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Reggio Calabria. Il ponte sul Calopinace non è più solo cemento: è l'ora dei fatti

Reggio Calabria. Il ponte sul Calopinace non è più solo cemento: è l'ora dei fatti

Il ponte, la città e l’alibi eterno

Il cantiere infinito e la sfida del sindaco Cannizzaro

L'Editoriale di Luigi Palamara 


A Reggio Calabria l'eterna attesa di un'opera incompiuta diventa il banco di prova per un'intera comunità: amministrare non significa annunciare, ma portare a termine i progetti.

A Reggio Calabria c’è un ponte che non è soltanto un ponte.

È un monumento all’incompiuto, una di quelle opere pubbliche che, a forza di restare ferme, smettono di appartenere all’ingegneria e diventano materia per la psicologia collettiva. Il ponte sul Calopinace è lì da anni: immobile, sospeso non tanto fra due sponde, quanto fra una promessa e una scusa.

Adesso il sindaco Francesco Cannizzaro annuncia la ripresa dei lavori. Domani terrà una conferenza stampa e spiegherà l’accordo raggiunto con la ditta appaltatrice, dopo il contenzioso aperto dalla precedente amministrazione.

La notizia è buona. Ma a Reggio Calabria le buone notizie vanno maneggiate con cautela. Non perché si debba essere pessimisti per mestiere, ma perché questa città è stata educata troppo a lungo alla liturgia degli annunci. Qui ogni nastro sembra pronto per essere tagliato e ogni cantiere sembra destinato a diventare archeologia contemporanea.

Cannizzaro ha scelto di azzerare lo scontro e tentare la collaborazione. Ha scelto, insomma, di metterci la faccia. È già qualcosa. In politica, soprattutto da queste parti, la faccia viene spesso usata per i manifesti e assai meno per assumersi responsabilità.

Ora però arriva il momento più pericoloso: quello dei fatti.

Perché un ponte non si completa con una conferenza stampa, non si collauda con un comunicato e non si consegna alla città attraverso una diretta social. Servono operai, tempi certi, responsabilità chiare, controlli e una data che non sia l’ennesima formula elastica inventata per rimandare la delusione.

Il sindaco si gioca molto. Si gioca la credibilità di chi vuole dimostrare che amministrare non significa commentare i problemi, ma risolverli. Molti lo accusano di fare proclami. È un’accusa facile, ma non del tutto liquidabile con una battuta.

Le pulizie straordinarie sono state avviate. I controlli sono stati effettuati. I numeri, si dice, esistono. Bene. Ma la politica non viene giudicata soltanto per ciò che comincia. Viene giudicata per ciò che conclude.

E il ponte sul Calopinace potrebbe diventare proprio questo: non il simbolo di una rinascita, espressione ormai consumata dall’uso, ma il timbro di un’amministrazione capace di portare a termine almeno una delle troppe storie lasciate a metà.

Reggio Calabria non ha bisogno di essere salvata ogni sei mesi. Ha bisogno di essere amministrata ogni giorno.

È una città che da troppo tempo si racconta come vittima. Vittima della politica, della burocrazia, dell’abbandono, del destino, del governo, della Regione, del vicino, del passato e persino del clima. Tutto vero, almeno in parte. Ma il vittimismo, quando diventa abitudine, è una forma raffinata di resa.

Non si può restare eternamente indietro e continuare a chiamare “emergenza” ciò che ormai è diventato sistema.

La politica indica una strada. I dirigenti devono renderla percorribile. I funzionari devono fare il proprio dovere. I cittadini devono rispettare ciò che appartiene a tutti.

Questa si chiama democrazia.

Sulla carta è un circolo virtuoso. Nella realtà reggina, troppo spesso, diventa un circolo vizioso: la politica coltiva i propri interessi, la burocrazia si nasconde dietro procedure infinite e i cittadini invocano servizi che poi contribuiscono a distruggere con l’incuria.

È sempre colpa di qualcuno. Mai nostra.

Il politico accusa il dirigente. Il dirigente accusa la norma. Il cittadino accusa entrambi, magari mentre getta un sacchetto per strada o danneggia una panchina appena installata.

Così la città resta ferma. Come il ponte.

Per cambiare davvero non basta una giunta. Serve una comunità amministrativa e civile. Servono assessori che non siano comparse, consiglieri che non si limitino a chiedere favori, presidenti di circoscrizione presenti, funzionari competenti e cittadini capaci di distinguere un diritto da un privilegio.

Se centinaia di persone, a livelli diversi, remassero davvero nella stessa direzione, qualcosa accadrebbe. Non per miracolo, ma per semplice conseguenza.

Una città non cambia perché cambia il colore delle sue insegne o perché viene inaugurata un’opera. Cambia quando mutano i comportamenti di chi la governa e di chi la abita.

I palazzi restano. Le strade restano. Le piazze restano. A dover cambiare siamo noi.

Mentre si parla della città, passa un autobus turistico scoperto. Racconta Piazza Italia, gli scavi, la storia sepolta sotto i passi quotidiani. È una scena quasi ironica: i visitatori osservano la bellezza che i residenti spesso non vedono più.

Reggio possiede un patrimonio che molte città comprerebbero a peso d’oro: il mare, la storia, i Bronzi, il museo, il paesaggio, la luce. Eppure continua a comportarsi come un’ereditiera convinta di essere povera.

La prima domenica del mese il museo è gratuito. Si può entrare, vedere i Bronzi di Riace, attraversare secoli di civiltà e ricordarsi che questa terra non è nata con l’ultima campagna elettorale.

Anche questa è politica. Forse la più alta: conoscere ciò che siamo per decidere ciò che vogliamo diventare.

Il ponte sul Calopinace, dunque, non è soltanto cemento.

È una domanda.

Siamo ancora la città delle opere annunciate, dei lavori interrotti e delle responsabilità disperse? Oppure possiamo finalmente diventare la città che comincia una cosa e la porta a termine?

Cannizzaro ha accettato la sfida. Ora deve vincerla.

Noi, nel frattempo, dovremmo smettere di fare gli spettatori. Perché è comodo pretendere amministratori migliori senza diventare cittadini migliori. È comodo indignarsi, molto meno partecipare. È facile criticare chi ci mette la faccia, soprattutto quando noi preferiamo restare nascosti tra l’indifferenza e il commento velenoso.

A Reggio non servono segnali di fumo.

Servono segnali di vita.

E il primo potrebbe essere un ponte finalmente aperto, attraversato da automobili, persone e speranze. Non più sospeso fra una promessa e una scusa, ma consegnato alla città.

Sarebbe soltanto un ponte.

E sarebbe già moltissimo.

Luigi Palamara Giornalista, Scrittore e Artista Aspromontàno 

Reggio Calabria 2 agosto 2026

@luigi.palamara

Reggio Calabria. Il ponte sul Calopinace non è più solo cemento: è l'ora dei fatti Il ponte, la città e l’alibi eterno Il cantiere infinito e la sfida del sindaco Cannizzaro L'Editoriale di Luigi Palamara  A Reggio Calabria l'eterna attesa di un'opera incompiuta diventa il banco di prova per un'intera comunità: amministrare non significa annunciare, ma portare a termine i progetti. A Reggio Calabria c’è un ponte che non è soltanto un ponte. È un monumento all’incompiuto, una di quelle opere pubbliche che, a forza di restare ferme, smettono di appartenere all’ingegneria e diventano materia per la psicologia collettiva. Il ponte sul Calopinace è lì da anni: immobile, sospeso non tanto fra due sponde, quanto fra una promessa e una scusa. Adesso il sindaco Francesco Cannizzaro annuncia la ripresa dei lavori. Domani terrà una conferenza stampa e spiegherà l’accordo raggiunto con la ditta appaltatrice, dopo il contenzioso aperto dalla precedente amministrazione. La notizia è buona. Ma a Reggio Calabria le buone notizie vanno maneggiate con cautela. Non perché si debba essere pessimisti per mestiere, ma perché questa città è stata educata troppo a lungo alla liturgia degli annunci. Qui ogni nastro sembra pronto per essere tagliato e ogni cantiere sembra destinato a diventare archeologia contemporanea. Cannizzaro ha scelto di azzerare lo scontro e tentare la collaborazione. Ha scelto, insomma, di metterci la faccia. È già qualcosa. In politica, soprattutto da queste parti, la faccia viene spesso usata per i manifesti e assai meno per assumersi responsabilità. Ora però arriva il momento più pericoloso: quello dei fatti. Perché un ponte non si completa con una conferenza stampa, non si collauda con un comunicato e non si consegna alla città attraverso una diretta social. Servono operai, tempi certi, responsabilità chiare, controlli e una data che non sia l’ennesima formula elastica inventata per rimandare la delusione. Il sindaco si gioca molto. Si gioca la credibilità di chi vuole dimostrare che amministrare non significa commentare i problemi, ma risolverli. Molti lo accusano di fare proclami. È un’accusa facile, ma non del tutto liquidabile con una battuta. Le pulizie straordinarie sono state avviate. I controlli sono stati effettuati. I numeri, si dice, esistono. Bene. Ma la politica non viene giudicata soltanto per ciò che comincia. Viene giudicata per ciò che conclude. E il ponte sul Calopinace potrebbe diventare proprio questo: non il simbolo di una rinascita, espressione ormai consumata dall’uso, ma il timbro di un’amministrazione capace di portare a termine almeno una delle troppe storie lasciate a metà. Reggio Calabria non ha bisogno di essere salvata ogni sei mesi. Ha bisogno di essere amministrata ogni giorno. È una città che da troppo tempo si racconta come vittima. Vittima della politica, della burocrazia, dell’abbandono, del destino, del governo, della Regione, del vicino, del passato e persino del clima. Tutto vero, almeno in parte. Ma il vittimismo, quando diventa abitudine, è una forma raffinata di resa. Non si può restare eternamente indietro e continuare a chiamare “emergenza” ciò che ormai è diventato sistema. La politica indica una strada. I dirigenti devono renderla percorribile. I funzionari devono fare il proprio dovere. I cittadini devono rispettare ciò che appartiene a tutti. Questa si chiama democrazia. Sulla carta è un circolo virtuoso. Nella realtà reggina, troppo spesso, diventa un circolo vizioso: la politica coltiva i propri interessi, la burocrazia si nasconde dietro procedure infinite e i cittadini invocano servizi che poi contribuiscono a distruggere con l’incuria. È sempre colpa di qualcuno. Mai nostra. Il politico accusa il dirigente. Il dirigente accusa la norma. Il cittadino accusa entrambi, magari mentre getta un sacchetto per strada o danneggia una panchina appena installata. Così la città resta ferma. Come il ponte. Editoriale completo su CartaStraccia.News

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