Reggio Calabria. Quando la speranza politica scambia i desideri per la realtà e addirittura diventano analisi
Il mito del dissenso carsico a Reggio Calabria
Tra malumori raccontati, conti da presentare e lezioni immaginate, l'analisi e le narrazioni di palazzo in attesa del verdetto inequivocabile delle urne.
L'Editoriale di Luigi Palamara
La politica è fatta anche di speranze. Qualche volta di illusioni. E, più spesso di quanto si ammetta, del desiderio che le cose vadano in un certo modo.
Il problema nasce quando quel desiderio viene raccontato come se fosse già realtà.
A Reggio Calabria, in questi giorni, si parla di fronde, malumori, rivolte silenziose, amministratori delusi e portatori di voti pronti a impartire una lezione a Francesco Cannizzaro.
Può darsi.
In politica tutto può accadere, e spesso accade proprio ciò che il giorno prima sembrava improbabile.
Ma i fatti, almeno per ora, raccontano altro.
Alle ultime amministrative il consenso raccolto dall’area politica riconducibile a Cannizzaro è stato largo, evidente, difficilmente equivocabile. Si può discutere di come quel consenso sia stato costruito. Si può criticare il metodo. Si può non condividere una scelta, una candidatura o una gestione del partito.
Ma il consenso, quando è espresso nelle urne, ha un difetto per chi vorrebbe interpretarlo diversamente: resta scritto nei numeri.
E i numeri hanno poca fantasia.
Ora ci viene detto che tutto sarebbe cambiato nel giro di pochi mesi.
Forse.
Ma per dimostrarlo servirebbe qualcosa in più di qualche voce raccolta nelle periferie del partito.
Si parla di un dissenso “carsico”. È una bella espressione. Ha anche un vantaggio: ciò che è carsico, per definizione, non si vede.
E quindi può essere grande quanto si vuole.
Il punto, però, è un altro.
Un partito non è un'associazione di creditori politici.
Leggere che alcuni avrebbero “investito” su un leader nella speranza di ottenere un “ritorno” in termini di ruoli e coinvolgimento apre una questione forse più interessante di quella che si vorrebbe porre.
Perché se si sostiene un dirigente politico in attesa di una ricompensa, allora non stiamo parlando di meritocrazia.
Stiamo parlando di un conto da presentare.
E la politica reggina, di conti da presentare, ne ha già conosciuti parecchi.
Si rimprovera a Cannizzaro una gestione troppo accentratrice. È una critica legittima. Ogni leadership forte corre il rischio di ascoltare poco, di fidarsi di pochi e di confondere la compattezza con l'unanimismo.
Ma anche qui occorre una misura.
Chi raccoglie consenso viene spesso accusato di comandare troppo.
Chi non lo raccoglie viene accusato di non comandare affatto.
È uno degli antichi paradossi della politica.
C'è poi l'idea della “sconfitta educativa”: qualcuno, dentro Forza Italia, auspicherebbe una battuta d'arresto del proprio candidato per ridimensionare Cannizzaro.
Se fosse vero, sarebbe un fatto curioso.
Si chiederebbe agli elettori di votare un partito mentre una parte di quel partito spera di perdere.
Non sarebbe una lezione per Cannizzaro.
Sarebbe una fotografia piuttosto impietosa di chi la desidera.
Le elezioni suppletive, comunque, avranno un merito: finiranno le interpretazioni.
Le urne non conoscono aggettivi.
Non sanno cosa sia una monarchia, una microslavina o un dissenso carsico.
Contano voti.
Se Forza Italia verrà sconfitta, il gruppo dirigente dovrà interrogarsi.
Se invece vincerà, forse dovrà interrogarsi chi aveva già scritto il racconto della caduta.
Perché in politica è legittimo sperare.
È legittimo anche sbagliare previsione.
Diventa più difficile quando si prende una speranza, la si veste da notizia e poi si aspetta che la realtà abbia la buona educazione di confermarla.
A me piace dire le cose senza alzare la voce.
Forse perché, quando i fatti sono abbastanza chiari, non serve gridare.
Luigi Palamara Giornalista, Scrittore e Artista Aspromontàno
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