Sic et simpliciter: la libertà di non avere padroni
L'Editoriale di Luigi Palamara
A chi, con aria grave e sopracciglio alzato, mi domanda se abbia cambiato bandiera, rispondo senza solennità e senza infingimenti: non ho mai avuto una bandiera da sventolare per mestiere. Ho avuto, semmai, un taccuino. E con quello ho cercato di fare l’unica cosa che un giornalista dovrebbe fare: guardare, capire, raccontare.
Raccontare ciò che vede. Non ciò che conviene. Non ciò che piace alla tribù del momento. Non ciò che garantisce applausi, inviti, pacche sulle spalle o comode appartenenze. Raccontare, semplicemente, dal proprio punto di vista, tentando di offrire al lettore una visione intera, non mutilata, non addomesticata, non piegata alla propaganda.
Non ho la presunzione di essere decisivo. Non credo di spostare voti, carriere, destini o folle oceaniche. Chi pensa questo del giornalismo spesso lo confonde con il potere. Io, più modestamente, ho sempre pensato che il giornalismo potesse essere utile. Utile a capire. Utile a disturbare. Utile, qualche volta, perfino a sbagliare meno.
Negli anni ho cercato di fare questo: essere utile. Non organico. Non arruolato. Non ammaestrato.
E qui nasce l’equivoco. Perché in un Paese, e soprattutto in una città come Reggio Calabria, dove molti ragionano ancora per caserme ideologiche, chi non sta in fila viene subito accusato di tradimento. Se dici una cosa che piace a destra, sei di destra. Se domani ne dici una che piace a sinistra, sei di sinistra. Se critichi entrambi, sei un nemico. Se provi a ragionare, sei sospetto.
Ebbene, a chi cerca ostinatamente di appiccicarmi un’etichetta, rispondo che sbaglia indirizzo. Io non scelgo le parrocchie. Scelgo le persone. Scelgo chi, secondo la mia opinione — fallibile, discutibile, ma libera — ritengo più utile alla collettività. A volte quella persona vince. A volte perde. E quando perde non finisce il mondo, non crollano i cieli, non si spegne il sole.
Si chiama democrazia. Anzi, prima ancora, si chiama libertà.
Libertà di avere un’opinione. Libertà di dirla. Libertà di sostenerla senza dover chiedere permesso al capobastone di turno. Libertà di non inginocchiarsi davanti al vincitore e di non maledire il perdente solo perché conviene.
Naturalmente, c’è sempre qualcuno pronto a insinuare: “Chissà cosa vuole”. È il riflesso condizionato di chi misura tutto con il proprio metro. Chi è abituato a vendersi non riesce a immaginare che altri possano non farlo. Chi vive di favori sospetta favori ovunque. Chi chiede sempre qualcosa pensa che tutti chiedano qualcosa.
Io non ho chiesto nulla. Non ho preteso nulla. Non voglio nulla da nessuno. E, soprattutto, non devo nulla a nessuno.
Non ho padroni da compiacere, né debiti da restituire. Non ho cambiali morali nascoste nel cassetto. E se qualche volta ho pagato il prezzo della mia libertà, l’ho pagato in silenzio. Anche quando sono rimasto solo. Anche quando la solitudine pesava. Anche quando sarebbe stato più comodo accucciarsi accanto al potente del giorno, fingere entusiasmo, ricevere protezione.
Non l’ho fatto.
E non perché sia migliore degli altri. Detesto le pose da martire e le medaglie appuntate sul petto. Semplicemente, non sono fatto così. Ho scelto, nel bene e nel male, di restare libero. Libero perfino di essere antipatico. Libero di risultare imprevedibile. Libero di non rassicurare nessuno.
Perché un punto di vista, se è sempre scontato, non è più un punto di vista: è una tessera. E io tessere non ne ho mai volute.
Dunque continuino pure, se vogliono, a cercarmi una collocazione. A destra, a sinistra, sopra, sotto, dentro o fuori. È un esercizio che lascio volentieri a chi ha bisogno delle mappe per riconoscere gli uomini.
Io mi accontento di una definizione più semplice, più nuda, forse più scomoda: Luigi Palamara è un uomo libero.
Sic et simpliciter.
Luigi Palamara Giornalista e Artista Aspromontàno

1 Commenti
Ci mancherebbe che uno non debba essere libero di valutare e scegliere. A maggior ragione se uno fa il mestiere di giornalista. Il lettore onesto ha anch'esso il diritto di apprezzare o no le scelte del giornalista, dovendole però sempre rispettare. Buona giornata e attento alle buche che, per chi viaggia su 2 ruote, possono diventare trappole
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