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Il termometro misura la febbre dell'estate, ma non la disuguaglianza

L'emergenza climatica tra bollettini, colori e disuguaglianze sociali

Il termometro misura la febbre dell'estate, ma non la disuguaglianza

Mentre l'Italia si affida al semaforo del ministero e attende il calo delle temperature a Ferragosto, il caldo continua a colpire in modo diseguale chi non può difendersi. Una riflessione semiseria e profonda sulla nostra abitudine a trasformare le emergenze climatiche in repertorio televisivo.

Ci mancava il bollino.

Rosso, giallo, verde. L’Italia di Ferragosto ormai non guarda più il cielo: guarda il ministero. E il ministero, diligente come un semaforo, ci informa che domani, 14 agosto, le città da bollino rosso saranno sette. Oggi erano diciotto. A Ferragosto saranno due.

Dunque possiamo tirare un sospiro di sollievo. Purché non sia troppo profondo, ché con questo caldo ci si affatica.

Bari, Bolzano, Cagliari, Genova, Messina, Palermo e Reggio Calabria resteranno domani nella zona rossa. Poi, il 15 agosto, resisteranno soltanto Bari e Bolzano. Una strana coppia, bisogna ammetterlo: il Sud dell’Adriatico e il Nord delle Dolomiti uniti dalla stessa condanna termica. L’Italia riesce a trovare l’unità nazionale almeno quando suda.

Intorno, una sterminata provincia gialla.

Ancona, Bologna, Brescia, Campobasso, Catania, Civitavecchia, Firenze, Frosinone, Latina, Milano, Napoli, Perugia, Pescara, Rieti, Roma, Torino, Verona, Viterbo.

Un elenco che sembra quello delle stazioni annunciato da un capotreno con il fiato corto.

Trieste e Venezia, invece, conquistano il verde. A Ferragosto le raggiungeranno Napoli e Pescara.

E così la buona notizia è servita: il grande caldo arretra.

Ma attenzione alle parole.

Arretra non significa scompare.

Da anni abbiamo sviluppato una curiosa abitudine nazionale: trasformare anche il clima in una specie di campionato. Contiamo i record, le città più calde, le notti tropicali, i giorni consecutivi sopra una certa temperatura. Facciamo classifiche. Distribuiamo colori. Attendiamo il bollettino successivo come fosse il risultato della domenica.

Rosso: pericolo.

Arancione: attenzione.

Giallo: cautela.

Verde: liberi tutti.

Naturalmente non è così.

Il bollino non raffredda una stanza. Non protegge un anziano che vive solo al quarto piano di un palazzo senza ascensore. Non porta acqua a chi lavora sull’asfalto. Non fa ombra all’operaio di un cantiere, al bracciante nei campi, al vigile in mezzo alla strada.

Il bollino informa.

Ed è giusto che lo faccia.

Ma proprio per questo non dovrebbe diventare l’alibi con cui ci convinciamo di avere risolto il problema soltanto perché gli abbiamo assegnato un colore.

Il ministero della Salute mette a disposizione informazioni, consigli, un sito, perfino un’applicazione per telefoni cellulari. Benissimo. È servizio pubblico, ed è utile soprattutto per anziani, bambini, malati cronici e persone fragili.

Ma il caldo ha una caratteristica poco democratica: colpisce tutti, ma non tutti allo stesso modo.

Chi ha una casa fresca sopporta.

Chi ha l’aria condizionata chiude le finestre.

Chi può permetterselo parte.

Gli altri aspettano sera.

Ed è qui che la meteorologia diventa improvvisamente sociale.

Perché trentaquattro gradi in una villa con giardino non sono gli stessi trentaquattro gradi in una mansarda.

Quaranta gradi per chi è in ferie non sono gli stessi quaranta gradi per chi scarica cassette, consegna pacchi, raccoglie pomodori o stende asfalto.

Il termometro misura la temperatura.

Non misura la disuguaglianza.

E forse questo sarebbe il bollino più interessante da inventare.

Domani, dunque, sette città rosse. A Ferragosto soltanto due.

Potremo raccontarci che il peggio è passato.

Forse sarà vero.

E naturalmente ce lo auguriamo.

Ma sarebbe utile ricordare che ogni estate ormai ci sorprende per qualcosa che, puntualmente, avevamo già visto l’estate precedente. Ci stupiamo del caldo come se agosto fosse diventato improvvisamente agosto. Poi però scopriamo che non è soltanto agosto: sono le temperature che salgono, le notti che non rinfrescano, le città che trattengono calore, le persone fragili che pagano il conto più alto.

A quel punto comincia il grande rito italiano.

L’esperto intervistato.

Il medico che raccomanda di bere.

Il servizio televisivo con la fontana.

Il turista con il cappello.

Il termometro della farmacia.

E inevitabilmente qualcuno che frigge un uovo sul cofano di un’automobile.

Siamo un Paese capace di trasformare anche un’emergenza climatica in repertorio estivo.

Poi arriva Ferragosto.

Le città si svuotano, le spiagge si riempiono e per ventiquattr’ore fingiamo che l’Italia intera sia sotto un ombrellone.

Non lo è.

Ci sono ospedali aperti.

Case di riposo.

Fabbriche.

Campagne.

Cucine.

Treni.

Autostrade.

Persone sole.

Persone malate.

Persone che lavorano mentre altri brindano.

È soprattutto a loro che serve sapere se il bollino è rosso, giallo o verde.

Per gli altri può sembrare una curiosità meteorologica.

Per loro può essere una questione molto concreta.

La buona notizia, insomma, c’è: l’ondata di calore perde forza. Domani le città in rosso saranno sette, il 15 agosto soltanto Bari e Bolzano.

Accogliamola senza isterismi e senza trionfalismi.

Perché sul clima abbiamo già commesso abbastanza errori di percezione: prima abbiamo pensato che tutto fosse normale, poi abbiamo cominciato a trattare ogni giornata calda come l’Apocalisse.

Tra la negazione e il panico esiste ancora una vecchia virtù oggi poco praticata.

Si chiama buon senso.

Bere, evitare le ore peggiori, proteggere anziani e fragili, organizzare meglio il lavoro all’aperto, controllare chi vive solo.

Non occorrono grandi proclami.

Occorre attenzione.

Il 15 agosto molte città passeranno dal rosso al giallo o addirittura al verde.

Ottimo.

Ma ricordiamoci una cosa.

I colori cambiano in fretta.

Le fragilità molto meno.

Luigi Palamara Giornalista, Scrittore e Artista Aspromontano

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