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Voto a Reggio Calabria: Donzelli punta sulla "filiera" e rivendica la forza dei numeri a Roma

Voto a Reggio Calabria: Donzelli punta sulla "filiera" e rivendica la forza dei numeri a Roma

Elezioni suppletive / Il retroscena sul candidato del centrodestra.

​Per il dirigente di Fratelli d'Italia la sfida per il seggio alla Camera non è una questione di campanile, ma la scelta tra un deputato che bussa alle porte del governo e uno che le attraversa. E intanto avverte gli alleati: "Sulla stabilità e sui rapporti di forza non si scherza".

L'Editoriale di Luigi Palamara

Alcune campagne elettorali fingono di parlare di un collegio e in realtà parlano di Roma. E  altre invece fingono di parlare di Roma per conquistare un collegio. Quella di Reggio Calabria appartiene, con una certa disinvoltura, a entrambe le situazioni.

Giovanni Donzelli è arrivato a Palazzo Campanella per sostenere Fabio Roscioli e non ha perso tempo a imbellettare la questione. Le elezioni suppletive del 27 e 28 settembre, ha spiegato, non servono a decidere come asfaltare una strada o dove mettere un lampione. Servono a scegliere un deputato. E dunque, nella sua lettura, a decidere se mandare alla Camera un uomo della maggioranza che sostiene Giorgia Meloni oppure un rappresentante dell’opposizione.

È una tesi politica, naturalmente. Non una legge della fisica e neppure una norma della Costituzione. Un deputato d’opposizione possiede formalmente gli stessi poteri parlamentari di uno della maggioranza. Ma Donzelli non parla di diritto costituzionale: parla di potere. E sul potere, piaccia o no, il suo ragionamento è perfettamente riconoscibile.

Dice in sostanza agli elettori: volete qualcuno che bussi alle porte del governo da fuori oppure qualcuno che quelle porte possa attraversarle?

Qui entra in scena Fabio Roscioli.

Il problema che gli avversari gli contestano è evidente: Roscioli non è il candidato che incarna il tradizionale campanilismo reggino. È il tesoriere nazionale di Forza Italia, un uomo degli ingranaggi romani, delle stanze dove i partiti amministrano uomini, risorse e rapporti. Donzelli non prova neppure a nasconderlo. Fa l'opposto: trasforma quella che gli avversari descrivono come una debolezza nella principale ragione per votarlo.

Roscioli, sostiene, ha peso nel suo partito. E proprio per questo «avrà le porte più facilmente aperte di un peones qualsiasi».

È una frase che meriterebbe di essere tenuta agli atti perché contiene una visione della politica assai più sincera di cento comizi.

Il parlamentare ideale, secondo questa impostazione, non è soltanto quello che rappresenta un territorio. È quello che conta abbastanza a Roma da ottenere qualcosa per quel territorio.

È il vecchio dilemma italiano tra rappresentanza e influenza, tra il deputato che conosce ogni pietra del collegio ma nessun ministro e quello che magari conosce meno pietre ma ha il numero di telefono giusto.

Donzelli sceglie senza esitazione la seconda figura.

E infatti insiste: un parlamentare della maggioranza, a suo giudizio, può incidere di più e «portare qualche risultato per il territorio».

Anche qui bisogna separare la propaganda dalla realtà istituzionale. Non esiste una disposizione secondo cui il deputato governativo abbia più diritti del collega d'opposizione. Esiste però la politica reale, con i suoi rapporti di forza, le interlocuzioni ministeriali, gli emendamenti, i tavoli, i sottosegretari, i dossier. Ed è precisamente a questa politica reale che Donzelli chiede agli elettori di guardare.

Poi c'è Francesco Boccia.

Il dirigente del Pd aveva definito il voto reggino una sorta di prova generale nazionale, un «antipasto» di ciò che potrebbe accadere più avanti. Donzelli gli ha risposto con il sarcasmo del mestiere: lo ringrazia, perché quando Boccia attribuisce questo significato a un'elezione, sostiene Donzelli, poi il centrosinistra perde. E richiama Abruzzo e Marche.

La battuta conta meno della contraddizione apparente che segue.

Perché Donzelli prende in giro Boccia quando nazionalizza il voto, ma subito dopo nazionalizza il voto a sua volta.

E non è una vera contraddizione. È campagna elettorale.

Il messaggio è: Boccia sbaglia quando usa Reggio come presagio contro il governo; Donzelli ritiene invece legittimo usare Reggio come scelta tra governo e opposizione.

Le suppletive diventano così un piccolo referendum simbolico sulla maggioranza nazionale, pur senza esserlo giuridicamente.

Ed eccoci al punto che attraversa quasi tutto il discorso: la stabilità.

Donzelli presenta il governo Meloni come l'antitesi dell'Italia che cambiava premier, ministri e maggioranze con frequenza. In un'altra intervista rilasciata nella stessa giornata ha sostenuto che, nel contesto delle crisi internazionali, una coalizione litigiosa avrebbe lasciato il Paese in condizioni peggiori e ha rivendicato l'immagine dell'Italia all'estero.

È uno dei pilastri della narrazione di Fratelli d'Italia: potete contestarci quello che facciamo, ma non potete dire che non governiamo.

A Reggio Donzelli ha spinto ulteriormente l'argomento, rivendicando la durata dell'esecutivo e prospettando, se la legislatura arriverà alla sua naturale conclusione, una stagione di eccezionale continuità politica. Ha legato a questa stabilità anche l'azione del governo sul Mezzogiorno e altri temi cari alla platea del centrodestra, dal bollo auto alla famiglia tradizionale.

Che ciascuna di queste rivendicazioni possa essere discussa nel merito è evidente. Ma il filo politico è inequivocabile: la stabilità viene presentata non come uno strumento, bensì quasi come un risultato in sé.

Ed è qui che compare Roberto Vannacci.

Non come semplice concorrente. Come problema di affidabilità.

Dopo la rottura con la Lega e la nascita di Futuro Nazionale, Donzelli considera l'ipotesi di una futura alleanza alla luce di una parola molto pesante: fiducia.

Dice che il centrodestra vuole vincere per governare, e governare con una coalizione della quale ci si possa fidare. Poi arriva l'affondo: presentarsi insieme a qualcuno che avrebbe già dimostrato di essere «pronto a tradire» è, nelle sue parole, una prospettiva che «spaventa e preoccupa».

Qui la politica abbandona le sfumature.

Non si discute soltanto se Vannacci tolga o aggiunga voti. Si discute se sia considerato affidabile come compagno di viaggio.

È una distinzione importante perché il centrodestra che Donzelli racconta non vuole apparire semplicemente come una coalizione elettorale. Vuole presentarsi come un patto.

E un patto vive su una merce rara in politica: la prevedibilità degli alleati.

Nella stessa giornata Donzelli ha accusato Futuro Nazionale di votare frequentemente con le opposizioni e lo ha descritto come qualcosa che finirebbe per favorire la sinistra.

Dal palco reggino, tuttavia, il ragionamento è stato più largo: noi, dice in sostanza, abbiamo dimostrato di poter stare insieme. Vogliamo continuare a farlo.

È la risposta preventiva a chi immagina un centrodestra futuro più frammentato dell'attuale.

Quando gli viene prospettato il rischio che le divisioni possano penalizzare la coalizione alle politiche, Donzelli evita di trasformarsi in sondaggista. Dice che saranno gli italiani a decidere. E ricorda che anche Fratelli d'Italia, anni fa, era circondato da previsioni che gli assegnavano spazi molto più modesti di quelli poi conquistati.

Da qui la frase più ruvida: chi decide prima i risultati delle elezioni, dice, spesso finisce per prendere «schiaffi in faccia dagli italiani».

Espressione brutale, ma concetto semplice: diffidate delle profezie elettorali.

Sul piano democratico è difficile contestare la premessa generale: il risultato lo stabiliscono le urne, non i commentatori. Sul piano politico, naturalmente, nessun partito rinuncia davvero a leggere sondaggi, tendenze e scenari. Neppure quello di Donzelli.

Poi arriva un tema apparentemente tecnico, ma assai meno innocuo di quanto sembri: la legge elettorale.

Alla domanda sull'eventualità che il governo possa non avere i numeri su un provvedimento sottoposto alla fiducia, Donzelli risponde che non prevede problemi nella maggioranza, anche perché la proposta sarebbe costruita dai partiti della coalizione. Ma riconosce la conseguenza istituzionale dell'ipotesi estrema: se un governo perde una votazione decisiva sulla fiducia, il presidente del Consiglio sale al Quirinale.

Non significa automaticamente elezioni. Significa che si apre una crisi e che entrano in gioco le prerogative del Presidente della Repubblica.

È forse il passaggio più istituzionale di un intervento altrimenti combattente.

Ma anche qui torna la parola che governa tutto: compattezza.

Donzelli non sta vendendo agli elettori soltanto Fabio Roscioli.

Sta vendendo un'architettura politica.

Un sindaco di centrodestra a Reggio. Una Regione amministrata dal centrodestra. Un governo nazionale di centrodestra. E, possibilmente, un deputato inserito nello stesso circuito.

È la politica della filiera.

Gli avversari possono definirla concentrazione del potere. I sostenitori la chiamano capacità di incidere. Sono due interpretazioni politiche dello stesso meccanismo.

Ed è probabilmente questo il vero tema delle suppletive reggine.

Molto più del certificato di nascita di Roscioli.

Molto più delle battute su Boccia.

Molto più delle invettive contro Vannacci.

La domanda che Donzelli mette davanti all'elettore è brutalmente concreta: preferite un rappresentante che appartenga alla catena di comando oppure uno che la controlli dall'altra parte dell'Aula?

Non esiste una risposta neutrale a questa domanda, perché è precisamente ciò su cui si vota.

Ma esiste un dato interessante: Donzelli non tenta quasi mai di mascherare il meccanismo dietro parole eleganti.

Dice che Roscioli conta.

Dice che chi conta trova più porte aperte.

Dice che stare nella maggioranza aiuta.

Dice che gli alleati devono essere affidabili.

Dice che il centrodestra vuole proseguire compatto.

Dice che se una fiducia decisiva saltasse si andrebbe al Quirinale.

È politica raccontata come rapporto di forza prima ancora che come teologia dei programmi.

E forse proprio per questo l'intervento di Reggio merita attenzione.

Perché dietro le frasi da comizio si intravede una concezione assai precisa del potere: il territorio ottiene di più quando riesce a collegarsi direttamente al centro; la coalizione funziona quando nessuno rompe il patto; il governo è forte quando dura; un parlamentare vale anche per le porte che riesce ad aprire.

Si può condividere questa concezione oppure contestarla.

Ma almeno è riconoscibile.

E in un'epoca politica nella quale tutti promettono di essere contemporaneamente ribelli e uomini di governo, outsider e professionisti, voce del popolo e frequentatori dei ministeri, persino una dichiarazione esplicita sul funzionamento del potere ha un pregio raro:

permette agli elettori di sapere, con una certa precisione, che cosa stanno scegliendo.

Luigi Palamara Giornalista, Scrittore e Artista Aspromontàno 

@luigi.palamara

Voto a Reggio Calabria: Donzelli punta sulla "filiera" e rivendica la forza dei numeri a Roma Elezioni suppletive / Il retroscena sul candidato del centrodestra. ​Per il dirigente di Fratelli d'Italia la sfida per il seggio alla Camera non è una questione di campanile, ma la scelta tra un deputato che bussa alle porte del governo e uno che le attraversa. E intanto avverte gli alleati: "Sulla stabilità e sui rapporti di forza non si scherza". L'Editoriale di Luigi Palamara  Alcune campagne elettorali fingono di parlare di un collegio e in realtà parlano di Roma. E  altre invece fingono di parlare di Roma per conquistare un collegio. Quella di Reggio Calabria appartiene, con una certa disinvoltura, a entrambe le situazioni. Giovanni Donzelli è arrivato a Palazzo Campanella per sostenere Fabio Roscioli e non ha perso tempo a imbellettare la questione. Le elezioni suppletive del 27 e 28 settembre, ha spiegato, non servono a decidere come asfaltare una strada o dove mettere un lampione. Servono a scegliere un deputato. E dunque, nella sua lettura, a decidere se mandare alla Camera un uomo della maggioranza che sostiene Giorgia Meloni oppure un rappresentante dell’opposizione. È una tesi politica, naturalmente. Non una legge della fisica e neppure una norma della Costituzione. Un deputato d’opposizione possiede formalmente gli stessi poteri parlamentari di uno della maggioranza. Ma Donzelli non parla di diritto costituzionale: parla di potere. E sul potere, piaccia o no, il suo ragionamento è perfettamente riconoscibile. Dice in sostanza agli elettori: volete qualcuno che bussi alle porte del governo da fuori oppure qualcuno che quelle porte possa attraversarle? Qui entra in scena Fabio Roscioli. Il problema che gli avversari gli contestano è evidente: Roscioli non è il candidato che incarna il tradizionale campanilismo reggino. È il tesoriere nazionale di Forza Italia, un uomo degli ingranaggi romani, delle stanze dove i partiti amministrano uomini, risorse e rapporti. Donzelli non prova neppure a nasconderlo. Fa l'opposto: trasforma quella che gli avversari descrivono come una debolezza nella principale ragione per votarlo. Roscioli, sostiene, ha peso nel suo partito. E proprio per questo «avrà le porte più facilmente aperte di un peones qualsiasi». È una frase che meriterebbe di essere tenuta agli atti perché contiene una visione della politica assai più sincera di cento comizi. Il parlamentare ideale, secondo questa impostazione, non è soltanto quello che rappresenta un territorio. È quello che conta abbastanza a Roma da ottenere qualcosa per quel territorio. È il vecchio dilemma italiano tra rappresentanza e influenza, tra il deputato che conosce ogni pietra del collegio ma nessun ministro e quello che magari conosce meno pietre ma ha il numero di telefono giusto. Donzelli sceglie senza esitazione la seconda figura. E infatti insiste: un parlamentare della maggioranza, a suo giudizio, può incidere di più e «portare qualche risultato per il territorio». Anche qui bisogna separare la propaganda dalla realtà istituzionale. Non esiste una disposizione secondo cui il deputato governativo abbia più diritti del collega d'opposizione. Esiste però la politica reale, con i suoi rapporti di forza, le interlocuzioni ministeriali, gli emendamenti, i tavoli, i sottosegretari, i dossier. Ed è precisamente a questa politica reale che Donzelli chiede agli elettori di guardare. Poi c'è Francesco Boccia. Il dirigente del Pd aveva definito il voto reggino una sorta di prova generale nazionale, un «antipasto» di ciò che potrebbe accadere più avanti. Donzelli gli ha risposto con il sarcasmo del mestiere: lo ringrazia, perché quando Boccia attribuisce questo significato a un'elezione, sostiene Donzelli, poi il centrosinistra perde. E richiama Abruzzo e Marche. La battuta conta meno della contraddizione apparente che segue. Editoriale completo su CartaStraccia.News

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