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MARADONA, IL RAGAZZO CHE FECE UN TUNNEL ALLA STORIA

MARADONA, IL RAGAZZO CHE FECE UN TUNNEL ALLA STORIA

20 ottobre 1976 – 20 ottobre 2026. Cinquant’anni dopo, il calcio ricorda il giorno in cui un ragazzo di periferia cominciò a diventare leggenda.

L'Editoriale di Luigi Palamara 

Alcuni uomini entrano nella storia dalla porta principale. Altri devono sfondarla. Diego Armando Maradona, il 20 ottobre 1976, scelse una terza strada: passò in mezzo alle gambe di un avversario.

Aveva sedici anni da dieci giorni. Indossava la maglia numero sedici dell'Argentinos Juniors. Di fronte c'era il Talleres de Córdoba. E davanti a lui, per un istante destinato a sopravvivere a mezzo secolo di calcio, il difensore Juan Domingo Cabrera.

Un pallone, un movimento, un tunnel.

Tutto qui.

La storia, qualche volta, ha il buon gusto di cominciare senza chiedere permesso.

Nessuno, quel pomeriggio di Buenos Aires, poteva immaginare davvero che cosa sarebbe diventato quel ragazzino dai capelli scuri e dalle gambe corte. Non potevano saperlo gli spettatori, gli avversari, forse neppure i compagni. E certamente non poteva saperlo lui, che del futuro conosceva soltanto una cosa: voleva giocare a pallone.

Il resto sarebbe arrivato dopo. La gloria, il denaro, Napoli, i Mondiali, i presidenti, i potenti, gli adulatori. E poi le cadute, gli eccessi, le solitudini. Perché la vita, quando decide di concedere tutto a un uomo, spesso presenta un conto che nessuno è preparato a pagare.

Ma quel giorno Diego era ancora soltanto Diego.

E forse non sarebbe mai più stato così libero.

Maradona veniva da Villa Fiorito, dove la povertà non era un argomento da convegno, ma una presenza quotidiana. Là si imparava presto che il mondo non era stato costruito per essere giusto. E che, per farsi largo, bisognava possedere qualcosa che gli altri non avevano.

Diego possedeva il pallone. O, per essere precisi, era il pallone a possedere lui.

Non era alto, non era possente, non aveva il fisico che i teorici dello sport avrebbero disegnato per un campione. Aveva però una qualità che sfuggiva alle misurazioni: vedeva ciò che gli altri non riuscivano neppure a immaginare.

Dove un difensore vedeva uno spazio chiuso, lui intravedeva un passaggio. Dove gli altri incontravano un muro, Diego trovava una porta.

E se la porta non esisteva, se la inventava.

Quel tunnel a Cabrera non fu soltanto un gesto tecnico. Fu una dichiarazione d'indipendenza. Il ragazzo della periferia che, senza alzare la voce, comunicava al mondo una verità piuttosto scomoda: la forza può essere sconfitta dall'intelligenza, il privilegio dal talento, la prepotenza dalla fantasia.

Naturalmente, il calcio non è la vita. Ma qualche volta le somiglia in maniera imbarazzante.

A Napoli, anni dopo, Maradona avrebbe trasformato questa somiglianza in una rivoluzione sentimentale. Non si limitò a vincere partite e campionati. Diede a una città, abituata troppo spesso a essere raccontata dagli altri, il diritto di raccontarsi attraverso la vittoria.

Fu amato come si amano gli uomini nei quali si riconoscono le proprie ferite.

E qui cominciò anche la tragedia.

Perché Diego non fu mai soltanto un calciatore. Gli chiesero di essere un simbolo, un riscatto, una bandiera, un santo laico. Gli attribuirono responsabilità che nessun essere umano avrebbe potuto sopportare senza incrinarsi.

Lui, dal canto suo, non fece molto per sottrarsi a quel destino. Aveva il coraggio smisurato dei grandi campioni e le debolezze, altrettanto smisurate, degli uomini.

Sapeva proteggere i compagni, assumersi il peso delle sconfitte, sfidare avversari e autorità. Ma non sempre seppe proteggere sé stesso.

Fu generoso e contraddittorio, leale e impulsivo, magnifico e autodistruttivo.

Chi pretende di assolverlo da tutto non gli rende giustizia. Chi vuole ridurlo ai suoi errori dimostra di non aver capito nulla.

La verità è che Maradona non aveva bisogno di essere perfetto per essere immenso.

A cinquant'anni da quel debutto, il rischio è di ricordare soltanto il personaggio. Le fotografie, le polemiche, le frasi diventate slogan, la mano contro l'Inghilterra, il gol impossibile, gli scudetti, gli scandali.

Il mito, quando diventa troppo grande, finisce per divorare l'uomo che lo ha generato.

E invece bisognerebbe tornare a quel pomeriggio del 1976. Guardare quel ragazzo che entra in campo senza sapere che milioni di persone, un giorno, avrebbero pronunciato il suo nome come si pronuncia quello di qualcuno che appartiene alla propria famiglia.

Guardarlo mentre riceve il pallone.

Mentre affronta Cabrera.

Mentre sceglie la soluzione più semplice e più insolente.

Un tunnel.

Non c'erano ancora i tribunali della morale, le telecamere puntate sulla sua vita privata, i falsi amici e i professionisti dell'adorazione. Non c'era ancora il peso insopportabile di dover essere Maradona ogni giorno, a ogni ora, davanti a chiunque.

C'era soltanto un ragazzo che giocava.

Ed è forse questa l'immagine più commovente di tutta la sua storia.

Perché Diego Armando Maradona avrebbe conquistato il mondo, ma non sarebbe mai riuscito a conquistare definitivamente la pace.

Avrebbe fatto felici milioni di sconosciuti, senza trovare sempre il modo di esserlo lui stesso.

Avrebbe piegato le difese più forti del pianeta, ma sarebbe rimasto vulnerabile davanti ai propri demoni.

Cinquant'anni dopo, resta una lezione che va oltre il calcio: il talento può rendere immortale un uomo, ma non può metterlo al riparo dalla sua umanità.

Il 20 ottobre 1976 il mondo non vide nascere un dio.

Vide entrare in campo un ragazzo.

E quel ragazzo, con un pallone tra i piedi, fece una cosa straordinaria: dimostrò che perfino la storia, qualche volta, può essere presa in contropiede.

Il resto fu Maradona.

E non è stato poco.

Luigi Palamara Giornalista, Scrittore e Artista Aspromontàno 

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