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L'inferno, il Diavolo e Barabba davanti al Duomo: il limite superato

Barabba e il Diavolo davanti al Duomo: il limite superato

L'Editoriale di Luigi Palamara 

Una cosa, soprattutto, che ieri sera mi ha indignato.

Barabba. Il Diavolo. L’Inferno.

Non pronunciati in una sala qualunque.

Non in un teatro.

Non davanti a un bar.

Ma in Piazza Duomo a Reggio Calabria, davanti alla Cattedrale, la chiesa madre della città, uno dei simboli più profondi della fede e dell’identità dei reggini.

Ed è proprio questo che rende quelle parole, per me, ancora più gravi.

Vannacci si è messo retoricamente nei panni di Ponzio Pilato e ha chiesto alla piazza: «Volete Barabba o Reggio?». Poi ha ricordato di avere nove deputati, come i nove gironi dell’Inferno, auspicando il decimo e definendolo «il nostro diavolo in Parlamento».

Ebbene, io sono cattolico e lo dico senza giri di parole:

per me quel linguaggio, pronunciato in quel luogo, ha rasentato la blasfemia.

Non sto emettendo una sentenza canonica.

Sto esprimendo un giudizio morale e politico.

Perché esiste ancora un limite.

Esiste ancora il rispetto dei luoghi.

Esiste ancora il rispetto della fede altrui.

E soprattutto dovrebbe esistere il rispetto per un simbolo che appartiene alla storia religiosa e civile di Reggio Calabria.

Il Duomo non è una scenografia da comizio.

Non è il fondale sul quale trasformare Barabba in uno slogan elettorale e il Diavolo in una battuta per strappare un applauso.

Davanti a quella Cattedrale generazioni di reggini hanno pregato, celebrato matrimoni, pianto i propri morti, invocato la Madonna della Consolazione. Quel luogo porta dentro di sé qualcosa che viene prima di Vannacci, prima di me e prima di qualsiasi elezione.

Ed è proprio lì che bisognerebbe capire quando fermarsi.

Barabba davanti al Duomo.
Il Diavolo davanti al Duomo.
L’Inferno davanti al Duomo.

A qualcuno sarà sembrata ironia.

A me è sembrata una provocazione che ha sfiorato l’oltraggio religioso.

E allora la domanda non è più se Vannacci sappia riempire una piazza.

La domanda è un’altra:

possibile che per conquistare un applauso si debba profanare, almeno verbalmente e simbolicamente, persino ciò che per migliaia di cittadini è sacro?

Questa non è questione di destra o di sinistra.

È questione di misura.

Di rispetto.

Di cultura.

E anche di educazione istituzionale.

La politica può essere aspra, irriverente, perfino feroce.

Ma quando prende Barabba, il Diavolo e l’Inferno e li trasforma in materiale da campagna elettorale sotto le porte della Cattedrale, allora per me non siamo più soltanto davanti alla provocazione.

Siamo pericolosamente vicini alla blasfemia usata come spettacolo politico.

E questo, signor Vannacci, davanti al Duomo di Reggio Calabria, non riesco né a considerarlo normale né a farlo passare sotto silenzio.

Luigi Palamara Giornalista, Scrittore e Artista Aspromontàno di Roccaforte del Greco detto L'Arciere 

@luigi.palamara Barabba e il Diavolo davanti al Duomo: il limite superato L'Editoriale di Luigi Palamara  Una cosa, soprattutto, che ieri sera mi ha indignato. Barabba. Il Diavolo. L’Inferno. Non pronunciati in una sala qualunque. Non in un teatro. Non davanti a un bar. Ma in Piazza Duomo a Reggio Calabria, davanti alla Cattedrale, la chiesa madre della città, uno dei simboli più profondi della fede e dell’identità dei reggini. Ed è proprio questo che rende quelle parole, per me, ancora più gravi. Vannacci si è messo retoricamente nei panni di Ponzio Pilato e ha chiesto alla piazza: «Volete Barabba o Reggio?». Poi ha ricordato di avere nove deputati, come i nove gironi dell’Inferno, auspicando il decimo e definendolo «il nostro diavolo in Parlamento». Ebbene, io sono cattolico e lo dico senza giri di parole: per me quel linguaggio, pronunciato in quel luogo, ha rasentato la blasfemia. Non sto emettendo una sentenza canonica. Sto esprimendo un giudizio morale e politico. Perché esiste ancora un limite. Esiste ancora il rispetto dei luoghi. Esiste ancora il rispetto della fede altrui. E soprattutto dovrebbe esistere il rispetto per un simbolo che appartiene alla storia religiosa e civile di Reggio Calabria. Il Duomo non è una scenografia da comizio. Non è il fondale sul quale trasformare Barabba in uno slogan elettorale e il Diavolo in una battuta per strappare un applauso. Davanti a quella Cattedrale generazioni di reggini hanno pregato, celebrato matrimoni, pianto i propri morti, invocato la Madonna della Consolazione. Quel luogo porta dentro di sé qualcosa che viene prima di Vannacci, prima di me e prima di qualsiasi elezione. Ed è proprio lì che bisognerebbe capire quando fermarsi. Barabba davanti al Duomo. Il Diavolo davanti al Duomo. L’Inferno davanti al Duomo. A qualcuno sarà sembrata ironia. A me è sembrata una provocazione che ha sfiorato l’oltraggio religioso. E allora la domanda non è più se Vannacci sappia riempire una piazza. La domanda è un’altra: possibile che per conquistare un applauso si debba profanare, almeno verbalmente e simbolicamente, persino ciò che per migliaia di cittadini è sacro? Questa non è questione di destra o di sinistra. È questione di misura. Di rispetto. Di cultura. E anche di educazione istituzionale. La politica può essere aspra, irriverente, perfino feroce. Ma quando prende Barabba, il Diavolo e l’Inferno e li trasforma in materiale da campagna elettorale sotto le porte della Cattedrale, allora per me non siamo più soltanto davanti alla provocazione. Siamo pericolosamente vicini alla blasfemia usata come spettacolo politico. E questo, signor Vannacci, davanti al Duomo di Reggio Calabria, non riesco né a considerarlo normale né a farlo passare sotto silenzio. Luigi Palamara Giornalista, Scrittore e Artista Aspromontàno di Roccaforte del Greco detto L'Arciere  #blasfemia #robertovannacci #duomo #reggiocalabria #luigipalamara ♬ audio originale - Luigi Palamara

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