Reggio Calabria ha bisogno di una squadra
L’editoriale di Luigi Palamara
Il 31 luglio è un giorno di confine. Luglio non è ancora finito, agosto è già davanti alla porta. Fa caldo, il caffè si raffredda sul tavolino e un aereo attraversa il cielo sopra il corso. È un’immagine semplice: qualcuno parte, qualcuno arriva, qualcuno resta.
Poi giunge una notizia triste. Muore Franco Baresi.
Non soltanto un calciatore. Per molti è stato un pezzo di giovinezza, come Maradona, Paolo Rossi e Gaetano Scirea. Ci sono campioni che appartengono alle statistiche e altri che finiscono nella memoria delle persone. Baresi era tra questi ultimi.
Quando scompare un uomo quasi nostro coetaneo, ci accorgiamo che il tempo non è una teoria. Passa davvero. E non restituisce nulla.
Forse dovremmo ricordarcene più spesso, soprattutto quando sprechiamo le giornate dietro alle piccole cattiverie, alle polemiche inutili e alle vanità che sembrano decisive soltanto fino al giorno dopo.
Ma torniamo a Reggio Calabria. Anche questa città, di tempo, ne ha perduto parecchio.
Le cose semplici sono spesso le più difficili.
Francesco Cannizzaro si è trovato davanti una città con problemi antichi. Non deve cominciare dalle grandi opere o dai discorsi solenni. Deve partire dalle cose elementari: strade pulite, marciapiedi praticabili, lampioni funzionanti, manutenzione regolare.
Sono compiti modesti soltanto in apparenza. Una città civile si riconosce prima da ciò che funziona ogni giorno e poi da ciò che inaugura nelle occasioni ufficiali.
È facile accusare il Comune. Il Comune è lontano, impersonale, comodo da indicare come responsabile di tutto. Più difficile è riconoscere la parte di colpa che appartiene ai cittadini.
Reggio è sporca anche perché c’è chi getta a terra carte e mozziconi, chi lascia i rifiuti dove capita, chi porta il cane sul marciapiede e dimentica che quello spazio appartiene anche agli altri.
Il cane non ha responsabilità. Fa ciò che la natura gli impone.
Il padrone, invece, dovrebbe sapere che la convivenza richiede qualche obbligo.
Si può chiamare tutto questo “scarso senso civico”. È una formula garbata. La realtà, però, è meno elegante: una città viene trascurata anche da chi pretende che siano sempre gli altri a prendersene cura.
La decadenza non comincia necessariamente da un grande scandalo. Può cominciare da una cicca buttata per terra senza pensarci.
Un sindaco non corre da solo.
Al nuovo sindaco va riconosciuta energia. Si muove, visita i quartieri, ascolta, interviene. Dopo anni di lentezza, la velocità può sembrare già un programma politico.
Ma amministrare una città non è una gara dei cento metri.
È una maratona.
Francesco Cannizzaro non può correre lasciando dietro di sé assessori, consiglieri, presidenti delle circoscrizioni, dirigenti e funzionari. Deve costruire una squadra, assegnare compiti, fissare scadenze e verificare i risultati.
Un sindaco solo può ottenere molti applausi. Difficilmente può produrre cambiamenti duraturi.
La città dispone di cinque circoscrizioni, di un Consiglio comunale, di una Giunta e di una macchina amministrativa. Ognuno deve svolgere la propria parte. Chi non riesce a tenere il passo va aiutato. Chi non vuole farlo va sostituito.
La politica non dovrebbe essere un luogo nel quale si conserva un incarico soltanto perché lo si è ricevuto.
Il tempo dei giudizi.
Reggio Calabria non cambierà in un mese e forse neppure in sei. Per capire se esiste davvero un “effetto Cannizzaro” bisognerà attendere almeno un anno.
Allora si potrà verificare se le strade saranno più pulite, se i quartieri saranno meno trascurati, se l’illuminazione pubblica funzionerà meglio e se la manutenzione sarà diventata ordinaria, invece di essere affrontata soltanto nelle emergenze.
Prima vengono le fondamenta. Dopo, la visione.
Si parla spesso di Reggio come centro del Mediterraneo. È un’espressione suggestiva, usata da molti amministratori. Ma la geografia, da sola, non produce sviluppo.
Una città non diventa internazionale perché si affaccia sul mare. Lo diventa quando possiede collegamenti efficienti, servizi adeguati, strutture, competenze e una cultura amministrativa capace di accogliere investimenti e visitatori.
La posizione è un’opportunità. Non è un risultato.
Anche Cartagine guardava il Mediterraneo. Ma aveva una flotta.
Fiducia senza devozione.
È giusto concedere fiducia a Cannizzaro e al nuovo Consiglio comunale, maggioranza e opposizione comprese. Si avverte un entusiasmo diverso e, almeno nelle intenzioni, sembra essersi alzato il livello del confronto politico.
È un buon principio.
Ma l’entusiasmo non raccoglie i rifiuti, non chiude le buche e non accende i lampioni.
La fiducia non deve diventare devozione. Il compito del giornalismo non è benedire chi governa. È osservare, controllare, domandare e, quando occorre, disturbare.
Cannizzaro può lasciare una traccia importante. Ha vitalità, ambizione e voglia di fare. Proprio per questo dovrà essere giudicato con rigore.
Chi promette poco può essere chiamato a rispondere di poco. Chi annuncia un cambiamento profondo deve rendere conto di ogni risultato.
Non servono continui paragoni con Falcomatà, Scopelliti o con chi ha governato prima. Ogni stagione ha avuto i propri protagonisti, i propri meriti e i propri errori.
Il passato può spiegare le difficoltà. Non può giustificarle per sempre.
Ogni amministratore eredita dei problemi. Dopo qualche tempo, però, quei problemi diventano suoi.
Il diritto di ragionare.
Rivendico il diritto di scrivere editoriali lunghi.
Qualcuno dice che occorre troppo tempo per leggerli. È possibile. Ma una città complessa non può sempre essere spiegata con una battuta, una fotografia e tre punti esclamativi.
Chi scrive passa ore a scegliere le parole, a ordinare gli argomenti, a rileggere e a correggere. Può sbagliare, naturalmente. Ma almeno tenta di approfondire.
Il lettore ha il diritto di non leggere. Non quello di pretendere che ogni pensiero venga ridotto alla durata della sua attenzione.
Viviamo in un tempo in cui molti commentano il titolo senza conoscere il testo. Si reagisce prima di riflettere. Si insulta e si passa oltre. La rapidità viene scambiata per intelligenza e l’aggressività per sincerità.
Non cerco il consenso immediato. Cerco di offrire elementi di riflessione.
Questo non significa rifiutare il dissenso. Il giornalista deve saper distinguere la critica dall’offesa e la contraddizione dalla diffamazione.
Allontanare chi diffama è una forma di difesa. Allontanare chi esprime un’opinione diversa è una debolezza.
Il coraggio del nome.
Sui social molti si nascondono dietro sigle, numeri, fotografie inesistenti e identità costruite per attaccare senza assumersene la responsabilità.
Io metto il volto, il nome e la reputazione.
Vorrei che anche chi accusa facesse lo stesso.
Un nome non è un dettaglio. Contiene una storia, una famiglia e una responsabilità. Perfino scriverlo correttamente è una forma di rispetto.
La libertà di parola non coincide con la libertà di lanciare pietre restando dietro un muro. Chi diffama deve risponderne. Ma chi scrive pubblicamente ha anche il dovere di usare un linguaggio più forte dell’insulto.
Una parola precisa può essere più severa di una parolaccia.
E resta più a lungo.
Le domande vere.
Da questa idea nasce il progetto di un podcast politico intitolato “Faccia a Faccia”, come una mia vecchia trasmissione.
Vorrei invitare rappresentanti locali e nazionali e porre loro domande vere. Non passerelle, non comizi travestiti da interviste, non conversazioni concordate nelle quali l’ospite conosce già tutto e il giornalista finge di sorprenderlo.
Chi rappresenta i cittadini deve accettare di essere interrogato.
Con educazione, ma senza soggezione.
Quando un politico elude una domanda, bisogna ripeterla. Quando promette, bisogna prendere nota. Quando non mantiene, bisogna ricordarglielo.
Il giornalismo addomesticato può ottenere inviti, premi, fotografie e sorrisi. Difficilmente ottiene rispetto.
Gli ospiti di “Faccia a Faccia” dovranno spiegare che cosa intendono fare, con quali strumenti e con quali risorse. I cittadini non hanno bisogno di rappresentanti accarezzati, ma di amministratori chiamati a rispondere dei fatti.
Una città senza alibi.
Alla fine resta Reggio Calabria.
Bella, difficile, stanca e orgogliosa. Una città che sogna di diventare protagonista del Mediterraneo e poi inciampa in un sacchetto di spazzatura. Che chiede il cambiamento e lascia un mozzicone sul marciapiede.
Francesco Cannizzaro può imprimere una svolta, ma non può sostituirsi a tutti i cittadini. Può organizzare il Comune, scegliere collaboratori capaci, pretendere efficienza e indicare una direzione.
Il resto spetta ai reggini.
Una città non cambia soltanto perché arriva un sindaco dinamico. Cambia quando i suoi abitanti smettono di considerare normale ciò che normale non è.
La politica deve fare la propria parte.
I cittadini anche.
Il giornalismo deve osservare entrambi senza risparmiare nessuno: il potente che promette, il cittadino che sporca, l’anonimo che insulta e perfino il giornalista convinto di avere sempre ragione.
Il cambiamento non nasce dagli applausi.
Nasce dal fastidio di guardarsi allo specchio.
Luigi Palamara
Giornalista, Scrittore e Artista Aspromontàno
Reggio Calabria, 31 luglio 2026
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