Irto, la politica dopo le sconfitte: quando ricominciare è già una notizia
A Villa San Giovanni il segretario del PD calabrese ritrova smalto e motivazioni puntando sul territorio e sulle suppletive di Frank Benedetto. Tra autocritica, la sfida al candidato "catapultato" e il ritorno al contatto con le piazze, la sinistra prova a uscire dalla logica della rassegnazione.
L'Editoriale di Luigi Palamara
Alcune sconfitte chiudono una carriera e altre sconfitte che, se uno ha ancora qualcosa da dire, gli tolgono di dosso qualche illusione. Nicola Irto, almeno in questa fine d’agosto reggino, ha ritrovato lo smalto migliore.
A Villa San Giovanni, il 24 agosto 2026, non si presenta come l’uomo che ha risolto i problemi del Partito Democratico calabrese. Sarebbe difficile sostenerlo e, probabilmente, poco credibile. Il PD a Reggio Calabria viene da stagioni complicate, da sconfitte che hanno lasciato cicatrici e da un centrosinistra che troppo spesso ha dato l’impressione di discutere più della propria geometria interna che della Calabria reale.
Irto questo lo sa.
E forse è proprio questa la novità.
Nell’intervista concessa a Luigi Palamara non prova infatti a costruire l’immagine del generale reduce da vittorie che non ci sono state. Alla domanda più scomoda, se abbia qualcosa da rimproverarsi come segretario regionale, risponde che chi fa politica deve mettersi continuamente in discussione e che si poteva fare «di più e meglio».
Non è una confessione rivoluzionaria. Ma in politica, dove la sconfitta è quasi sempre figlia degli altri e la vittoria ha cento padri, perfino riconoscere il principio della responsabilità personale costituisce talvolta un piccolo segno di salute.
Il punto, naturalmente, è capire se dietro le parole ci sia qualcosa di più.
A Villa San Giovanni Irto appare diverso soprattutto per una ragione: sembra aver ritrovato un bersaglio politico, e con esso una motivazione.
Il bersaglio immediato è la battaglia per Frank Benedetto alle elezioni suppletive. Il segretario del PD calabrese insiste quasi ossessivamente su una parola: territorio.
Benedetto, nella sua rappresentazione, è il medico, l’amministratore della sanità, l’uomo conosciuto, quello che ha lavorato a Reggio, che può essere fermato per strada, del quale qualcuno conserva perfino il numero di telefono. Dall’altra parte Irto colloca il candidato “catapultato”, l’uomo scelto altrove e mandato a chiedere voti in una terra che non gli appartiene.
È una contrapposizione fin troppo semplice, come spesso accade nelle campagne elettorali. Ma politicamente è comprensibile: dopo anni nei quali il centrosinistra ha faticato a costruire un racconto riconoscibile, Irto tenta di ripartire dalla cosa più elementare che esista in politica, l’appartenenza a un luogo.
Reggio contro le decisioni prese sopra la testa di Reggio.
Può funzionare? Nessuno serio potrebbe dirlo oggi.
Le elezioni suppletive sono bestie strane. L’affluenza può diventare decisiva, gli apparati contano, il voto personale pesa più che nelle grandi competizioni nazionali. E il centrodestra, in Calabria, rimane una forza con cui bisogna fare i conti prima ancora che con le dichiarazioni ottimistiche degli avversari.
Irto stesso sa che non sarà una passeggiata.
Ma il dato interessante viene prima del risultato. Il segretario regionale sembra avere finalmente scelto di giocare la partita invece di amministrare il pareggio.
Lo si vede anche quando parla del centrosinistra nazionale. Non nasconde le difficoltà del cosiddetto campo largo, ma prova a rovesciare il ragionamento: programma, leadership, alternativa di governo. Dice che il centrosinistra deve prepararsi a governare l’Italia e che, se perderà, rischierà di farlo soprattutto per i propri errori.
È forse la frase politicamente più significativa dell’intervista.
Perché il problema della sinistra italiana, negli ultimi anni, non è stato soltanto quello di perdere. È stato spesso quello di dare l’impressione di considerare la sconfitta una fatalità meteorologica: arriva, ci si ripara e si aspetta che passi.
Irto, almeno a parole, sembra voler uscire da questa comodità.
Naturalmente restano tutte le contraddizioni.
Il PD calabrese deve ancora dimostrare di saper parlare stabilmente a chi non frequenta le sue riunioni. Deve recuperare quartieri, categorie sociali, giovani, professionisti, periferie e quel pezzo enorme di elettorato che non si sente più rappresentato da nessuno. Deve soprattutto evitare che il “campo largo” diventi la solita fotografia di dirigenti sorridenti destinata a dissolversi alla prima discussione sui candidati.
Ed è significativo che, nell’intervista, Irto finisca per parlare proprio di questo.
Mercati. Piazze. Associazioni. Persone.
Parole banalissime.
Eppure la politica, quando perde il contatto con la realtà, deve spesso ricominciare dalle banalità.
Dietro di lui c’è Saverio Pazzano e Palamara gli suggerisce quasi una metafora involontaria: bisogna tornare a “battere la strada”. Irto raccoglie l’immagine e la fa sua. Le Feste dell’Unità, le associazioni, il contatto fisico con gli elettori.
Potrà sembrare archeologia politica nell’epoca dei social, dei reel e delle campagne costruite sugli algoritmi.
Forse, invece, è precisamente ciò che manca.
Perché si possono avere migliaia di follower e non conoscere più nessuno.
La sfida di Frank Benedetto sarà dunque anche la sfida di Nicola Irto. Non soltanto perché una vittoria rafforzerebbe inevitabilmente la sua leadership regionale, ma perché una sconfitta riporterebbe immediatamente a galla tutte le domande rimaste in sospeso.
E Irto lo sa.
Per questo appare carico.
Non è ancora il ritorno. Non è la rivincita. E sarebbe ingenuo scambiare l’energia di una sera d’agosto per l’inizio certo di una nuova stagione politica.
Ma dopo le sconfitte esiste un momento nel quale bisogna decidere se limitarsi a sopravvivere oppure ricominciare a combattere.
A Villa San Giovanni Nicola Irto, almeno questa volta, ha dato l’impressione di aver scelto la seconda strada.
Adesso viene la parte difficile: percorrerla.
Luigi Palamara Giornalista, Scrittore e Artista Aspromontano
@luigi.palamara Irto, la politica dopo le sconfitte: quando ricominciare è già una notizia A Villa San Giovanni il segretario del PD calabrese ritrova smalto e motivazioni puntando sul territorio e sulle suppletive di Frank Benedetto. Tra autocritica, la sfida al candidato "catapultato" e il ritorno al contatto con le piazze, la sinistra prova a uscire dalla logica della rassegnazione. L'Editoriale di Luigi Palamara Alcune sconfitte chiudono una carriera e altre sconfitte che, se uno ha ancora qualcosa da dire, gli tolgono di dosso qualche illusione. Nicola Irto sembra, almeno in questa fine d’agosto reggina, ha ritrovato lo smalto migliore. A Villa San Giovanni, il 24 agosto 2026, non si presenta come l’uomo che ha risolto i problemi del Partito Democratico calabrese. Sarebbe difficile sostenerlo e, probabilmente, poco credibile. Il PD a Reggio Calabria viene da stagioni complicate, da sconfitte che hanno lasciato cicatrici e da un centrosinistra che troppo spesso ha dato l’impressione di discutere più della propria geometria interna che della Calabria reale. Irto questo lo sa. E forse è proprio questa la novità. Nell’intervista concessa a Luigi Palamara non prova infatti a costruire l’immagine del generale reduce da vittorie che non ci sono state. Alla domanda più scomoda, se abbia qualcosa da rimproverarsi come segretario regionale, risponde che chi fa politica deve mettersi continuamente in discussione e che si poteva fare «di più e meglio». Non è una confessione rivoluzionaria. Ma in politica, dove la sconfitta è quasi sempre figlia degli altri e la vittoria ha cento padri, perfino riconoscere il principio della responsabilità personale costituisce talvolta un piccolo segno di salute. Il punto, naturalmente, è capire se dietro le parole ci sia qualcosa di più. A Villa San Giovanni Irto appare diverso soprattutto per una ragione: sembra aver ritrovato un bersaglio politico, e con esso una motivazione. Il bersaglio immediato è la battaglia per Frank Benedetto alle elezioni suppletive. Il segretario del PD calabrese insiste quasi ossessivamente su una parola: territorio. Benedetto, nella sua rappresentazione, è il medico, l’amministratore della sanità, l’uomo conosciuto, quello che ha lavorato a Reggio, che può essere fermato per strada, del quale qualcuno conserva perfino il numero di telefono. Dall’altra parte Irto colloca il candidato “catapultato”, l’uomo scelto altrove e mandato a chiedere voti in una terra che non gli appartiene. È una contrapposizione fin troppo semplice, come spesso accade nelle campagne elettorali. Ma politicamente è comprensibile: dopo anni nei quali il centrosinistra ha faticato a costruire un racconto riconoscibile, Irto tenta di ripartire dalla cosa più elementare che esista in politica, l’appartenenza a un luogo. Reggio contro le decisioni prese sopra la testa di Reggio. Può funzionare? Nessuno serio potrebbe dirlo oggi. Le elezioni suppletive sono bestie strane. L’affluenza può diventare decisiva, gli apparati contano, il voto personale pesa più che nelle grandi competizioni nazionali. E il centrodestra, in Calabria, rimane una forza con cui bisogna fare i conti prima ancora che con le dichiarazioni ottimistiche degli avversari. Irto stesso sa che non sarà una passeggiata. Ma il dato interessante viene prima del risultato. Il segretario regionale sembra avere finalmente scelto di giocare la partita invece di amministrare il pareggio. Lo si vede anche quando parla del centrosinistra nazionale. Non nasconde le difficoltà del cosiddetto campo largo, ma prova a rovesciare il ragionamento: programma, leadership, alternativa di governo. Dice che il centrosinistra deve prepararsi a governare l’Italia e che, se perderà, rischierà di farlo soprattutto per i propri errori. È forse la frase politicamente più significativa dell’intervista. Perché il problema della sinistra italiana, negli ultimi anni, non è stato soltanto quello di perdere. Editoriale completo su CartaStraccia.News
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