piccolo, più docile, più silenzioso.

Oggi posso dire di sentirmi un uomo realizzato. E proprio per questo non ho alcuna intenzione di fermarmi. La soddisfazione, quando diventa compiacimento, è soltanto una forma elegante di resa.

Voglio ripartire.

Con un progetto nuovo, con un impulso nuovo, con la stessa ostinazione di sempre. Continuerò fino all’ultimo respiro a cercare di migliorarmi, a dare qualcosa in più, a costruire invece di limitarmi a commentare le macerie.

So bene che esiste chi trova nella mia persona un’occupazione quotidiana. C’è chi, parlando male di me, pensa di elevarsi. È un’illusione piuttosto misera: il rancore non innalza nessuno. Consuma soltanto chi lo coltiva.

L’invidia è una prigione nella quale il carceriere e il detenuto coincidono.

Io preferisco altro. Preferisco la vicinanza di chi vuole crescere, discutere, persino contraddirmi, purché lo faccia mettendoci il volto e il coraggio. Non cerco seguaci. Cerco persone vive.

Perché una comunità autentica non è composta da individui che si applaudono a vicenda. È fatta da persone che si confrontano, si correggono, si aiutano e, quando serve, si dicono verità scomode.

Dunque parliamoci.

Ma facciamolo sul serio. Fuori dal rumore della rete, fuori dalle tifoserie, fuori dalle maschere. Incontriamoci da esseri umani, prima ancora che da lettori, giornalisti, artisti o cittadini.

Dopo trent’anni trascorsi a cercare una comunità, voglio provarci ancora.

Non perché sia facile.

Perché è necessario.

Luigi Palamara
Giornalista, Scrittore e Artista Aspromontàno 

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