L’ASPROMONTE BRUCIA ANCORA. E LA POLITICA ARRIVA QUANDO IL FUOCO È SPENTO
Tra gli alberi carbonizzati di Condofuri, un professore universitario insegna come salvare la montagna con i tronchi degli incendi. Le istituzioni promettono, gli agricoltori denunciano, le strade franano. E una domanda resta sospesa: chi salverà davvero l’Aspromonte?
L'Editoriale di Luigi Palamara
In certi luoghi non servono discorsi. Basta guardarsi intorno.
L’Aspromonte è uno di questi.
A contrada Scafi, sulle montagne di Condofuri, gli alberi bruciati dall’incendio del 2021 sono ancora lì. Distesi come soldati caduti in una guerra che nessuno ha dichiarato, ma che tutti, in qualche misura, hanno contribuito a perdere.
Una volta, racconta chi su queste montagne ci vive, gli alberi erano così fitti che il sole faticava a raggiungere il terreno. Oggi, tra i tronchi carbonizzati, si vede persino il mare.
Qualcuno potrebbe chiamarlo panorama.
Io lo chiamerei una sconfitta.
Perché quando una montagna perde il suo bosco, non perde soltanto degli alberi. Perde la pelle, la memoria, la capacità di difendersi. E quando arrivano le piogge, quelle che ormai chiamiamo con disinvoltura eventi estremi, la montagna presenta il conto.
Lo presenta ai torrenti, alle strade, alle case, agli agricoltori. E qualche volta lo presenta in vite umane.
Poi arrivano le istituzioni.
Arrivano gli assessori, i consiglieri, i tecnici, i rappresentanti degli enti. Arrivano con le automobili, affrontano strade dissestate, osservano le frane, ascoltano le proteste.
E scoprono quello che gli abitanti sanno da anni.
Che l’Aspromonte è bellissimo.
E che raggiungerlo, in certi tratti, è diventata un’impresa.
Non è una novità. È questa la vergogna.
Perché una strada che frana non è soltanto un problema di asfalto. È un pezzo di territorio che si allontana dallo Stato. È un anziano che rischia l’isolamento, un agricoltore che non riesce a raggiungere la propria azienda, un giovane che trova un motivo in più per andarsene.
E quando un paese perde la strada, prima o poi perde anche i suoi abitanti.
Ecco perché la giornata organizzata in contrada Scafi merita attenzione. Non per la consueta sfilata di dichiarazioni, ringraziamenti e buone intenzioni. Di quelle, in Calabria, abbiamo una produzione che non conosce crisi.
Merita attenzione per qualcosa di molto più semplice.
Un professore e alcuni operai forestali hanno dimostrato che persino un albero morto può tornare utile alla vita.
Il professor Giuseppe Bombino, dell’Università Mediterranea di Reggio Calabria, ha illustrato i risultati di un progetto di ricerca che porta un nome moderno, Tech4You, finanziato nell’ambito del PNRR.
Dietro quella denominazione inglese, come spesso accade, si nasconde un’idea di disarmante buon senso.
Prendere i tronchi degli alberi abbattuti dagli incendi, sistemarli orizzontalmente lungo i pendii e utilizzarli come barriere naturali per frenare l’acqua, trattenere il terreno e favorire la ricrescita della vegetazione.
Niente opere faraoniche.
Niente montagne di cemento.
Niente tecnologie miracolose.
Mani, competenza, conoscenza della natura.
Naturalmente non basta appoggiare qualche tronco su un pendio per risolvere il dissesto idrogeologico. Servono studi, verifiche, interventi appropriati e continuità. Ma i risultati sperimentali presentati dall’Università indicano una strada concreta.
E soprattutto suggeriscono una verità che la politica dovrebbe imparare: non sempre per fare qualcosa di grande bisogna cominciare spendendo cifre enormi. A volte bisogna cominciare pensando.
Bombino ha detto una cosa che dovrebbe essere incorniciata negli uffici di chi governa: bisogna distinguere le cause dagli effetti.
Sembra una banalità.
Non lo è.
Da decenni rincorriamo gli effetti. Una frana, un finanziamento. Un’alluvione, un’emergenza. Un incendio, una conferenza stampa. Una strada interrotta, un sopralluogo.
Poi aspettiamo la prossima calamità.
È diventato quasi un metodo amministrativo.
La prevenzione, invece, è una parola meno spettacolare. Non offre immagini drammatiche ai telegiornali, non consente inaugurazioni solenni, non produce il consenso immediato che talvolta accompagna un intervento d’urgenza.
Ma salva il territorio.
E, qualche volta, salva le persone.
Il professore ha ricordato che la Calabria conosceva le alluvioni molto prima che il cambiamento climatico diventasse argomento quotidiano. Ha ricordato i grandi rimboschimenti del secolo scorso, quando si comprese che difendere le pianure significava anzitutto proteggere le montagne.
Oggi il clima cambia, gli incendi si ripetono, le piogge possono essere violente. Ma non possiamo utilizzare il cambiamento climatico come una comoda assoluzione per tutto ciò che non abbiamo fatto.
Il clima non pulisce le cunette.
Non ripara le strade.
Non programma la manutenzione.
Non decide di abbandonare un territorio.
Quelle sono responsabilità umane.
E politiche.
A Scafi c’era anche Bruno Manno, presidente della cooperativa Tutela dell’Aspromonte. Una realtà che da venticinque anni cerca di coniugare due parole spesso separate: lavoro e ambiente.
Manno ha ricordato che la cooperativa ha contribuito a mettere a dimora migliaia di alberi, coinvolgendo anche giovani del territorio.
Ha detto di sentirsi figlio dell’Aspromonte.
Una frase semplice, senza bisogno di effetti speciali.
Perché chi si sente figlio di una terra non dovrebbe considerarla una cartolina da esibire durante la stagione turistica. Dovrebbe sentirne il peso, i problemi, le responsabilità.
E soprattutto dovrebbe poterci vivere.
Qui si arriva a un altro punto che molti preferiscono aggirare.
Parliamo continuamente di spopolamento. Organizziamo convegni sui borghi, immaginiamo itinerari turistici, celebriamo l’autenticità dei paesi dell’entroterra.
Ma un territorio non si ripopola con gli aggettivi.
Si ripopola con le strade, con il lavoro, con i servizi, con le scuole, con la possibilità di costruirsi un futuro.
E con una politica che consideri la montagna una parte essenziale della Calabria, non un luogo remoto da visitare quando qualcuno organizza un incontro istituzionale.
Durante quella giornata ha parlato anche un imprenditore agricolo, Francesco Saccà.
Il suo intervento è stato forse il più doloroso.
Ha raccontato di un’azienda colpita dagli incendi, di danni stimati intorno al milione di euro, di un ristoro ricevuto di appena ventimila euro.
Gli è stato risposto che esistono limiti stabiliti dalla normativa nazionale.
Può essere una spiegazione amministrativamente corretta.
Ma una norma può spiegare una cifra senza cancellare la sofferenza di chi quella cifra la riceve.
E soprattutto non restituisce gli alberi, gli animali, il lavoro, gli anni perduti.
Saccà ha chiesto strade percorribili, manutenzione, attenzione concreta. Non privilegi.
Ha detto, in sostanza, che gli agricoltori sono tra i veri custodi della montagna.
Ed è difficile dargli torto.
Perché un terreno coltivato, un sentiero mantenuto, un bosco sorvegliato, un’azienda che continua a lavorare rappresentano anche una forma quotidiana di presidio del territorio.
Quando scompare l’uomo dalla montagna, non sempre la natura diventa più forte. Spesso scompaiono anche quelle attività di cura che per generazioni hanno contribuito a mantenere un equilibrio delicato.
Naturalmente non ogni intervento umano è benefico. Molti danni ambientali nascono proprio da scelte sbagliate dell’uomo.
Ma confondere l’abbandono con la tutela sarebbe un altro errore.
La natura non ha bisogno della nostra retorica.
Ha bisogno che smettiamo di trattarla come una risorsa inesauribile o come un problema da affrontare soltanto quando diventa emergenza.
Gli assessori regionali Giovanni Calabrese e Antonio Montuoro hanno riconosciuto il valore del progetto e ribadito la volontà di sostenere il recupero dell’Aspromonte. Si è parlato di turismo montano, di valorizzazione dei borghi, di prevenzione degli incendi, di investimenti e di nuove strategie.
Sono impegni importanti.
Ma gli impegni, per loro natura, non sono risultati.
Lo diventano quando vengono finanziati, realizzati, controllati.
E soprattutto quando producono cambiamenti che gli abitanti possono vedere senza dover aspettare un’altra visita ufficiale.
La commissaria del Comune di Condofuri, la consigliera regionale Daniela Iriti, i rappresentanti della Città Metropolitana, i sindaci dell’Area Grecanica fra cui Ercole Nucera Sindaco di Roccaforte del Greco e Presidente dell'Associazione deiSindaci dell'Area Grecanica Versante Jonico Meridionale, Calabria Verde e gli ordini professionali hanno richiamato, ciascuno dal proprio punto di vista, la necessità di lavorare insieme.
Giusto.
Ma la parola sinergia è stata pronunciata così tante volte, nella storia delle nostre istituzioni, da rischiare di perdere significato.
La vera sinergia non è trovarsi tutti nella stessa fotografia.
È sapere chi deve fare cosa, con quali risorse, entro quali tempi e con quali responsabilità.
Altrimenti resta una parola elegante per descrivere una speranza.
E la Calabria, di speranze, ne ha consumate parecchie.
C’è tuttavia qualcosa di diverso in questa vicenda.
Per una volta non si è partiti soltanto da ciò che manca, ma da ciò che esiste.
Esistono i tronchi caduti.
Esistono gli operai forestali.
Esistono le competenze dell’Università Mediterranea.
Esistono Calabria Verde, le cooperative, i professionisti, gli agricoltori.
Esiste una comunità che non vuole arrendersi.
Esiste persino una montagna che, nonostante il fuoco, prova lentamente a ricrescere.
Bisogna avere l’intelligenza di mettere insieme queste risorse.
Non per realizzare l’ennesimo progetto destinato a vivere il tempo di un finanziamento, ma per costruire una politica permanente della montagna.
Una politica che non separi la difesa del suolo dalla viabilità, l’agricoltura dal turismo, la tutela ambientale dall’occupazione.
Perché tutto è collegato.
Il bosco protegge il terreno. Il terreno protegge le strade. Le strade permettono alle persone di lavorare. Il lavoro tiene vivi i paesi. I paesi abitati continuano, quando sono messi nelle condizioni di farlo, a prendersi cura della montagna.
È una catena.
E quando si spezza un anello, prima o poi cedono anche gli altri.
A contrada Scafi si è parlato molto di futuro.
Io credo che il futuro dell’Aspromonte cominci da una domanda molto meno solenne.
Quando torneranno percorribili, in sicurezza, le strade che oggi sono interrotte o dissestate?
E poi un’altra.
Quando gli interventi sperimentali di recupero forestale potranno diventare, dove tecnicamente appropriato, una pratica diffusa e continuativa?
E un’altra ancora.
Chi garantirà che, spenti i riflettori, queste montagne non tornino nel silenzio?
Non sono domande ostili.
Sono le domande che una comunità ha il diritto di rivolgere a chi la governa.
Perché non basta amare l’Aspromonte a parole. Non basta commuoversi davanti agli alberi carbonizzati. Non basta promettere che sarà valorizzato.
Bisogna decidere che cosa farne, assumersi la responsabilità delle scelte e avere il coraggio di verificarne i risultati.
Il professor Bombino ha mostrato che un albero morto può ancora servire a proteggere la vita.
È una lezione scientifica, prima di tutto.
Ma contiene anche una straordinaria metafora civile.
Ciò che sembra perduto non è necessariamente inutile. Ciò che è stato distrutto può diventare il punto di partenza di una ricostruzione. Purché qualcuno abbia conoscenza, volontà e pazienza sufficienti per cominciare.
La montagna, intanto, aspetta.
Non aspetta i comunicati stampa. Non aspetta le campagne elettorali. Non aspetta le fotografie di gruppo.
Aspetta che qualcuno si occupi di lei con la stessa ostinazione con cui, da secoli, i suoi abitanti cercano di resistere.
E allora viene da pensare che la vera notizia di contrada Scafi non siano stati gli assessori saliti in montagna, né le promesse pronunciate davanti alle telecamere.
La vera notizia è un tronco bruciato che, rimesso al posto giusto, trattiene la terra e aiuta un bosco a rinascere.
Una cosa piccola.
Quasi umile.
Ma terribilmente concreta.
Perché l’Aspromonte non chiede miracoli. Chiede manutenzione, rispetto e responsabilità.
E soprattutto chiede una cosa che, in questa nostra terra, continua a sembrare rivoluzionaria:
che alle parole seguano finalmente i fatti.
Luigi Palamara Giornalista, Scrittore e Artista Aspromontàno di Roccaforte del Greco detto L'Arciere
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