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Giuseppe Scopelliti a Reggio Calabria: "La nostalgia dell'avvenire e la forza di una storia che guarda al futuro".

Giuseppe Scopelliti a Reggio Calabria: "La nostalgia dell'avvenire e la forza di una storia che guarda al futuro".

​Il ritorno a Palazzo Campanella. L'intervento dell'ex governatore per Fabio Roscioli.

​Da Almirante a Meloni, passando per Fini: la lectio di Scopelliti alla destra che governa. Tra identità, responsabilità istituzionali e la sfida delle suppletive per la Camera.

L'Editoriale di Luigi Palamara 

Certi uomini politici, quando tornano in una sala, hanno bisogno di spiegare perché sono tornati.

E ce ne sono altri per i quali basta esserci.

Giuseppe Scopelliti, nella Sala Monteleone di Palazzo Campanella, non era soltanto uno degli intervenuti alla manifestazione del centrodestra per Fabio Roscioli. Era, inevitabilmente, un pezzo di storia politica reggina che tornava a parlare alla propria storia.

E forse proprio per questo la frase più importante del suo intervento non riguardava una candidatura, una percentuale, una polemica o una suppletiva.

Riguardava il tempo.

«Abbiate una sola nostalgia, la nostalgia dell’Avvenire».

Giorgio Almirante.

Poche parole. Ma dentro quelle parole c’è quasi tutto il senso politico che Scopelliti ha voluto attribuire alla propria presenza.

Perché la nostalgia, in politica, è una malattia pericolosa.

Ti fa credere che ieri fosse sempre migliore di oggi. Ti convince che basti recuperare una bandiera, pronunciare una parola antica, riesumare un simbolo, per ritrovare automaticamente una comunità.

Ma la frase di Almirante ricordata da Scopelliti rovescia il significato stesso della nostalgia.

Non rimpiangete il passato.

Abbiate nostalgia di ciò che ancora non esiste.

Dell’avvenire.

Ed è precisamente su questa contraddizione, apparente ma potentissima, che Scopelliti ha costruito il proprio intervento.

Ha parlato del passato senza chiedere di tornarci.

Ha rivendicato una storia senza trasformarla in un museo.

Ha ricordato una tradizione sostenendo che quella tradizione, se vuole sopravvivere, deve continuare a camminare.

Quel percorso può essere sintetizzato con tre passaggi: dalla destra della protesta e della proposta legata ad Almirante, alla destra di governo con Gianfranco Fini, fino alla destra guidata oggi da Giorgia Meloni. Scopelliti ha definito l'incontro con i vecchi compagni di strada un «ritorno a casa» e ha parlato di una tradizione «che non può e non deve finire».

Ecco il punto.

Ritorno a casa” non significa necessariamente ritorno indietro.

Una casa non è soltanto il posto dal quale siamo partiti.

È anche quello dal quale possiamo ripartire.

Scopelliti sembra voler tracciare proprio questa linea: memoria, identità, evoluzione.

Almirante.

Fini.

Meloni.

Tre stagioni diversissime della destra italiana, che sarebbe storicamente semplicistico confondere. Ma che nel racconto di Scopelliti diventano capitoli successivi di una stessa vicenda politica: dalla marginalità alla legittimazione, dalla protesta alla responsabilità di governo.

Non una fotografia.

Un percorso.

Ed è qui che la citazione di Almirante smette di essere un ornamento retorico e diventa la chiave dell’intervento.

La nostalgia dell’avvenire.

Non basta dire da dove vieni.

Bisogna sapere dove vuoi andare.

Scopelliti lo dice soprattutto quando affronta il fenomeno della nuova destra radicale che cresce in alcune parti d’Europa.

Il suo ragionamento merita attenzione proprio perché proviene da un uomo che non ha certo bisogno di farsi certificare da altri la propria provenienza politica.

Scopelliti osserva che in Europa soffia un vento verso l’estrema destra, ma invita chi ha conosciuto quella che lui definisce la «vera Destra al Governo» a non lasciarsi ingannare da quel fenomeno. È la sua distinzione politica: identità non significa necessariamente estremizzazione; radicalità verbale non coincide automaticamente con capacità di governo.

È probabilmente uno dei passaggi più significativi dell’intero intervento.

Perché arriva da un uomo cresciuto politicamente in una tradizione che non ha mai avuto timore della parola “destra”.

Scopelliti non rinnega quella parola.

La rivendica.

Ma proprio rivendicandola cerca di sottrarla, nella sua lettura, a chi pensa che basti alzare il volume della voce per ereditarla.

È la differenza, antica quanto la politica, tra testimoniare e governare.

Tra gridare contro il Palazzo e dover poi entrare nel Palazzo.

Tra denunciare un problema e avere la responsabilità di risolverlo.

Chi è stato sindaco, presidente di Regione, amministratore, conosce una verità poco poetica: governare significa sporcarsi le mani con bilanci, problemi, compromessi istituzionali, decisioni impopolari, responsabilità.

La piazza permette l'assoluto.

Il governo quasi mai.

Ed è precisamente qui che Scopelliti colloca Giorgia Meloni.

Non tanto come semplice leader di Fratelli d'Italia, ma come punto d'arrivo, almeno nell'interpretazione proposta nel suo intervento, di un lungo processo attraverso il quale la destra italiana è passata dalla periferia del sistema politico alla guida del governo nazionale.

Per questo il voto per Fabio Roscioli diventa, nel ragionamento di Scopelliti, qualcosa di più della scelta di un deputato.

«Questo voto è per Fabio Roscioli, ma è anche per il buon Governo per Giorgia Meloni», ha detto. È una precisa lettura politica delle suppletive: trasformare un'elezione territoriale in una verifica più ampia sulla continuità della coalizione nazionale.

Naturalmente un'elezione suppletiva resta un'elezione suppletiva.

Non elegge il governo.

Non elegge il presidente del Consiglio.

Non modifica da sola gli equilibri politici italiani.

Ma la politica vive anche di simboli.

E Scopelliti sembra averlo compreso benissimo.

Per questo avverte i suoi interlocutori contro uno degli errori più antichi delle campagne elettorali: credere di avere già vinto.

Ricorda che il centrodestra arriva da tornate elettorali che definisce «travolgenti», ma aggiunge immediatamente che proprio questo risultato non deve generare l'illusione che anche la partita delle suppletive sia già chiusa.

È una considerazione meno spettacolare della polemica contro gli avversari, ma politicamente assai più concreta.

Le elezioni non si vincono il giorno prima.

E soprattutto non si vincono con i ricordi delle elezioni precedenti.

Ancora una volta:

nostalgia dell'avvenire.

Non nostalgia delle percentuali di ieri.

Scopelliti intravede infatti nella consultazione reggina anche una partita interna al mondo della destra.

Una formazione nuova può utilizzare il risultato delle suppletive per misurare e rivendicare il proprio spazio politico. E per questo, dice, l'attenzione nazionale sarà puntata sul risultato di Reggio Calabria.

Dietro la candidatura di Roscioli c'è dunque una domanda assai più grande del nome stampato sulla scheda.

Quale destra?

Quella che considera il radicalismo identitario il proprio futuro?

Oppure quella che considera il governo la destinazione naturale di un percorso iniziato decenni fa?

Scopelliti dà la sua risposta.

Ma la cosa interessante è il modo in cui la dà.

Non rinnegando le origini.

Rivendicandole.

E proprio in nome di quelle origini sostiene che la destra non debba lasciarsi sedurre da ogni movimento che si presenti alla sua destra.

È un argomento identitario contro l'estremizzazione dell'identità.

E politicamente è assai più sofisticato dello slogan.

Poi c'è il “ritorno a casa”.

Due parole che, pronunciate da Scopelliti, non possono essere considerate casuali.

La politica italiana è piena di figli prodighi.

Di uomini cacciati, allontanati, dimenticati, recuperati.

Di amici diventati nemici e nemici tornati amici.

Le appartenenze sembrano eterne soltanto fino alla riunione successiva.

Ma nel caso di Scopelliti la formula assume un significato particolare perché chiama in causa non soltanto un'organizzazione politica, ma una comunità generazionale.

Quella di chi ha iniziato a fare politica quando appartenere alla destra significava qualcosa di molto diverso da ciò che significa oggi.

Scopelliti rivede «vecchi compagni di strada».

E non dice semplicemente: eccomi.

Dice: sono tornato a casa.

È una frase privata pronunciata in pubblico.

E proprio per questo diventa politica.

Poi c'è il passaggio forse più ambizioso.

Il 2027.

Il 2029.

Scopelliti definisce il primo un «passaggio intermedio» e guarda al secondo come all'anno nel quale potrebbe maturare l'elezione di un Presidente della Repubblica proveniente dal centrodestra.

È una prospettiva politica, non una previsione sull'esito della futura elezione presidenziale.

Ma rivela la dimensione dell'orizzonte che Scopelliti vuole assegnare al suo ragionamento.

Non la prossima settimana.

Non soltanto le suppletive.

Non soltanto Roscioli.

Il 2029.

Di nuovo il futuro.

Ed ecco perché la frase di Almirante torna, quasi inevitabilmente, a bussare alla porta.

Abbiate una sola nostalgia, la nostalgia dell'Avvenire.

La politica mediocre misura il tempo da un sondaggio all'altro.

La politica ambiziosa prova almeno a immaginare dove vuole essere tra tre, cinque, dieci anni.

Che poi ci riesca è un'altra faccenda.

La storia è piena di avveniri annunciati che non sono mai arrivati.

Ma senza una meta la politica si riduce all'amministrazione dell'esistente.

Scopelliti ha invece provato a mettere una meta davanti alla propria platea.

Nel suo discorso c'è anche l'Italia fuori dall'Italia.

Rivendica infatti quella che considera una recuperata affidabilità internazionale del Paese sotto il governo Meloni. È una valutazione politica sulla quale maggioranza e opposizioni possono naturalmente dividersi, ma è importante riportarla per quello che è: uno dei cardini dell'argomentazione con cui Scopelliti lega la vicenda reggina alla politica nazionale.

E poi arriva l'affondo contro Fratoianni e Bonelli.

Qui il registro cambia.

L'uomo che pochi istanti prima ragionava di storia e futuro torna animale politico.

Le categorie diventano più nette.

La competizione si polarizza.

Il voto disperso nel campo della destra, secondo la sua tesi, rischia indirettamente di favorire le forze avversarie. Il Corriere della Calabria riassume il concetto nella richiesta di un «voto utile».

È la logica classica delle coalizioni.

La politica proporzionale invita a distinguersi.

Quella maggioritaria obbliga spesso a sommarsi.

E nelle suppletive, dove il collegio assegna un seggio, questa tensione diventa ancora più evidente.

Scopelliti sceglie la logica della coalizione.

Non l'avventura solitaria.

Non il piacere testimoniale di contarsi.

La costruzione di una maggioranza.

Poi, quasi alla fine, arriva la frase più personale.

«Al netto di qualche ragazzotto che si è affacciato ora sulla scena, che dice che io non racconto verità, la mia storia è superiore a tutto questo».

È Scopelliti che parla. Ed è una frase che contiene orgoglio, polemica e memoria.

Ma contiene soprattutto una parola:

storia.

Ed eccoci di nuovo al punto di partenza.

Perché tutto il suo intervento vive nella tensione fra storia e futuro.

Scopelliti rivendica il diritto della propria storia a parlare nel presente.

Ma per giustificarlo non può limitarsi a dire: io c'ero.

Deve dire: so dove andare.

È qui che la frase di Almirante diventa molto più grande del contesto nel quale è stata pronunciata.

«Abbiate una sola nostalgia, la nostalgia dell'Avvenire».

Non è l'invito a dimenticare.

È quasi il contrario.

Ricordare tutto.

Le origini.

Gli amici.

Le battaglie.

Le sconfitte.

Le vittorie.

Gli errori.

Le cadute.

Ma non inginocchiarsi davanti al passato.

Perché una tradizione politica che si limita a commemorare se stessa è già morta, anche se ancora non lo sa.

Una tradizione vive soltanto quando riesce a parlare a chi verrà dopo.

Ed è questo, in fondo, il filo che unisce tutti i passaggi dell'intervento di Scopelliti a Reggio.

La prudenza davanti a una consultazione che considera insidiosa.

La diffidenza verso l'idea che ogni radicalizzazione sia automaticamente il futuro della destra.

La scelta della destra di governo.

Il sostegno a Roscioli.

Il legame con Meloni.

L'orizzonte del 2027.

Lo sguardo rivolto al 2029.

La rivendicazione della propria storia.

Il ritorno tra i vecchi compagni.

E infine Almirante.

Il passato convocato non per restaurarlo, ma per chiedergli una direzione.

Si può naturalmente dissentire da Scopelliti, dalle sue letture del centrodestra, dal giudizio sul governo o dalla sua interpretazione delle nuove forze politiche.

Ma il senso dell'intervento del 19 settembre appare nitido.

Non chiedetemi da dove vengo soltanto per sapere dove ero.

Chiedetemelo per capire dove penso che si debba andare.

Perché la nostalgia più sterile è quella che guarda continuamente dietro di sé.

Quella più singolare, e forse politicamente più feconda, guarda nella direzione opposta.

Davanti.

Verso qualcosa che ancora non c'è.

Verso quello che resta da costruire.

Verso l'avvenire.

Ed è per questo che, tra tutte le parole pronunciate a Palazzo Campanella, quelle destinate probabilmente a sopravvivere al rumore della campagna elettorale sono le più antiche:

«Abbiate una sola nostalgia, la nostalgia dell’Avvenire».

Non perché il passato non conti.

Ma perché, in politica come nella vita, il passato diventa davvero storia soltanto quando smette di essere una prigione e diventa una strada.

Luigi Palamara Giornalista, Scrittore e Artista Aspromontàno 

Foto di Attilio Morabito, il Principe dei Fotografi

@luigi.palamara Giuseppe Scopelliti a Reggio Calabria: "La nostalgia dell'avvenire e la forza di una storia che guarda al futuro". ​Il ritorno a Palazzo Campanella. L'intervento dell'ex governatore per Fabio Roscioli. ​Da Almirante a Meloni, passando per Fini: la lectio di Scopelliti alla destra che governa. Tra identità, responsabilità istituzionali e la sfida delle suppletive per la Camera. L'Editoriale di Luigi Palamara  Certi uomini politici, quando tornano in una sala, hanno bisogno di spiegare perché sono tornati. E ce ne sono altri per i quali basta esserci. Giuseppe Scopelliti, nella Sala Monteleone di Palazzo Campanella, non era soltanto uno degli intervenuti alla manifestazione del centrodestra per Fabio Roscioli. Era, inevitabilmente, un pezzo di storia politica reggina che tornava a parlare alla propria storia. E forse proprio per questo la frase più importante del suo intervento non riguardava una candidatura, una percentuale, una polemica o una suppletiva. Riguardava il tempo. «Abbiate una sola nostalgia, la nostalgia dell’Avvenire». Giorgio Almirante. Poche parole. Ma dentro quelle parole c’è quasi tutto il senso politico che Scopelliti ha voluto attribuire alla propria presenza. Perché la nostalgia, in politica, è una malattia pericolosa. Ti fa credere che ieri fosse sempre migliore di oggi. Ti convince che basti recuperare una bandiera, pronunciare una parola antica, riesumare un simbolo, per ritrovare automaticamente una comunità. Ma la frase di Almirante ricordata da Scopelliti rovescia il significato stesso della nostalgia. Non rimpiangete il passato. Abbiate nostalgia di ciò che ancora non esiste. Dell’avvenire. Ed è precisamente su questa contraddizione, apparente ma potentissima, che Scopelliti ha costruito il proprio intervento. Ha parlato del passato senza chiedere di tornarci. Ha rivendicato una storia senza trasformarla in un museo. Ha ricordato una tradizione sostenendo che quella tradizione, se vuole sopravvivere, deve continuare a camminare. Quel percorso va sintetizzato con tre passaggi: dalla destra della protesta e della proposta legata ad Almirante, alla destra di governo con Gianfranco Fini, fino alla destra guidata oggi da Giorgia Meloni. Scopelliti ha definito l'incontro con i vecchi compagni di strada un «ritorno a casa» e ha parlato di una tradizione «che non può e non deve finire». Ecco il punto. “Ritorno a casa” non significa necessariamente ritorno indietro. Una casa non è soltanto il posto dal quale siamo partiti. È anche quello dal quale possiamo ripartire. Scopelliti sembra voler tracciare proprio questa linea: memoria, identità, evoluzione. Almirante. Fini. Meloni. Tre stagioni diversissime della destra italiana, che sarebbe storicamente semplicistico confondere. Ma che nel racconto di Scopelliti diventano capitoli successivi di una stessa vicenda politica: dalla marginalità alla legittimazione, dalla protesta alla responsabilità di governo. Non una fotografia. Un percorso. Ed è qui che la citazione di Almirante smette di essere un ornamento retorico e diventa la chiave dell’intervento. “Abbiate una sola nostalgia:la nostalgia dell’avvenire”🇮🇹#giorgioalmirante #politica #calabria #reggiocalabria #giuseppescopelliti ♬ audio originale - Luigi Palamara

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