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La manutenzione conserva, solo la Politica trasforma: la rinascita di una città parte dalla coscienza dei suoi cittadini

La manutenzione conserva, solo la Politica trasforma: la rinascita di una città parte dalla coscienza dei suoi cittadini

L'Editoriale di Luigi Palamara 


I servizi sono un dovere. Ma il destino di una città si decide nella qualità civile dei suoi cittadini e nella capacità della politica di indicare una visione del futuro

UNA CITTÀ NON SI RINNOVA NELLE SOLE OPERE

Tappare le buche, rimuovere i rifiuti, garantire l’acqua nelle case è necessario. Ma il cambiamento vero comincia quando cresce lo spirito pubblico e la politica torna a essere visione, responsabilità, destino

Una città si giudica anche da ciò che manca: dalle strade dissestate, dai rifiuti abbandonati, dai servizi carenti, dalla manutenzione che non arriva. È naturale. Perché una città pulita, ordinata, efficiente, capace di garantire i servizi essenziali, rappresenta il primo dovere di ogni amministrazione pubblica.

Nessuno può negare che tappare le buche, eliminare la spazzatura dalle vie, portare l’acqua in tutte le case siano compiti fondamentali. Sono doveri concreti. Sono urgenze reali. Sono la misura minima della serietà di chi governa. Ma appunto: il minimo non coincide con il massimo. E non coincide con una visione.

Una città, infatti, non si esaurisce nelle sue opere. Non coincide con la sola efficienza dei suoi servizi. Non è soltanto un elenco di problemi da risolvere. Una città è una comunità. E una comunità si definisce non solo per ciò che possiede, ma per il modo in cui vive, per il rispetto che nutre verso i luoghi comuni, per la qualità morale dei comportamenti che la tengono insieme.

È per questo che il cambiamento non può fermarsi alle cose. Deve toccare gli atteggiamenti. Deve riguardare il costume civile. Deve coinvolgere i cittadini in un modo nuovo di pensare la città stessa e la propria presenza al suo interno. Senza questo passaggio, anche gli interventi necessari rischiano di restare fragili, episodici, insufficienti. Perché nessuna opera pubblica, da sola, può compensare una povertà di spirito pubblico.

La città rappresenta chi la vive. Ne rappresenta lo stile, la misura, il senso del limite, il rapporto con il bene comune. I servizi hanno importanza, certamente. Ma non bastano, da soli, a dare identità a una comunità. È lo spirito delle persone a fare la differenza. È la disciplina dei comportamenti quotidiani. È la cura di ciò che appartiene a tutti. È la consapevolezza che il decoro non è un fatto ornamentale, ma una forma concreta di civiltà.

Anche il linguaggio pubblico, in questo senso, ha il suo peso. Vi sono espressioni che non aiutano il confronto, ma lo sviliscono. Frasi come “Parole, parole, soltanto parole, sempre uguali, un linguaggio ormai datato; solo da questo si evince che non cambierà neanche una virgola, figuriamoci i punti” non rafforzano lo spirito critico. Alimentano piuttosto una disposizione alla sfiducia, alla rinuncia, a un disincanto sterile che non corregge nulla e non costruisce niente.

La critica è legittima. Talvolta è necessaria. Ma altra cosa è la sfiducia elevata a metodo. Una città non cresce nella derisione permanente. Non migliora quando ogni proposta viene screditata in partenza. Non si rinnova quando prevale la convinzione che nulla possa cambiare. Questo atteggiamento non è realismo. È una forma di resa.

In questo quadro si misura anche il compito più alto della politica. La politica non può limitarsi a gestire i problemi di ogni giorno. Quello è necessario, ma quello è manutenzione. È governo dell’ordinario. È amministrazione dell’esistente. Tutto questo è doveroso, ma non esaurisce la funzione pubblica nel suo significato più alto.

La politica ha il dovere di indicare una direzione. Deve guardare oltre il presente. Deve offrire una visione di opportunità e di cambiamento. Deve avere la forza di immaginare ciò che oggi appare difficile, lontano, quasi irrealizzabile. Perché è proprio da ciò che inizialmente sembra troppo alto che, con il tempo, prendono forma le trasformazioni più profonde.

Questa è la differenza tra semplice amministrazione e Politica con la P maiuscola. L’una gestisce l’esistente. L’altra prepara il domani. L’una ripara. L’altra costruisce. L’una contiene i problemi. L’altra genera possibilità. E quando la politica ritrova questa altezza, non cambia soltanto la città nelle sue strutture: cambiano anche coloro che la abitano, il loro sguardo, il loro senso delle possibilità, la qualità stessa della convivenza.

Per questo il rinnovamento autentico nasce dall’incontro di tre esigenze inseparabili: efficienza, responsabilità, visione. Le opere sono necessarie. I servizi sono essenziali. Ma non bastano. Occorre una cittadinanza più consapevole. Occorre una politica che non rinunci alla propria funzione più nobile: trasformare i bisogni di oggi in una forma possibile del domani.

Perché il destino di una città non si compie soltanto nelle sue opere. Si compie nello spirito di chi la abita. E quando quello spirito si indebolisce, nessuna manutenzione basta. Ma quando quello spirito si rialza, anche ciò che sembrava irrealizzabile può, lentamente, prendere forma.

Le opere sono necessarie. I servizi sono essenziali. Ma una città cambia davvero solo quando cresce il senso civico di chi la vive e quando la politica torna a essere ciò che deve essere: non semplice gestione dell’esistente, ma visione alta del futuro. Perché la manutenzione conserva. Solo la Politica trasforma.

Luigi Palamara Giornalista e Artista Aspromontàno 

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