Il dolore che non si dribbla: l'addio di Messi e il dubbio sul ritiro
Dopo la scomparsa del padre Jorge, il fuoriclasse argentino rompe il silenzio con una lettera toccante. E confessa: «Senza di te, papà, che gioco a faire? Ora dubito seriamente di poter continuare».
L'Editoriale di Luigi Palamara
Certi dolori nemmeno il calcio li sa dribblare.
Lionel Messi ne ha evitati a migliaia, di avversari. Ha fatto passare il pallone dove non passava un uomo, ha trasformato l’impossibile in mestiere e il mestiere in leggenda. Ma stavolta non c’è finta che tenga. L’avversario si chiama morte e non concede rivincite.
Dopo la scomparsa del padre Jorge, Messi ha rotto il silenzio con una lettera che vale più di molte conferenze stampa. Non perché annunci qualcosa di definitivo, ma perché lascia intravedere ciò che il campione ha sempre protetto meglio del pallone: l’uomo.
«Senza di te, papà, che gioco a fare?».
È una domanda semplice, quasi infantile. Ed è proprio per questo che fa male.
Per tutta la carriera abbiamo raccontato Messi come se fosse una macchina costruita per vincere. Gol, record, Palloni d’Oro, finali, Mondiali. Abbiamo contato tutto. Le reti, gli assist, i trofei, perfino i passi percorsi in campo. Ma nessuna statistica aveva registrato quel messaggio che, dopo ogni partita, lui aspettava dal padre.
Finché un giorno il messaggio non è arrivato.
Ed è allora, scrive Messi, che ha capito davvero quanto fosse grave la situazione.
Il resto è una storia terribilmente umana. Il figlio che continua a giocare mentre il padre sta morendo. Il figlio che si convince di poter arrivare fino alla finale perché quella finale potrebbe diventare un appuntamento, forse l’ultimo. «Ti dicevo che saremmo arrivati in finale, così avresti potuto venire».
Ci arrivano.
Il padre, però, non può esserci.
Messi vuole vincerla per lui. Vuole portargliela, quella coppa, come quando un bambino torna a casa stringendo qualcosa fra le mani e corre a mostrarla al padre.
Ma perde.
E nella sua lettera non cerca alibi eleganti: «Le mie gambe non ce la facevano più».
Ecco una frase che Messi, probabilmente, non avrebbe mai pronunciato per una normale sconfitta. Perché i campioni possono ammettere di aver giocato male, quasi mai di essere rimasti senza forza. Qui invece il calcio ha già smesso di essere calcio. È diventato soltanto il luogo in cui un figlio tenta disperatamente di rimandare un addio.
Ora arriva perfino la parola che nessuno vorrebbe leggere: ritiro.
«Non so cosa farò senza di te. Giocavo solo a calcio, ora dubito seriamente di poter continuare a farlo ancora a lungo».
Non sappiamo se Messi smetterà davvero. Il dolore è un pessimo consigliere delle decisioni definitive e il tempo, qualche volta, rimette in ordine ciò che sembrava distrutto. Ma sarebbe un errore liquidare quelle parole come lo sfogo di un uomo sconvolto.
Perché dentro c’è una verità che lo sport professionistico cerca spesso di nascondere: nessun campione gioca soltanto per se stesso.
Dietro ogni fuoriclasse c’è qualcuno davanti al quale, almeno per un istante, torna bambino. Qualcuno cui mostrare il gol, la coppa, la vittoria. Qualcuno da cercare sugli spalti o sullo schermo del telefono.
Per Messi quell’uomo era suo padre.
«Sei sempre stato la persona di cui avevo bisogno in ogni momento e non hai mai sbagliato nulla».
Forse è l’esagerazione affettuosa di un figlio. I padri sbagliano. Tutti. Ma quando se ne vanno acquistano, nella memoria di chi resta, quella perfezione che la vita aveva negato loro.
Messi conclude con tre parole: «Ti amo papà».
Tre parole minuscole dopo una carriera gigantesca.
Abbiamo trascorso vent’anni chiedendoci quando Lionel Messi avrebbe smesso di giocare a calcio.
Forse abbiamo sempre posto la domanda sbagliata.
La domanda vera era: per chi continuava a giocare?
Adesso lo sappiamo.
Ed è proprio per questo che, improvvisamente, capiamo anche perché potrebbe non averne più voglia.
Luigi Palamara Giornalista, Scrittore e Artista Aspromontàno
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