Di che diavolo abbiamo paura?
IL TICKET PER IL NULLA È GIÀ PAGATO: PERCHÉ VIVETE IN GINOCCHIO?
Dalla psicosi del giudizio altrui alla truffa della sicurezza assoluta: abbiamo trasformato la prudenza in una divinità domestica, dimenticando che l'unica certezza è la fine. Breve elogio del rischio contro la dittatura del rimpianto.
Il coraggio non è l'assenza di tremore, ma la capacità di prendere la paura per il bavero e trascinarla con sé. Inutile lucidare la maschera per sembrare inattaccabili: la morte è democratica e non legge i curriculum. Il vero fallimento? Arrivare al capolinea intatti, composti e profondamente morti prima del tempo.
Una parola che l’uomo moderno pronuncia poco e obbedisce molto: paura. La nasconde sotto abiti eleganti, la traveste da prudenza, la chiama buonsenso, responsabilità, maturità. Ma spesso è soltanto paura. Paura di cadere, di perdere, di essere giudicato, di non piacere, di restare solo. Paura di vivere, insomma.
E allora diciamolo senza troppi inchini: la morte arriverà. Puntuale, democratica, indifferente. Non controllerà il nostro conto in banca, non leggerà il curriculum, non chiederà quanti applausi abbiamo ricevuto né quante volte siamo stati approvati dal coro. Verrà e basta. E proprio per questo sarebbe grottesco passare la vita a mendicare il permesso di esistere.
La bancarotta? Si può risalire. La vergogna? Dura meno di quanto crediamo. Il rifiuto? È una tassa che pagano tutti quelli che osano bussare a una porta. Il fallimento? Non è una condanna: è spesso il prezzo d’ingresso delle cose serie. Il giudizio degli altri? Ci sarà comunque. Anche restando immobili, anche stando zitti, anche vivendo da comparse prudenti nel teatrino altrui.
Il punto è questo: abbiamo trasformato la paura in una divinità domestica. Le portiamo offerte quotidiane: sogni rimandati, lettere mai spedite, imprese mai iniziate, amori mai dichiarati, verità mai dette. In cambio lei ci promette sicurezza. Ma è una truffa. Perché la sicurezza assoluta non esiste, e chi la pretende finisce per ottenere solo una vita dimezzata.
Bisogna smetterla di credere che il coraggio sia assenza di paura. Il coraggio è paura educata. È paura presa per il bavero e costretta a camminare. È dire: sì, tremo, ma vado. Sì, posso perdere, ma provo. Sì, possono ridere, ma parlerò. Sì, posso restare solo, ma non tradirò me stesso per farmi compagnia con chi non mi appartiene.
Il rimpianto è più feroce del rischio. Il rischio almeno ha sangue, movimento, possibilità. Il rimpianto invece è una stanza chiusa, con dentro l’eco di tutto ciò che non abbiamo avuto il fegato di tentare. E a una certa età non fa rumore ciò che abbiamo sbagliato: fa rumore ciò che non abbiamo nemmeno osato cominciare.
Un giorno non ci saremo più. Ed è una frase banale solo per chi non l’ha capita. Quel giorno non conterà quanto siamo stati prudenti, quanto ci siamo difesi, quante maschere abbiamo lucidato per sembrare inattaccabili. Conterà ciò che avremo lasciato negli altri: una ferita guarita, una parola giusta, un esempio, una scintilla, un amore, una libertà.
Perciò, di che diavolo hai paura?
Di morire? Morirai.
Di sbagliare? Sbaglierai.
Di essere giudicato? Lo sarai.
Di perdere qualcuno? Accadrà.
Di fallire? Probabile.
Ma c’è una cosa peggiore: arrivare alla fine intatti, composti, rispettabili, e scoprire di non aver vissuto.
Luigi Palamara Giornalista e Artista Aspromontàno
@luigi.palamara Di che diavolo abbiamo paura? IL TICKET PER IL NULLA È GIÀ PAGATO: PERCHÉ VIVETE IN GINOCCHIO? Dalla psicosi del giudizio altrui alla truffa della sicurezza assoluta: abbiamo trasformato la prudenza in una divinità domestica, dimenticando che l'unica certezza è la fine. Breve elogio del rischio contro la dittatura del rimpianto.* Il coraggio non è l'assenza di tremore, ma la capacità di prendere la paura per il bavero e trascinarla con sé. Inutile lucidare la maschera per sembrare inattaccabili: la morte è democratica e non legge i curriculum. Il vero fallimento? Arrivare al capolinea intatti, composti e profondamente morti prima del tempo. L'Editoriale di Luigi Palamara  Unna parola che l’uomo moderno pronuncia poco e obbedisce molto: paura. La nasconde sotto abiti eleganti, la traveste da prudenza, la chiama buonsenso, responsabilità, maturità. Ma spesso è soltanto paura. Paura di cadere, di perdere, di essere giudicato, di non piacere, di restare solo. Paura di vivere, insomma. E allora diciamolo senza troppi inchini: la morte arriverà. Puntuale, democratica, indifferente. Non controllerà il nostro conto in banca, non leggerà il curriculum, non chiederà quanti applausi abbiamo ricevuto né quante volte siamo stati approvati dal coro. Verrà e basta. E proprio per questo sarebbe grottesco passare la vita a mendicare il permesso di esistere. La bancarotta? Si può risalire. La vergogna? Dura meno di quanto crediamo. Il rifiuto? È una tassa che pagano tutti quelli che osano bussare a una porta. Il fallimento? Non è una condanna: è spesso il prezzo d’ingresso delle cose serie. Il giudizio degli altri? Ci sarà comunque. Anche restando immobili, anche stando zitti, anche vivendo da comparse prudenti nel teatrino altrui. Il punto è questo: abbiamo trasformato la paura in una divinità domestica. Le portiamo offerte quotidiane: sogni rimandati, lettere mai spedite, imprese mai iniziate, amori mai dichiarati, verità mai dette. In cambio lei ci promette sicurezza. Ma è una truffa. Perché la sicurezza assoluta non esiste, e chi la pretende finisce per ottenere solo una vita dimezzata. Bisogna smetterla di credere che il coraggio sia assenza di paura. Il coraggio è paura educata. È paura presa per il bavero e costretta a camminare. È dire: sì, tremo, ma vado. Sì, posso perdere, ma provo. Sì, possono ridere, ma parlerò. Sì, posso restare solo, ma non tradirò me stesso per farmi compagnia con chi non mi appartiene. Il rimpianto è più feroce del rischio. Il rischio almeno ha sangue, movimento, possibilità. Il rimpianto invece è una stanza chiusa, con dentro l’eco di tutto ciò che non abbiamo avuto il fegato di tentare. E a una certa età non fa rumore ciò che abbiamo sbagliato: fa rumore ciò che non abbiamo nemmeno osato cominciare. Un giorno non ci saremo più. Ed è una frase banale solo per chi non l’ha capita. Quel giorno non conterà quanto siamo stati prudenti, quanto ci siamo difesi, quante maschere abbiamo lucidato per sembrare inattaccabili. Conterà ciò che avremo lasciato negli altri: una ferita guarita, una parola giusta, un esempio, una scintilla, un amore, una libertà. Perciò, di che diavolo hai paura? Di morire? Morirai. Di sbagliare? Sbaglierai. Di essere giudicato? Lo sarai. Di perdere qualcuno? Accadrà. Di fallire? Probabile. Ma c’è una cosa peggiore: arrivare alla fine intatti, composti, rispettabili, e scoprire di non aver vissuto. Luigi Palamara Giornalista e Artista Aspromontàno
♬ audio originale - Luigi Palamara
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