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CAMIONISTI DI CALABRIA, IL GRIDO SILENZIOSO DI UN POPOLO CHE NON VUOLE ARRENDERSI

CAMIONISTI DI CALABRIA, IL GRIDO SILENZIOSO DI UN POPOLO CHE NON VUOLE ARRENDERSI

La dignità di chi lavora, le lacrime di chi non arriva più a fine mese e il silenzio di una politica che ha imparato a comunicare, ma ha dimenticato come si ascolta.

L'Editoriale di Luigi Palamara

Li ho guardati negli occhi.

E vi assicuro che ci sono occhi davanti ai quali anche le parole diventano inutili.

Erano camionisti. Oggi, per una di quelle raffinatezze linguistiche con cui abbiamo imparato a cambiare il nome alle cose senza migliorarne la sostanza, li chiamano autotrasportatori.

Ma sono sempre loro.

Uomini che si alzano quando gli altri dormono. Che conoscono l'alba attraverso un parabrezza, la notte attraverso i fari di un camion, la solitudine attraverso chilometri di asfalto. Uomini che trasportano le merci di un Paese che troppo spesso si dimentica di chi gliele porta.

Li ho visti.

Gente comune. Giacche consumate, scarpe senza pretese, vestiti che non hanno bisogno di un'etichetta per raccontare quanto valgono quelli che li indossano.

Pochi euro addosso. E una ricchezza immensa dentro.

La dignità.

Quella parola che i politici pronunciano nei discorsi solenni, che i professori spiegano nei libri e che certi uomini, senza averla mai studiata, portano sulle spalle per tutta la vita.

Li ho visti feriti.

Non dalle manganellate. Non dalla violenza. Ma da qualcosa che può fare ancora più male: l'umiliazione di lavorare e non riuscire più a vivere del proprio lavoro.

Ho visto i loro figli. Ho pensato alle loro mogli, alle loro famiglie. Alle tavole attorno alle quali si fanno i conti prima ancora di apparecchiare. Alle bollette lasciate sul mobile, alle rate che scadono, alle domande dei bambini alle quali un padre non sa più rispondere.

Perché c'è una forma di povertà che non comincia quando finisce il denaro.

Comincia quando un uomo, dopo una giornata di lavoro, torna a casa e si vergogna di non poter garantire serenità alle persone che ama.

E quella vergogna, sia chiaro, non dovrebbe appartenere a lui.

Dovrebbe appartenere a chi lo ha lasciato solo.

Ho visto uomini piangere senza versare una lacrima.

E ho pianto anch'io.

Dentro.

Dove il dolore non fa rumore, ma lascia ferite che nessuno vede.

Non erano in piazza per chiedere privilegi. Non cercavano applausi, poltrone, incarichi o visibilità. Chiedevano qualcosa di terribilmente semplice: poter continuare a lavorare senza essere condannati a perdere tutto.

E sapete che cosa mi ha colpito più di ogni altra cosa?

La loro compostezza.

La calma di chi avrebbe mille ragioni per essere furioso e sceglie, invece, di restare civile.

Hanno protestato pacificamente. Non hanno trasformato la rabbia in violenza. Non hanno cercato lo scontro con le forze dell'ordine. Non hanno devastato città.

Hanno portato in strada quello che ormai non riuscivano più a contenere nelle proprie case.

La paura.

La delusione.

L'amarezza.

La disperazione.

E soprattutto una domanda che dovrebbe togliere il sonno a chiunque abbia responsabilità di governo:

Come può un Paese pretendere che un uomo lavori, produca, paghi e rispetti le regole, se poi non gli consente nemmeno di vivere dignitosamente?

Non è una domanda di destra. Non è una domanda di sinistra.

È una domanda di civiltà.

Ma la politica, quella che dovrebbe rispondere, sembra aver smarrito perfino il significato delle domande.

Oggi abbiamo ministri che comunicano, parlamentari che pubblicano, leader che dichiarano, portavoce che precisano, consulenti che studiano gli umori dell'opinione pubblica.

Tutti parlano.

Pochissimi ascoltano.

Abbiamo trasformato la democrazia in una gigantesca conferenza stampa permanente.

Si misura il consenso, si prepara lo slogan, si confeziona il messaggio, si sceglie l'inquadratura. Ogni problema diventa un'occasione per apparire. Ogni emergenza un argomento da talk show. Ogni sofferenza una statistica da citare, possibilmente davanti a una telecamera.

Ma governare non significa vincere una gara di comunicazione.

Governare significa assumersi la responsabilità della vita degli altri.

Significa conoscere il prezzo del gasolio non soltanto attraverso una tabella ministeriale, ma attraverso gli occhi di chi deve riempire un serbatoio per guadagnarsi il pane.

Significa sapere che dietro una fattura non pagata può esserci una famiglia che perde il sonno.

Che dietro un camion fermo può esserci un'impresa che rischia di chiudere.

Che dietro una protesta non c'è necessariamente un agitatore, ma qualche volta un cittadino che ha esaurito tutte le altre possibilità di farsi ascoltare.

Eppure, da troppo tempo, chi dovrebbe amministrare sembra abitare un altro universo.

Un mondo dove i problemi si risolvono annunciandone la soluzione. Dove una promessa vale quanto un provvedimento. Dove il domani viene continuamente evocato, mentre si consuma l'oggi.

La politica ha imparato a raccontare il futuro.

Ha dimenticato di costruirlo.

E intanto, sulle strade della Calabria, ci sono uomini che continuano a chiedere di essere ascoltati.

La Calabria.

Terra difficile, generosa, contraddittoria. Terra che conosce il peso dell'emigrazione, delle promesse mancate, delle infrastrutture insufficienti, delle occasioni perdute.

Una terra dove lavorare può diventare una prova di resistenza.

E dove resistere, qualche volta, viene scambiato per un dovere anziché riconosciuto come un sacrificio.

Quei camionisti rappresentano una parte autentica dell'Italia.

Quella che non compare nei salotti televisivi. Quella che non possiede uffici stampa. Quella che non conosce il linguaggio delle strategie elettorali.

Quella che mette in moto un camion e spera che, alla fine del viaggio, resti qualcosa per portare avanti la famiglia.

Sono uomini che non chiedono di essere mantenuti.

Chiedono di non essere schiacciati mentre cercano di mantenersi da soli.

E questa differenza dovrebbe essere compresa da chiunque abbia ancora un minimo di coscienza pubblica.

Perché attenzione.

Un popolo può sopportare molte cose.

Può sopportare sacrifici, rinunce, difficoltà. Può stringere i denti, rimandare un acquisto, cancellare una vacanza, rinunciare perfino ai propri piccoli desideri.

Ma esiste un limite oltre il quale il sacrificio smette di essere una scelta e diventa una condanna.

È il momento in cui la speranza comincia a morire.

E quando muore la speranza, non bastano più i comunicati stampa.

Non bastano le conferenze.

Non bastano le frasi preparate da qualche esperto di consenso.

Perché la realtà, prima o poi, presenta il conto.

E non accetta pagamenti in propaganda.

Non so se queste parole serviranno a qualcosa.

Non so se arriveranno sulla scrivania di un ministro, se saranno lette da un parlamentare, se qualcuno avrà la pazienza di fermarsi un momento e riflettere.

Non ho questa presunzione.

So soltanto quello che ho visto.

Ho visto uomini dignitosi costretti a gridare per chiedere ciò che dovrebbe essere normale.

Ho visto la preoccupazione di padri che temono di non riuscire più a garantire un futuro ai propri figli.

Ho visto una protesta composta, attraversata da un dolore che nessuna telecamera riesce davvero a raccontare.

E mi sono sentito impotente.

Perché scrivere è facile, rispetto al dover vivere certe sofferenze.

Le parole non pagano le rate. Non riempiono i frigoriferi. Non cancellano i debiti. Non restituiscono il sonno a chi trascorre la notte facendo conti che non tornano.

Ma possono almeno impedire che il silenzio diventi complicità.

Ed è per questo che scrivo.

Non per insegnare qualcosa a quegli uomini. Hanno già imparato dalla vita molto più di quanto io possa raccontare.

Scrivo perché il loro dolore mi riguarda.

Perché una società che guarda soffrire chi lavora e volta la testa dall'altra parte ha già cominciato a perdere qualcosa di essenziale.

La propria umanità.

Vorrei che chi governa incontrasse quegli uomini senza fotografi, senza telecamere, senza comunicati preparati.

Che si sedesse accanto a loro.

Che ascoltasse.

E che, per una volta, prima di parlare, provasse a vergognarsi.

Non della protesta.

Ma del fatto che sia diventata necessaria.

Perché un Paese non comincia a morire quando finiscono i soldi. Comincia a morire quando chi lavora perde la speranza e chi governa perde la capacità di ascoltare.

Io quei camionisti li ho visti.

Non erano eroi. Non erano rivoluzionari. Non erano uomini in cerca di gloria.

Erano padri, figli, mariti. Erano lavoratori.

Erano la Calabria.

Erano l'Italia.

E mentre li guardavo, con quel nodo in gola che ancora non riesco a sciogliere, ho capito una cosa.

Non erano loro a dover abbassare la testa.

Era la politica che avrebbe dovuto avere il coraggio di alzare gli occhi e guardarli in faccia.

Io non sono riuscito a fare molto.

Ho ascoltato.

Ho condiviso, per quanto possibile, il loro dolore.

E ho pianto.

Forse non cambierà nulla.

Ma almeno, davanti alla sofferenza di quegli uomini, non ho avuto il coraggio di voltarmi dall'altra parte.

E oggi, in questo Paese che parla troppo e ascolta troppo poco, anche non voltarsi dall'altra parte è diventato un dovere.

Luigi Palamara
Giornalista, Scrittore e Artista Aspromontano di Roccaforte del Greco detto L'Arciere 

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