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PASSAPAROLA “ACCOGLIERE GLI ULTIMI”

PASSAPAROLA “ACCOGLIERE GLI ULTIMI”


“Accogliere gli ultimi” non è soltanto un atto di generosità o un imperativo morale, ma una scelta profonda e rivoluzionaria, capace di illuminare il modo con cui guardiamo il mondo.

In una società che viaggia a ritmi frenetici, sintonizzata quasi esclusivamente sul successo, sull’efficienza e sulla visibilità, chi rimane indietro rischia di diventare invisibile. E gli ultimi sono proprio coloro che portano il peso di tante fragilità: chi ha perso il lavoro, chi non ha una casa, chi molto spesso cerca di fuggire dalle guerre, senza contare i tanti malati che soffrono soli e in silenzio nelle periferie delle nostre città.

È chiaro che accogliere gli ultimi non significa provare pena dall’alto verso il basso, così come non vuol dire offrire una semplice carità assistenziale.

L’accoglienza autentica richiede ascolto, presenza e dignità.

Significa guardare l’altro negli occhi, riconoscendolo come una persona pari a noi e restituendogli così quel valore che la vita e le circostanze gli hanno sottratto.

Così, quando ci avviciniamo agli ultimi senza giudizio, scopriamo che il confine tra chi aiuta e chi viene aiutato è incredibilmente sottile.

Chi si china sui più fragili, tante volte, riceve molto più di quanto sta donando, scoprendo l’essenzialità, la gratitudine e la resilienza.

Creare uno spazio per gli ultimi all’interno del nostro tran tran quotidiano e delle nostre comunità significa abbattere i muri dell’indifferenza. È un esercizio quotidiano che parte dai piccoli gesti: un sorriso, una parola gentile, insieme alla disponibilità di dedicare del tempo a chi non ha nessuno.

In fondo, la misura della civiltà e dell’umanità di una comunità si riconosce proprio da come tratta i suoi membri più deboli e dallo sforzo di trasformare gli ultimi in pietre angolari di una vita condivisa.

In un incontro reciproco, infatti, la marginalità smette di essere una distanza e diventa un punto profondo di contatto.

Accogliere gli ultimi, allora, significa restituire centralità a ciò che veramente conta: l’umanità creata da Dio per vivere da fratelli.

Così, ogni gesto di accoglienza si trasforma in un gesto di speranza, capace di cambiare non solo la vita di chi riceve, ma anche il cuore di chi si dona.

Ecco un pensiero di Emily Dickinson:

“Se potrò impedire a un cuore di spezzarsi, non avrò vissuto invano;
se potrò alleviare il dolore di una vita, lenire una pena,
o aiutare un pettirosso caduto a rientrare nel suo nido,
non avrò vissuto invano”.

E, per terminare, ecco un pensiero attribuito ad Albert Pike:

“Ciò che abbiamo fatto solo per noi stessi muore con noi; ma ciò che abbiamo fatto per gli altri resta per sempre, diventando immortale”.

Don Nino Carta
28.9.2026

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