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IL PONTE DEL CALOPINACE E QUELLA COMODA FAVOLA DELLA CONTINUITÀ AMMINISTRATIVA

IL PONTE DEL CALOPINACE E QUELLA COMODA FAVOLA DELLA CONTINUITÀ AMMINISTRATIVA

Il caso del Ponte del Calopinace e la retorica dei meriti condivisi
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La favola della continuità amministrativa: quando Reggio Calabria chiede chi ha fatto cosa.

​Cinque anni di attesa, un cantiere sbloccato e l'inaugurazione che rompe gli schemi. La politica locale si divide tra alibi burocratici e risultati concreti, mentre la città pretende risposte e scadenze certe.

Cinque anni di attesa, un cambio di amministrazione e un ponte finalmente aperto. Francesco Cannizzaro mette al centro del confronto politico una domanda scomoda: quanto vale una promessa se non diventa mai realtà?
L'Editoriale di Luigi Palamara 
Alcune parole in politica servono a spiegare. E altre che servono a nascondere.

«Continuità amministrativa» serve ad annacquare le responsabilità e i risultati. 

È un'espressione elegante, rassicurante, quasi nobile. Una di quelle formule che i professionisti della politica tirano fuori quando bisogna rivendicare qualcosa senza assumersi necessariamente il peso di tutto ciò che è accaduto prima.

Ma attenzione. Perché a Reggio Calabria, sul Ponte del Calopinace, quella formula rischia di diventare una coperta troppo corta. E qualcuno dovrebbe avere il buon gusto di accorgersene.

La vicenda è semplice.

Per anni un'opera pubblica è rimasta incompiuta. Un ponte che avrebbe dovuto collegare parti della città, facilitare la mobilità, restituire uno spazio ai cittadini. Invece, ritardi, controversie e un cantiere diventato uno dei simboli delle difficoltà amministrative reggine.

L'amministrazione guidata da Giuseppe Falcomatà non era riuscita a consegnarlo alla città.

Questo è il dato politico dal quale partire. Senza cancellare quanto realizzato in precedenza, ma anche senza fingere che il mancato completamento fosse un dettaglio trascurabile.

Poi arriva Francesco Cannizzaro.

E cambia qualcosa.

La nuova amministrazione affronta la controversia con l'impresa, individua un percorso per riprendere i lavori e annuncia una scadenza.

Il 9 ottobre 2026 il ponte viene inaugurato.

Certo, le opere pubbliche non nascono dal nulla. Ci sono finanziamenti, progetti, procedure, lavori avviati da chi è venuto prima. Nessuna persona seria dovrebbe negarlo.

Ma c'è una differenza enorme tra lasciare un'opera incompiuta e consegnarla finalmente ai cittadini.

Ed è una differenza che non può essere cancellata con due parole pronunciate davanti a un microfono.

Perché, cari signori della continuità amministrativa, la domanda resta.

Se tutto procedeva nel solco di una virtuosa continuità, perché quel ponte non era già aperto?

Se bastava aspettare, quanto ancora avrebbero dovuto aspettare i reggini?

E se la soluzione era a portata di mano, perché non era stata trovata prima?

Sono domande. Non sentenze. Ma sono proprio le domande che una classe politica dovrebbe saper affrontare senza rifugiarsi dietro il paravento della propaganda.

Il punto, infatti, non è santificare Cannizzaro né demonizzare Falcomatà.

Il punto è stabilire un principio elementare: i meriti vanno riconosciuti per ciò che è stato effettivamente fatto, così come le responsabilità devono essere esaminate per ciò che non si è riusciti a fare.

E qui la vicenda del Calopinace diventa qualcosa di più di una storia di cemento, asfalto e ringhiere.

Diventa una prova politica.

Perché Francesco Cannizzaro, con questa inaugurazione, ha introdotto nel dibattito cittadino un precedente scomodo: quello di una scadenza pubblicamente annunciata e rispettata.

Una circostanza che può apparire normale altrove, ma che a Reggio Calabria assume inevitabilmente un significato particolare.

E adesso?

Adesso la città può chiedere conto delle prossime scadenze. Dei prossimi cantieri. Delle periferie. Dei servizi. Delle strade. Del decoro urbano.

Cannizzaro ha acceso aspettative importanti. E proprio per questo non potrà permettersi di vivere di rendita sull'entusiasmo di un'inaugurazione.

Perché il consenso si può conquistare con un gesto. La credibilità, invece, richiede una lunga serie di risultati.

Ma sarebbe altrettanto sbagliato minimizzare ciò che è successo soltanto perché il risultato porta la firma politica di un'amministrazione diversa dalla precedente.

Qui emerge una vecchia malattia della politica italiana: quando un'opera resta incompiuta, la colpa è delle circostanze. Quando finalmente si conclude, il merito deve essere distribuito a tutti.

Un meccanismo perfetto.

Soprattutto per chi preferisce non rispondere mai fino in fondo delle proprie responsabilità.

E sia chiaro: riconoscere l'esistenza di una continuità istituzionale è corretto. Trasformarla in una sorta di condono politico universale è tutt'altra faccenda.

Non si può pretendere che gli elettori dimentichino gli anni trascorsi, i disagi sopportati e le promesse ascoltate soltanto perché, alla fine, qualcuno pronuncia una formula burocratica.

La memoria dei cittadini non è una lavagna da cancellare dopo ogni cambio di giunta.

E, soprattutto, i reggini non sono un pubblico distratto.

«Ccà nisciuno è fesso!»

Ecco, forse sarebbe opportuno ricordarselo più spesso.

Non servono tifoserie. Non servono santini. E nemmeno processi sommari.

Servono fatti, documenti, tempi certi e responsabilità riconoscibili.

Il Ponte del Calopinace è oggi un fatto concreto. Il suo completamento offre alla nuova amministrazione un risultato da rivendicare e all'opposizione un'occasione per esercitare il proprio ruolo di controllo, anche sui costi e sugli accordi che hanno consentito di sbloccarlo.

Questa dovrebbe essere la politica adulta.

Tutto il resto rischia di ridursi al solito teatro delle attribuzioni, dove tutti cercano un applauso e nessuno vuole rispondere delle attese.

Reggio Calabria ha davanti una strada lunga. Difficile. Probabilmente piena di ostacoli più impegnativi del Calopinace.

Cannizzaro sarà giudicato su quella strada, non soltanto sul ponte.

Ma una cosa questa vicenda l'ha già resa evidente: le opere pubbliche non sono trofei da custodire nelle polemiche di partito. Sono impegni assunti verso una comunità.

E quando finalmente vengono consegnate, i cittadini hanno il diritto di sapere chi ha fatto cosa, quando e con quali risultati.

Senza sconti per il passato.

Senza assegni in bianco per il presente.

E senza quella stucchevole abitudine di chiamare continuità qualsiasi cosa faccia comodo raccontare.

Perché un ponte può anche unire due sponde. Ma non deve necessariamente unire, nella stessa comoda narrazione, chi non è riuscito a finirlo e chi lo ha portato all'inaugurazione.

Il resto?

Le solite chiacchiere della politica.

E Reggio Calabria, dopo tanti anni di attesa, merita qualcosa di decisamente più concreto.

Merita risultati.

Luigi Palamara Giornalista, Scrittore e Artista Aspromontàno di Roccaforte del Greco detto L'Arciere 

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