CartaStraccia.News

“Carta Straccia”, nel nome la provocazione, nel contenuto la sostanza. Leggetelo. Non per abitudine, ma per scelta.

Editors Choice

7/recent/post-list

L’ALBA DI UNA NUOVA ERA

L’ALBA DI UNA NUOVA ERA

Dalle lunghe attese ai fatti: l’alba della Reggio che vuole correre

Dal ponte sul Calopinace alle prime mosse della nuova amministrazione: il bilancio amaro sugli anni trascorsi, un cambio di passo che comincia a mostrarsi e la sfida di una città che, dopo troppo tempo passato a sperare, vuole tornare a pretendere.

L’Editoriale di Luigi Palamara


Le città possono essere luoghi terribilmente soli.

Migliaia di persone che si incrociano senza incontrarsi. Strade percorse ogni giorno fino a non vedere più le buche, le saracinesche abbassate, i palazzi spenti, gli angoli dimenticati.

Il degrado possiede una qualità perfida: all’inizio indigna, poi infastidisce, infine diventa abitudine.

Ed è forse questa la sconfitta peggiore di una città: abituarsi.

Abituarsi alle attese.
Abituarsi ai rinvii.
Abituarsi alle promesse.
Abituarsi perfino all’idea che nulla possa cambiare davvero.

Poi, qualche volta, arriva un segnale.

Non un miracolo. I miracoli lasciamoli ai santi.

Un fatto.

Alle sei del mattino del 9 ottobre 2026 Reggio Calabria si ritroverà sul Calopinace.

Alle sei.

Quando la città normalmente dorme ancora, l’amministrazione guidata da Francesco Cannizzaro ha scelto proprio l’alba come simbolo di un’opera e, soprattutto, di un messaggio.

Una scelta scenografica? Certamente.

Ma i simboli valgono soltanto quando dietro hanno qualcosa di concreto.

Ed è qui che comincia il discorso vero.

Perché una città non vive di fotografie, slogan o cerimonie. Vive della distanza, piccola o enorme, fra ciò che viene annunciato e ciò che alla fine viene consegnato ai cittadini.

E Reggio, per troppo tempo, ha conosciuto soprattutto l’attesa.

L’attesa di un progetto.

L’attesa di un’autorizzazione.

L’attesa di un cantiere.

L’attesa della fine di un cantiere.

L’attesa che qualcosa, finalmente, accadesse.

Il mio giudizio sugli anni trascorsi resta amaro.

Non perché tutto debba essere cancellato.

Non perché la storia di una città possa essere ridotta a una caricatura.

Ma perché resta fortissima la sensazione di un tempo che avrebbe potuto essere utilizzato diversamente, di occasioni che avrebbero potuto maturare prima, di una Reggio che avrebbe potuto correre molto di più.

E il tempo, per una città, non è mai una cosa astratta.

È una strada che resta incompleta.

È un quartiere che aspetta.

È un commerciante che resiste.

È un giovane che decide se partire.

È una famiglia che misura ogni giorno la distanza tra il linguaggio della politica e la realtà davanti alla propria porta.

Il tempo perduto non torna.

Ed è forse proprio questa consapevolezza a rendere più evidente ciò che oggi sembra accadere.

Francesco Cannizzaro è stato proclamato sindaco nel giugno 2026. Pochi mesi non bastano per scrivere il giudizio storico su un’amministrazione.

Sarebbe assurdo sostenerlo.

Un ponte inaugurato non risolve i problemi di una città.

Un evento non cancella anni di difficoltà.

Una fotografia all’alba non trasforma automaticamente un’amministrazione in un successo.

Ma pochi mesi possono essere sufficienti per mostrare un metodo.

La presenza.

Il ritmo.

La volontà di occupare gli spazi amministrativi e politici.

La sensazione che i palazzi tornino ad avere vita.

Che gli eventi ritrovino continuità.

Che alcuni luoghi della città tornino al centro dell’attenzione.

Che l’amministrazione voglia farsi vedere, assumersi la responsabilità delle scelte, imprimere velocità.

Sono segnali.

Soltanto segnali, per ora.

Ma dopo anni nei quali personalmente ho percepito Reggio come una città troppo spesso sospesa, anche i segnali hanno un peso.

Cannizzaro arriva a Palazzo San Giorgio dopo un percorso politico lungo.

Non è comparso ieri.

E ha scelto di alzare immediatamente l’asticella, dichiarando pubblicamente di voler lasciare un segno profondo nella storia amministrativa della città.

È una promessa impegnativa.

E le promesse impegnative hanno un solo pregio: espongono chi le pronuncia al giudizio dei fatti.

Perché in democrazia non esistono cambiali in bianco.

Non bastano entusiasmo, consenso o simboli.

Servono opere concluse.

Servizi migliori.

Quartieri curati.

Periferie ascoltate.

Bilanci sostenibili.

Strade percorribili.

Spazi restituiti alla comunità.

Tempi certi.

È lì che Cannizzaro dovrà essere misurato.

Non oggi.

Non dopo tre mesi.

Ma alla prova del tempo.

E tuttavia una differenza, oggi, io la percepisco.

È una differenza di passo.

Una città abituata ad aspettare sembra voler riscoprire la fretta.

Non la fretta irresponsabile.

La fretta di recuperare.

La fretta di non perdere altro tempo.

La fretta di dimostrare che amministrare significa decidere, programmare e concludere.

Ecco perché l’appuntamento delle sei del mattino sul Calopinace possiede un valore che supera l’opera stessa.

Perché quell’ora racconta un’idea.

L’alba non come poesia.

L’alba come metafora di una città che vuole ricominciare.

Le opere si iniziano.

Le opere si completano.

I cittadini devono poterle utilizzare.

Sembra una banalità.

Non lo è.

Soprattutto in una terra dove troppo spesso il tempo amministrativo ha avuto ritmi incompatibili con il tempo reale delle persone.

Per questo il mio rammarico non riguarda uomini.

Riguarda gli anni.

Gli anni che una comunità non può permettersi di sprecare.

Gli anni nei quali Reggio avrebbe potuto crescere di più, attrarre di più, costruire di più, credere maggiormente in se stessa.

Il passato ormai è consegnato alla storia.

Ed è inutile trasformarlo in un eterno processo.

Molto più utile è guardare avanti.

Non con fede.

La politica non è una religione.

Con attenzione.

Con severità.

Con memoria.

Ma anche con quella speranza razionale che nasce quando, finalmente, qualcosa comincia a muoversi.

Cannizzaro avrà il dovere di dimostrare che questa accelerazione non è soltanto l’entusiasmo dell’inizio.

Che il ritmo durerà.

Che le opere arriveranno fino in fondo.

Che i quartieri non verranno dimenticati.

Che l’amministrazione saprà essere presente anche quando saranno finite le inaugurazioni.

La città, invece, avrà un altro dovere.

Pretendere.

Pretendere serietà.

Pretendere tempi.

Pretendere risultati.

Pretendere che ogni annuncio trovi prima o poi una conclusione.

Perché Reggio non ha bisogno di uomini della Provvidenza.

Ha bisogno di amministratori che amministrino.

Di uffici che funzionino.

Di porte aperte.

Di cantieri che abbiano una fine.

Di strade curate.

Di luoghi restituiti ai cittadini.

Di una politica che torni ad avere il sapore concreto delle cose fatte.

Alle sei del mattino del 9 ottobre sorgerà il sole sul Calopinace.

Accade ogni giorno da migliaia di anni.

Questa volta, però, quell’alba è stata trasformata in un messaggio politico.

E i messaggi politici hanno un destino semplice.

O diventano realtà.

Oppure restano parole.

Perché le promesse contano poco.

Da adesso conteranno i fatti.

Ed è forse proprio questa la novità che Reggio deve custodire più gelosamente.

Dopo troppo tempo trascorso ad aspettare, una città può finalmente tornare a pretendere.

Non miracoli.

Risultati.

Non celebrazioni.

Continuità.

Non uomini da adorare.

Amministratori da giudicare.

Adesso Reggio.

Per davvero.

Luigi Palamara
Giornalista, Scrittore e Artista Aspromontàno di Roccaforte del Greco
detto “L’Arciere”



Posta un commento

0 Commenti