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IL FANGO PUÒ ASPETTARE. LA GENTE NO.

IL FANGO PUÒ ASPETTARE. LA GENTE NO.

Cinquant'anni di abbandono, promesse e silenzi. Nell'Aspromonte grecanico non è più soltanto una strada a franare: è il diritto di un'intera comunità a esistere.

L'Editoriale di Luigi Palamara 


Esistono luoghi in Italia dove lo Stato arriva sempre troppo tardi. Arriva dopo una frana, dopo un'alluvione, dopo una tragedia. Arriva con le fotografie, i sopralluoghi, le rassicurazioni di circostanza. Poi riparte. E tutto torna come prima. O peggio.

Roccaforte del Greco è uno di questi luoghi.

Un piccolo paese aggrappato all'Aspromonte, dove da oltre mezzo secolo il tempo sembra essersi fermato. Non per nostalgia, non per una romantica fedeltà alle tradizioni, ma per quella forma di abbandono che, lentamente, trasforma i cittadini in superstiti e i diritti in concessioni.

Il temporale del 10 ottobre 2026 ha fatto quello che la pioggia fa da sempre: è caduta. Ha trascinato fango, pietre e detriti, mettendo ulteriormente in ginocchio la Strada Provinciale 23, l'arteria che dovrebbe garantire il collegamento con il resto del territorio.

Dovrebbe, appunto.

Perché chiamarla strada, in certi tratti, è ormai un esercizio di ottimismo. È un percorso dove ogni curva può nascondere un'insidia, dove una frana può interrompere la vita quotidiana e dove spostarsi non è più un diritto garantito, ma una scommessa.

Pochi giorni prima, soltanto i riflessi di un autista del trasporto pubblico avevano evitato un incidente che avrebbe potuto trasformarsi in tragedia.

Ecco a che cosa è affidata la sicurezza di queste popolazioni: alla fortuna, alla prontezza di un uomo, alla benevolenza del cielo.

Non alle infrastrutture. Non alla prevenzione. Non a quella programmazione di cui si parla nei convegni e che, troppo spesso, finisce sepolta sotto la prima colata di fango.

Oggi Roccaforte del Greco è sostanzialmente isolata. La strada alternativa, attraverso San Pantaleone, è al limite della percorribilità e non consente neppure il normale transito dei pullman.

Ma il problema non è soltanto raggiungere un paese. È capire che cosa rimane di un paese quando gli vengono progressivamente sottratte le condizioni elementari per continuare a vivere.

Non c'è una farmacia. L'assistenza medica è insufficiente. L'approvvigionamento dei generi alimentari diventa un problema. E gli anziani, quelli che sono rimasti quando tanti altri hanno dovuto partire, si ritrovano a fare i conti con una solitudine che non è soltanto anagrafica.

È istituzionale.

Perché l'abbandono non comincia quando una strada viene interrotta. Comincia molto prima. Quando si rinvia una manutenzione. Quando una criticità viene considerata ordinaria. Quando lo spopolamento diventa una statistica e il destino dei piccoli centri viene liquidato come una conseguenza inevitabile della modernità.

Cinquant'anni. Oltre cinquant'anni nei quali questo territorio ha visto accumularsi ritardi, fragilità e occasioni perdute.

E sarebbe troppo comodo attribuire tutto alla furia della natura.

La natura segue le sue leggi. La pioggia cade, i torrenti si ingrossano, la montagna si muove. È compito dell'uomo conoscere quei rischi, prevenirli e ridurne le conseguenze.

Non si può continuare a chiamare fatalità ciò che si ripete.

Non si può invocare l'emergenza ogni volta che un problema conosciuto torna a presentare il conto.

E soprattutto non si può pensare di risolvere cinquant'anni di incuria con una ruspa mandata a spalare il fango.

Il fango si toglie. Le pietre si spostano. Una carreggiata, forse, si riapre.

Ma chi ricostruisce la fiducia di una comunità che da decenni aspetta di essere considerata parte integrante del Paese?

Qui sta il vero scandalo.

Non quello di una strada franata, ma quello di un territorio che sembra dover dimostrare ogni giorno di meritare ciò che altrove viene considerato normale: un collegamento sicuro, un medico raggiungibile, un servizio pubblico funzionante, la possibilità di vivere senza temere che un temporale cancelli ogni contatto con il mondo.

Non siamo davanti a una questione di comodità. Siamo davanti a una questione di cittadinanza.

La Costituzione non distingue tra chi vive nelle grandi città e chi abita su una montagna dell'Aspromonte. Non stabilisce che il diritto alla salute, alla sicurezza e alla mobilità debba diminuire con l'altitudine o con il numero degli abitanti.

Eppure, nei fatti, è proprio questa la differenza che si consuma ogni giorno.

C'è un'Italia che corre, investe, costruisce, discute di futuro. E ce n'è un'altra che deve ancora chiedere di poter percorrere una strada senza rischiare la vita.

Due Italie separate non da un confine geografico, ma da una distanza fatta di attenzione, risorse e responsabilità.

Roccaforte del Greco appartiene all'abbandono totale.

E non è sola. È il simbolo di tanti borghi dell'entroterra calabrese, di quelle aree interne che vengono celebrate nei discorsi ufficiali per la loro bellezza, la loro storia, la loro identità. Luoghi da fotografare, da raccontare, da indicare come patrimonio da salvaguardare.

Purché non si debba affrontare seriamente il costo della loro sopravvivenza.

Perché conservare un territorio non significa soltanto restaurare una chiesa, valorizzare una tradizione o promuovere un itinerario turistico. Significa prima di tutto garantire che qualcuno possa continuare ad abitarlo.

Senza abitanti, anche il borgo più bello diventa una scenografia. Un museo del proprio passato. Una cartolina senza destinatario.

E allora bisogna avere il coraggio di porre una domanda scomoda: vogliamo davvero salvare questi territori, oppure ci siamo già rassegnati a vederli scomparire lentamente?

Perché le scelte si misurano nei fatti, non nelle dichiarazioni.

Servono interventi immediati per superare l'isolamento, ma soprattutto un piano strutturale di messa in sicurezza della SP23, dei versanti e dell'intero sistema dei collegamenti.

Servono risorse, competenze, responsabilità individuabili e tempi verificabili.

E serve riconoscere che la fragilità di questi territori non è una questione marginale da affrontare soltanto quando finisce sulle pagine dei giornali.

È una questione nazionale.

Non chiediamo miracoli. Non chiediamo che la montagna smetta di franare o che il cielo smetta di piovere.

Chiediamo qualcosa di molto più semplice e, proprio per questo, più difficile da giustificare quando manca: che le istituzioni facciano ciò per cui esistono.

Proteggere le persone.

A cominciare da quelle più fragili, dagli anziani che resistono nei paesi spopolati, dalle famiglie che non vogliono andarsene, da chi continua ostinatamente a credere che nascere in un piccolo centro dell'Aspromonte non debba significare essere condannato all'isolamento.

C'è un limite oltre il quale la pazienza diventa rassegnazione e il silenzio si trasforma in complicità.

Quel limite, a Roccaforte del Greco, sembra essere stato superato da tempo.

Non aspettiamo il morto per scoprire che una strada era pericolosa. Non aspettiamo un'ambulanza bloccata per capire che un collegamento è indispensabile. Non aspettiamo l'ultimo abitante per dichiarare che un paese meritava di essere salvato.

Perché dopo sarà facile commemorare, esprimere cordoglio, annunciare commissioni e promettere che non accadrà mai più.

Lo abbiamo già visto. Troppe volte.

Il fango può aspettare. La gente no.

E se dopo oltre cinquant'anni siamo ancora qui a chiedere una strada sicura, forse il problema non è soltanto la montagna che cede.

È un Paese che, davanti alla propria montagna, ha smesso da troppo tempo di guardare in alto.

Luigi Palamara Giornalista, Scrittore e Artista Aspromontàno di Roccaforte del Greco detto L'Arciere 

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